Sussurri ad alta voce
Il viaggio culturale e sociale di Maria Mauro
Maria Mauro è un’artista che ha fatto della valorizzazione del patrimonio partenopeo una vera e propria missione di vita. Chitarra, voce, ma soprattutto un’anima profondamente legata alle radici di questa terra. Laureata con lode al Conservatorio di San Pietro a Majella, porta la sua arte in palcoscenici, ma il suo viaggio parte da lontano

Nel tuo percorso, la passione per il teatro è nata prima di quella per la musica. In che modo l’esperienza teatrale con la compagnia di Nunzio Gallo influenza oggi il tuo modo di interpretare la canzone napoletana sul palco?
Ero proprio piccola quando ho vissuto queste esperienze e ne conservo ancora oggi un ricordo molto bello, soprattutto di questo artista dal grande talento. Ho respirato in questo ambiente e subito dopo in altri, un determinato tipo di “aria” con gli occhi dell’innocenza, che percepiscono solo la bellezza che ti arricchisce. Crescendo, tutto quanto ho assorbito, ho sentito di esprimerlo, in particolare, con la canzone napoletana. Ho ritrovato, nell’interpretarla, la necessità di “entrare” nella storia e quindi di recitare quei versi in musica che sono patrimonio di poesia, di esperienze di un Popolo sempre in continua evoluzione e di immagini forti di malinconia e passione. Queste melodie non possono essere eseguite solo con la voce, ma bisogna viverle dal di dentro e non tradire la loro natura.
Ti sei laureata al Conservatorio San Pietro a Majella e hai scelto un piano di studi che contemplava le discipline interpretative. Qual è l’insegnamento più prezioso che ha ricevuto durante quegli anni di studio accademico?
Il Conservatorio mi ha dimostrato quanto ho sempre pensato degli studi: che la preparazione non si acquisisce con una materia specifica, e soprattutto per chi intende intraprendere un percorso artistico, deve essere trasversale. Quel piano di studi mi ha confermato che la voce non canta o recita da sola. Le discipline come Arte scenica, Musica corporea, Regia dello spettacolo, mi hanno dato una visione dell’Arte da più angolazioni e mi hanno fornito ulteriori elementi preziosi per dare spazio alla creatività, nella realizzazione di rappresentazioni, arricchite da interventi di prosa e poesia, che penso e creo specificamente per ogni evento.
Il rigore dello studio accademico e la spontaneità del teatro si fondono perfettamente nello stile di Maria. Ma per essere custodi di una tradizione così vasta come quella napoletana, non basta eseguire: bisogna scavare. Negli anni, Maria è diventata una vera e propria ricercatrice culturale. Ha portato la sua musica in luoghi intrisi di storia, come la Galleria Ascione o la Casa del Mandolino, esplorando legami straordinari, come l’eco della poesia greca nelle melodie moderne o la simbologia delle gemme in Dante. Una ricerca che non guarda solo al passato, ma si apre al presente.
Hai realizzato spettacoli dedicati a Pino Daniele, Eduardo De Filippo e Totò. C’è un artista del passato a cui ti senti particolarmente legata o che consideri la tua principale fonte di ispirazione?
A dire il vero non ho un artista specifico. Ed è il motivo per cui mi piace spaziare e, in qualche modo, rendere omaggio a ognuno degli artisti, come quelli citati, affiancandoli e, talvolta, mettendoli a confronto, perché ritrovo, in questi accostamenti, l’identità napoletana: la musica, il teatro, il ritmo, la parola, l’ironia e il dramma. Sono artisti che parlano della stessa ferita e della stessa bellezza, raccontando la verità su questa nostra Terra, senza filtri. Omaggiarli significa sempre mettere Napoli al centro della scena.
Oltre a interpretare i classici, componi musica per testi contemporanei, sia in lingua che in napoletano. Qual è la sfida principale nel mettere in musica le parole di autori di oggi mantenendo l’anima della tradizione?
Mettere insieme le radici e il presente, riuscire a partire dalla tradizione di Napoli e farla parlare con il linguaggio contemporaneo. In questo modo, quanto si assorbe dalla tradizione può essere restituito al nuovo, facendo respirare una splendida città, come la nostra Terra, che è storia, ma è anche futuro. Questo è un aspetto in cui credo fortemente e spero che le nuove generazioni possano farne tesoro.
Ascoltando il percorso di Maria, emerge chiaramente che la musica è, prima di tutto, un atto di condivisione. E in questo viaggio non è mai stata sola. Sul palco si respira un’intesa magica grazie alla collaborazione con musicisti straordinari, colonne portanti della scena napoletana
Da anni collabori con professionisti come Paolo Del Vecchio, Luca Urciuolo ed Edo Puccini. In che modo il dialogo con questi musicisti spesso legati a nomi come Peppe Barra, Lina Sastri, Isa Danieli, arricchisce i tuoi arrangiamenti per voce e chitarra?
L’esperienza di questi musicisti, che provengono da “scuole solide”, dove hanno visto fondere insieme musica e teatro e il relativo dialogo musicale con loro, mi ha restituito la convinzione che accompagnarsi con uno strumento non è soltanto mettere insieme delle note in modo corretto, ma è anche dare valore alle melodie, peso alle parole e restituire emozioni. Altrimenti anche il brano più bello, eseguito perfettamente, può diventare anonimo e privo di identità.
C’è però un aspetto che rende il percorso di Maria Mauro ancora più prezioso: la sua capacità di far uscire la musica dai teatri per farla diventare uno strumento di inclusione e di educazione.
Ti sei dedicata per circa quindici anni alla didattica per formazioni corali e a laboratori per ragazzi in ambiti socio-educativi. Quale credi sia il potere terapeutico o educativo della musica partenopea per le nuove generazioni?
È una forza che aiuta a tirar fuori tutto quanto un giovane sente, dalla rabbia, alla nostalgia, all’orgoglio, alla fragilità, senza paura di essere giudicato. Ho visto tanti giovani e anche adulti trovare nella musica d’insieme la forza di esprimersi. L’elemento che contraddistingue, in particolare, la nostra musica è l’elevata capacità di accogliere e, in questo modo, di riconnettere anche le nuove generazioni alle proprie radici.
In eventi recenti come “Faville dal Vesuvio”, hai usato la cultura partenopea per trattare temi come il contrasto tra il calore della passione e le fiamme della violenza. La musica può essere, secondo te, uno strumento di resistenza civile oggi?
Sì, oggi più che mai è resistenza, quando si sceglie di raccontare la verità. Resistere significa non abituarsi, vuol dire preferire la memoria all’oblio. In Faville dal Vesuvio ho messo a confronto le fiamme che illuminano e quelle che bruciano, lasciando all’umanità il potere discrezionale di anteporre le une alle altre. Più volte, infatti, il Fuoco ha parlato all’uomo dichiarando: “Sta a voi decidere se sarò calore o rovina”. In tal senso, resistere è rifiutarsi di abbassare lo sguardo.
Ti esibisci spesso in luoghi storici e complessi monumentali. Quanto conta la bellezza architettonica e storica del luogo nella riuscita di una tua performance?
Conta tantissimo perché non è solo scenografia. Esibirsi in un luogo storico restituisce la memoria e la bellezza del passato che hanno quelle mura e che diventano parte della performance. Mi è capitato di rendermi conto che il pubblico entrava già emozionato, per cui nasceva una responsabilità in più nell’esibirsi, per non tradire quell’emozione. Alla fine, non era solo la performance a riempire quel luogo, ma era anche il luogo a riempire me stessa.
Nel 2025 ha vinto il Premio Masaniello come “Napoletana protagonista” per la promozione della cultura. Cosa rappresenta per te questo riconoscimento da parte della tua città?
Ricevere il Premio Masaniello 25 è stato un motivo di orgoglio e di soddisfazione perché, parliamo di un premio prestigioso, ormai ventennale, riconosciuto ad artisti che si sono distinti nell’ambito della cultura partenopea. Pensare che i primi sono stati assegnati al Maestro De Simone e all’attore Mariano Rigillo, mi ha reso veramente molto fiera. Essere definita “militante e anticipatrice” e come chi “ha saputo coniugare, nella sua figura, le idee, il talento, l’azione culturale che hanno fermenti nella Napoli artistica” è stato, per me, un riconoscimento di grande valore.
Maria Mauro è la voce autentica di una Napoli senza tempo, capace di unire passato e contemporaneità, di parlare ai ragazzi dei laboratori, di dialogare con la poesia antica e di raccontare contraddizioni di oggi In un viaggio culturale e sociale fatto di note. Grazie a Maria Mauro per averci ricordato che la tradizione ha senso solo se continua a camminare e a trasformarsi.
*Fiorella Franchini, giornalista