Nino Manfredi, un incontro a sua insaputa
Erano circa le 17 e 30 quando, sul treno della Roma nord in direzione Piazzale Flaminio, stavo rientrando in città (avevo finito il mio orario di lavoro al GR1 e Radiouno a Saxa Rubra). Squillò il cellulare e risposi subito perché sul display era apparso il nome del mio amico Gigi Magni, il regista romano molto conosciuto di tanti film su Roma,tra gli altri, In nome del Papa Re.
Avevo detto, un paio di settimane prima a Gigi, che avrei voluto fare un’intervista a Nino Manfredi per la mia rubrica su Radiouno Rai: Il personaggio. La rubrica andava in onda in tre o quattro puntate quindi l’intervista avrebbe dovuto essere ampia e prevedere, almeno in ciascuna domanda finale, un rinvio, come una domanda sospesa, tanto per dire: “il seguito alla prossima puntata”. Avrei voluto un aiuto per raggiungere Manfredi anche perché Nino ormai non rilasciava più interviste e da qualche tempo aveva dei vuoti di memoria anche nell’identificazione delle persone. Poi si riprendeva ma la situazione era quella.
Gigi Magni al cellulare mi diede una dritta: “Ah, Marco se vieni subito a via Montesanto (uno studio di registrazione) Nino sta doppiando una fiction che ho diretto per Mediaset. (Ambientazione: epoca di Pasquino e “dintorni” “Ma come faccio Gigi? Sto sul trenino della Roma Nord e poi proseguo con la metro e vado a casa”. “Ah Marco, … io te l’ho detto, noi siamo qui ancora mezz’ora. Se vieni ce trovi”. La telefonata si interruppe così e Gigi mi sembrò un po’ seccato come se dicesse: “Ma guarda questo! Quando glie capita più na cosa del genere”.
Ed era vero! Non mi sarebbe più capitata. Feci una corsa per prendere la metro fino a Manzoni perché non avevo con me un registratore professionale che mi consentisse poi di mandare in onda l’intervista. Tornare in Rai a prenderlo mi avrebbe fatto perdere più tempo. Per farla breve, arrivai trafelato a casa, presi il registratore, chiamai un taxi e andai in via Montesanto. Lì stavano ripetendo l’ultima battuta della fiction. Gigi aveva chiesto a Manfredi di rifarla, per tre volte. Una fortuna per me. Altrimenti se n’erano già andati. Finita la registrazione (l’ultima ripetizione della battuta), Gigi mi prese per un braccio e mi scaraventò dall’altra parte del vetro della regia, prima che Nino uscisse.
“Nino, Nino, c’è qui l’amico Marco Tesei che ti vorrebbe fare delle domande per la Rai non più di cinque minuti”. Manfredi rispose: “Ah, Gi, io so stanco, m’hai spremuto…perché non rispondi tu alle domande di…di…”.
Gigi insistette e non riesco ancora a capire come lo convinse, forse era la grande amicizia fraterna che c’era tra i due. Fecero però un patto: “Nino, noi annamo a prende’ un caffè al bar (insieme ai tecnici) e poi tra dieci minuti tornamo”. “Ah,mò so diventati dieci…ma nun erano cinque?” “Vuoi che te portamo er caffè?” “No, no. Nun me serve er caffè, andate, andate”, e rimasi con lui, seduti su due seggiole semi imbottite. Io avevo già acceso il registratore.
Cominciai a fare la prima domanda, una di quelle che si fanno per rompere il ghiaccio: «E’ soddisfatto della sua carriera?» Ma mi accorsi subito che Nino (da adesso in poi lo chiamerò sempre: Nino) aveva in testa un suo percorso, ricordi anche alla rinfusa ma che venivano da un miscuglio di agnizioni, di eventi sedimentati nel tempo e tanto altro. Insomma capì presto che non sarebbe stata un’intervista come le altre: domanda e risposta sia pure come sono abituato a farle io: dopo un po’ diventano una conversazione, un canovaccio della Commedia dell’arte. Ma in questo caso stavamo andando oltre. Dopo quella domanda: “E’ soddisfatto della sua carriera?” cominciò il monologo, diciamo il primo di una serie di monologhi.
Mi ero già accorto che Nino quando parlava in modo colloquiale con Magni, anche con me, tendeva al romanesco. Ma quando raccontava, sapendo di essere registrato, tranne qualche battuta idiomatica che ci stava bene, sembrava avesse messo in azione la sua professionalità espressiva, dizione compresa. «Vedi Marco… Marco no?” “Si, mi chiamo Marco Tesei”. “Appunto Marco…lasciamo sta’ i cognomi. Dunque io ho passato da giovane degli anni in sanatorio, con la tubercolosi che allora era difficile da curare. Gli amici che stavano con me li ho visti morire tutti. Poi mio padre non voleva che facessi l’Accademia ma che prendessi la laurea in legge. Era contrario che facessi l’attore. Io presi la laurea in legge. Ma continuai ad insistere a voler fare l’attore. Alla lunga anche lui si convinse. Mio nonno diceva: Tutto nasce dal dolore. Dal resto non nasce niente, solo il vizio. Era un contadino semplice, analfabeta. Pensa che quando dovette partire per l’America e non sapeva scrivere andò per una settimana da una maestra di scuola elementare per imparare a fare la firma”.
Nino fu interrotto dall’arrivo di Gigi Magni con i tecnici che puntualmente se l’era venuto a riprendere o quanto meno a testare la situazione.
“Ah, Nino, che fai? Noi se ne annamo!” E lui, senza esitazione rispose: “Annate, annate, io resto qui con Marco” “Nessun problema?” ribatté Magni per essere sicuro di quella decisione. “No, sto bene. Fuori c’è la macchina che m’aspetta, ciao, andate, andate”.
Quei dieci minuti diventarono un’ora e un quarto tra racconti, riprese di cose già dette, improvvisi momenti di piccole amnesie ma subito sostituiti, da grande attore che non ricorda una battuta, da un altro episodio, lontano o vicino a quello dimenticato non importa. Come se fosse poi possibile raccontare un episodio simile a qualcosa che non ti ricordi! Ma tant’è: l’impressione che mi dava era quella. Ricominciò a parlare dicendomi soltanto così: “Prima che arrivasse Gigi che te stavo a di?” “Di tuo nonno, Nino, di tuo nonno…Mi stavi dicendo di quando lui imparò a fare la firma”. “Ah, si…Allora, la firma…ecco, siccome tutti sapevano firmare solo con la croce, lui era l’unico che sapeva firmare per intero: Giovanni Pertili ma mise lo stesso davanti al nome la croce come facevano gli altri. Il funzionario gli disse “Scusi, ma che vuol dire questa croce?” E mio nonno disse “Non lo so, architetto, faccia Lei”. Hai capito che tipo era? E’ stato trentadue anni in America?” E lui rispondeva “E chi l’ha vista mai?” Perché lui andava a lavorare nelle miniere, sottoterra, non vedeva mai il sole.
Ma insomma…io fui fortunato…presi la laurea in legge per far contento mio padre e così potei portare avanti l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico.
Quando finì l’Accademia non trovavo lavoro e allora cercai di fare il doppiaggio. Una volta ci fecero doppiare un film dove io doppiavo otto personaggi e Carlo Croccolo tredici. In due abbiamo doppiato un film.
Andavo tutte le volte per lavorare un po’ nelle sale di doppiaggio, aprivo le porte e inventandomi un nome diceva:” Che avete visto Mazzantini?” Mi rispondevano “No”. “Ma come? Mi ha detto che stava qui” “Prova in un’altra stanza”. Lì stavano facendo le prove, non c’era la luce rossa. Chiedevo: “C’è Mazzantini?” “No” “Ma posso restare qui? Mi ha detto che veniva qui”. “Va bene, mettiti seduto”. A un certo punto arriva il direttore del doppiaggio e dice “Ma ci sta la voce di questo vigile urbano qui, a chi la facciamo fare? Non l’avevamo calcolato”. E allora io mi mettevo ben in vista. “Ma che deve dire questo vigile?” “Largo, largo, non c’è niente da vedere!” Allora la facevo io senza che loro sapessero chi ero. E poi passavo in un’altra stanza, la stessa storia ” C’è Mazzantini qui?”
Un fiume in piena… con le sue pause dovute anche al fluire del pensiero. Non sapevo se inserirmi in quei momenti sapendo che Nino non aveva probabilmente esaurito l’argomento. Ma due, tre volte l’ho fatto: è stato più forte di me.
Per fare l’attore che cosa ci vuole? Talento? Scuola? Istinto?
Breve pausa ma questa volta era come un dubbio, una perplessità: “Ma non stavo parlando di un’altra cosa?” Tuttavia ingranò la quarta anche su questa domanda. Ormai l’altra non c’era più e tutto sommato era stata più che esaustiva anche, se come ho detto, Nino, in questa conversazione, raccontava ciò che gli veniva in mente pescando con la mano da un cesto immaginario e poi tirando su.
“Ripeto, per fortuna ho fatto l’Accademia d’arte drammatica dove avevo dei maestri straordinari come Orazio Costa e Silvio d’Amico. Mi hanno insegnato delle cose che non avrei potuto fare se non avessi avuto questi grandi maestri. Era il periodo in cui il teatro dialettale era considerato minore. Noi non sapevamo niente di questo genere di teatro. Un giorno venne in Accademia Eduardo De Filippo. Eravamo molto emozionati da questo fatto. Venne in Accademia e stava ad ascoltarci. Non apriva bocca. Ognuno di noi era chiamato in pedana e diceva la sua cosa. Anch’io andai in pedana e cominciai, credo Amleto e i compagni miei ridevano tutti quanti e io mi arrabbiavo di questo. Che vi ridete? Sto a fa’ una cosa drammatica, eh! Orazio Costa mi incoraggiò a continuare. Andai avanti, ma mi ero anche un po’ incazzato. Allora a un certo punto Eduardo si alzò e se ne andò. Dopo qualche giorno Eduardo mi chiese se potevo andare al Ridotto dell’Eliseo dove stava allestendo tre suoi atti unici: I morti non fanno paura, Amicizia, e Il successo del giorno. Andai lì e scelse me e Tino Buazzelli che era il mio più grande amico, al punto che lui dormiva tutto il giorno, perché tutti i giorni veniva da Velletri. Uno su un divano, un altro
sul letto, a casa mia.
Che cosa aveva in mente in realtà Eduardo per lo spettacolo?
Eduardo voleva fare tre episodi anche con Bice Valori lì al Ridotto. Il primo episodio era I morti non fanno paura. Mi ricordo la scena finale nella quale moriva il nostro collega di lavoro, bussavo, aprivo e vedevo schierati tutti gli altri colleghi dove c’era appunto il letto con il morto e vicino anche la moglie del defunto. Tutta scena muta. Io entravo e dovevo far capire, dai saluti muti che facevo, chi era un mio superiore, chi era un mio collega eccetera. E poi andavo dalla vedova e dovevo attirarle lo sguardo per fare le mie condoglianze indicando sempre il cadavere. Ma lei non mi guardava. Stava sempre lì, vicino al letto ma con gli occhi per aria. Faceva “Madonnaaaa mia, Madonnaaaa mia!” e io non “pigliavo” lo sguardo. Eduardo mi disse “Tu a un certo punto ti commuovi, prendi il fazzoletto e ti asciughi gli occhi, ti giri di spalle e aspetti che finisca l’applauso”. Io dico “Mi sa che non ho capito niente”. “Tu fa come ti dico io e se non va bene cambiamo”. Io di fronte a un mostro di questo genere stetti zitto e la sera con il pubblico feci quello che mi aveva detto lui. Al Ridotto dell’Eliseo l’applauso non venne.
Erano venuti tutti i compagni d’Accademia che mi dicevano “Ammazza che culo che hai avuto, lavori con Eduardo!” Sono venuti poi in camerino ma Eduardo stava camminando nel corridoio allora mandai via tutti. Si avvicinò:” Manfredi, abbiamo sbagliato!” Eravamo io e lui. Soli. E allora mi cambiò alcuni gesti, pochi, alcuni movimenti. Non salutavo più quello di prima, salutavo un altro. Mi disse “Poi vai verso la vedova che sta lì disperata, ti asciughi gli occhi, ti giri le spalle e aspetti l’applauso”. “maestro, io stasera non vengo, mi da una responsabilità troppo grande” “Aggia fa come ti dico io, hai capito? Caso mai cambiamo nata vota, no?” “Ma Lei mi obbliga a fare delle cose che io non posso fare. Le può fare solo Lei”. “No, lo devi fare tu!”
La seconda sera feci esattamente quello che mi aveva detto: commozione, fazzoletto, mi giro di spalle…viene giù un applauso che non finiva mai. Rimasi talmente colpito che pensavo Ma come può essere successo? Venne Eduardo e mi disse “Manfré, abbiamo indovinato! Continua così”.
Nino fece una pausa, proprio per prendere fiato, non era una pausa per raccogliere le idee ed esprimere un pensiero. Credetti di potermi inserirmi con una domanda. Ma ricominciò subito:
Sai che mi disse Eduardo al termine di quella serata? Beh…mi disse “Tu puoi diventare l’attore più importante d’Italia”. Erano i tempi in cui raccoglievo tanti incoraggiamenti ma le prospettive di un lavoro costante in teatro erano scarse. Eppure certe frasi sulle tue capacità recitative facevano piacere. Orazio Costa, un grande maestro, un insegnante che ti spiegava la tecnica in modo preciso, essenziale ma che ti trasmetteva anche tanto entusiasmo, un giorno mi disse che io avevo una nota in più rispetto agli altri: l’ironia. “Anche quando parli di temi drammatici cerca di far affiorare un sorriso sulle labbra di chi ti ascolta.”
Ma se io non avessi avuto questi maestri chi mai mi avrebbe potuto dire una frase del genere? L’ironia o ce l’hai o no. Nessuna scuola te la può insegnare. Si può coltivare, si può affinare ma o c’è o non c’è”.
Ricordi, momenti di vita che erano anche storie dentro la storia artistica che gli tornava alla mente come un lampo. E così mi portò idealmente a Buenos Aires quando girò nel 1964 Il gaucho con Vittorio Gassman diretto da Dino Risi. Una commedia in bianco e nero che racconta di un incaricato delle pubbliche relazioni d’una modesta casa di produzione cinematografica italiana, partito alla volta dell’Argentina per presentare un film ad un festival.
A Buenos Aires il gruppetto è assillato dalle continue, manifestazioni di simpatia d’un facoltoso emigrato italiano, l’ingegner Marucchelli, (Gassman) imprenditore della macellazione e della lavorazione della carne bovina, il quale ha fatto della nostalgia il suo hobby preferito. La “spedizione” sarà un fallimento tra debiti contratti, delusioni, un tradimento, con la figura di Marrucchelli pronto ad accogliere all’aeroporto l’arrivo di Adriano Celentano mentre il gruppo di attori con Manfredi viene salutato in fretta e già dimenticato. Una commedia amara nello stile di Risi.
A Nino era rimasta impressa l’accoglienza che ebbero dagli italiani trasferitisi nel paese latinoamericano: “Pensa che c’era un italiano che aveva un ristorante dove si mangiava benissimo. Non ci voleva far mai pagare. Una volta Gassman – quella sera eravamo un trentina – disse a voce alta, mentre stavamo per andarcene: Non c’è problema, niente paura ha pagato tutto Nino! Ma non era vero!”
E subito di seguito, forse perché si trattava sempre del 1964, gli tornò in mente la tournée negli Stati Uniti con Rugantino di Garinei e Giovannini che due anni prima aveva debuttato al Sistina ottenendo subito un successo enorme. A Broadway, per rendere comprensibili i dialoghi della commedia, la traduzione in inglese veniva proiettata su uno schermo collocato in alto sul palcoscenico in modo da poter essere apprezzata a pieno dal pubblico americano:
Una volta, disse Nino, Aldo Fabrizi, alla fine dello spettacolo, dopo una valanga di applausi senza fine, pronunciò, a voce bassa, questa frase: “Ahò, ma non applaudite sempre, altrimenti nun se finisce mai!”
Era un successo strepitoso ogni sera.
L’intervista era finita. Lo decisi io ma in modo che non apparisse un’imposizione improvvisa. Trovai il momento per inserirmi e dire: “Grazie davvero di cuore, Nino!” Altrimenti avrebbe continuato. Ma lo vedevo stanco. “E’ già finita? Ma io avevo ancora tante cose da dì…” “E’ tardi Nino”.
Chiusi il registratore. Lui si alzo con calma. Prese la giacca di lino beige che aveva appeso ad un porta abiti. Si mise in testa un panama dello stesso colore di giacca e pantalone. Ci avviammo verso l’uscita dello studio e poi quella dell’ingresso. C’era soltanto una rampa per arrivare al portone. Vedevo già una macchina che lo stava aspettando con l’autista appoggiato alla portiera di destra. Immagino che l’avessero avvertito di questo fuori programma. C’era una rampa con pochi gradini, ma Nino mi chiese lo stesso se poteva mettersi sotto il mio braccio. Gli disse di sì e mi sembrò di vivere per un attimo in un’altra dimensione dove il lato strettamente umano aveva preso il sopravvento sull’intervista o come lo vogliamo chiamare racconto-conversazione. Quando poi arrivammo alla macchina, dritto, deciso con uno sguardo dolce ma un po’ interessato mi fissò negli occhi e mi disse:”Ahò… me raccomanno tutte quelle pause… fai i tagli giusti…” Era ancora l’attore, l’uomo di spettacolo ben consapevole che non aveva chiacchierato con un parente ma che tutto quello che aveva detto sarebbe stato trasmesso in radio.
“Stai tranquillo”, gli risposi. “Certo, scusa sa se te l’ho detto…”
Ci stringemmo la mano e lui salì in macchina.
Che strana sensazione che ebbi. Allo scoop che avevo fatto, all’aspetto
professionale nemmeno pensavo. Lui ci aveva pensato, consapevole di essere Nino Manfredi. Era tornato il grande attore che si preoccupava della qualità della resa di quella prestazione.
Io feci soltanto una considerazione dentro di me: che ero stato fortunato perché quella “versione” di Nino, pur avendolo avvicinato, nel corso della sua carriera, in tanti occasioni, in pochi credo che l’abbiamo vista e vissuta in quel modo e in un simile contesto. La macchina si allontanò. Ebbi l’impressione che non l’avrei rivisto più.
Mi ritornò in mente la frase del nonno sul dolore: “Tutto nasce dal dolore. Dal resto non nasce niente, solo il vizio”.
Quella fu sicuramente la sua ultima intervista rilasciata, con quelle modalità, ad un giornalista. Il 4 giugno 2004 Nino se ne andava da qualche altra parte dopo una carriera, nel teatro, in televisione e nel cinema di notevole prestigio.
Nel 2021, esattamente il 22 marzo, è caduta la ricorrenza del centenario dalla nascita.
*Marco Tesei, giornalista