Pasolini non si cita, si legge: l’arte non è consolazione, è conflitto
«Ogni forma d’arte è una scelta politica.»
Pier Paolo Pasolini
Oggi Pier Paolo Pasolini è ovunque. Lo si incontra nei discorsi pubblici, nei festival, nelle trasmissioni, nei monologhi da palcoscenico, nei post social e persino nei talk-show dove si parla di “crisi dei valori” con toni generici e sguardi contriti. Basta pronunciarne il nome – accompagnandolo magari da un sospiro e dallo sguardo rivolto verso l’alto – per acquisire, almeno simbolicamente, una patente di profondità. Ma la verità è che siamo in piena bulimia citazionale: Pasolini si usa, si invoca, si “mette in scena”, ma non lo si affronta più nella sua sostanza.

Pasolini, oggi, manca non perché non c’è più. Manca perché lo abbiamo trasformato in qualcosa che non è mai stato: un’icona da venerare, un santino da taschino da tirare fuori al momento opportuno. È diventato un codice morale prêt-à-porter, utile per costruire posture pubbliche, accreditarsi come “coscienze critiche” o denunciare lo stato delle cose senza mai pagare davvero il prezzo del pensiero.
Il caso recente di Anna Foglietta, che sul palco del Premio Strega ha recitato un monologo basato proprio sulla mancanza di Pasolini, è solo l’ultimo episodio di una tendenza sempre più diffusa: evocare il poeta corsaro come simbolo, come presenza salvifica che metta ordine nel caos, che “ci dica cosa pensare” su guerra, politica, futuro. Ma Pasolini, se fosse vivo, probabilmente non direbbe nulla di ciò che ci piacerebbe sentirci dire. O meglio: direbbe ciò che non vogliamo sentirci dire.
Ridurre Pasolini a un “pensiero giusto”, a un aforisma da condividere, è una forma di disinnesco. È il modo più efficace per renderlo inoffensivo. Perché Pasolini è stato tutto, fuorché comodo: è stato irregolare, spesso scandaloso, contraddittorio, a volte disperato. Non ha mai avuto paura di inimicarsi il potere, la sinistra, la borghesia, il popolo, la chiesa. Non ha mai cercato consenso. E soprattutto, ha sempre rivendicato l’indipendenza della sua visione. Una visione che non si limitava a denunciare: scavava, si interrogava, sbagliava anche – ma senza mai rinunciare alla verità.
La verità, per lui, era una tensione, non uno slogan. Era una ferita aperta. E il suo modo di cercarla – attraverso articoli, poesie, film – era già una forma di conflitto con il mondo. Ecco perché ripeterne oggi le parole senza metterne in discussione il contesto, le lotte, le domande, è un tradimento sottile. È come usare la sua voce per difendere il contrario di ciò che era: il conformismo culturale.
Pasolini, nel tempo dell’algoritmo, diventa un Bacio Perugina. Non una lettura, ma una firma. Non un autore, ma un simbolo. Ogni volta che lo si cita senza contraddirlo, senza sporcarcisi le mani, lo si svuota. Lo si riduce a gadget culturale, a referenza obbligata, a citazione esibita. È questo che rende il fenomeno così grottesco: chi oggi lo invoca lo fa per elevare il proprio messaggio, ma finisce spesso per ridurne la complessità a una cornice rassicurante.
La cultura, invece, dovrebbe fare l’opposto: mettere in discussione le cornici. E Pasolini, questo lo sapeva. Ogni volta che parlava di arte come scelta politica, intendeva dire che nessuna opera è neutra. Che la scrittura, il cinema, la critica sono strumenti di scontro con la realtà. Non sono carezze, sono schiaffi. E chi oggi dice di essere “pasoliniano” dovrebbe ricordarsi che si è figli di un padre solo se si accetta di combatterlo, non di citarlo.
Un grande autore non si eredita mai pacificamente. Pasolini si eredita solo attraverso la fatica della lettura, l’incomprensione, la distanza, persino la rabbia. Chi lo legge davvero lo sa: non lo si può mai “possedere” davvero. Lo si può solo rincorrere. È un intellettuale che parla di oggi malgrado oggi, e proprio per questo ci è ancora indispensabile.
Ma per esserlo davvero, va tolto dai piedistalli, dagli slogan e dai palchi in favore di un ritorno alla sostanza. Ai suoi articoli “scomodi”, che lo erano sul serio, perché aprivano ferite nella società. Alle sue poesie sporche di terra e di carne. Ai suoi film che scandalizzavano perché rifiutavano la bellezza patinata. Alla sua idea che l’intellettuale debba sempre rischiare.
Pasolini non ci manca perché non è qui. Ci manca perché non lo leggiamo. Ci manca perché non lo ascoltiamo. Perché abbiamo scelto di usarlo come segnalibro morale, e non come compagno di battaglia, duro, scomodo, vero. E perché il mondo intorno a noi preferisce la citazione che consola al pensiero che divide.
Ma l’arte, come diceva lui, non consola. L’arte interroga. E continua a farlo anche adesso, se solo abbiamo il coraggio di smettere di usarla come specchio e iniziare a trattarla come quello che è: uno strumento per guardare altrove, dentro e fuori di noi, senza alibi. E senza più scorciatoie.
*Carlo Di Stanislao, medico, docente, scrittore