Salta al contenuto principale

VerbumPress

Boys, boys, boys

I ragazzi degli anni Ottanta

“Boys, boys, boys” il ritornello della canzone di Sabrina Salerno Boys (Summertime Love) risuona martellante nella testa, ripetuto e risuonato migliaia di volte nel 1987, quando la cosiddetta Italo disco impazzava. Il fenomeno dei paninari era radicato ormai da diversi anni e i “panozzi” – termine con cui si indicavano sia i panini sia coloro che se ne cibavano ovvero i paninari – ascoltavano musica a tutto spiano, decretando il successo, poi eterno, di brani come “Wild boys” dei Duran Duran, pubblicato nel 1984 e, soprattutto, “Paninaro” del duo britannico Pet Shop Boys, uscito nel 1986. Se la prima canzone era stata lanciata da Enzo Braschi nel programma cult “Drive In”, dove il comico faceva il suo ingresso in scena dopo essere stato annunciato proprio dal ritornello del brano “Wild Boys”, il secondo pezzo ebbe una storia diversa legata strettamente a Milano e ai paninari. Infatti, il duo britannico in visita nella città meneghina per la promozione dell’ultimo album “Please” era rimasto talmente colpito da quei giovani alla moda che popolavano le piazze di Milano da decidere di dedicare un singolo a questo fenomeno tutto italiano; tale fenomeno, poi, verrà esportato all’estero grazie a un videoclip che la band girò proprio in città utilizzando come “attori” giovani paninari realmente esistiti. 

I cosiddetti panozzi formavano gruppi a carattere gerarchico, i cui i leader erano chiamati “galli” o addirittura “galli di Dio” per via della loro capacità di distinguersi grazie a look firmati e a una personalità forte e decisa. Essi attiravano l’attenzione delle preppies ossia le ragazzine paninare che facevano parte della company e che erano facilmente affascinate dall’abbigliamento e dallo stile di ragazzi tanto curati e alla moda. 

Come si evince da questi pochi esempi, il linguaggio utilizzato faceva largo impiego di termini inglesi, soprattutto quelli più comuni, ma anche di altri allusivi a figure-simbolo prese in prestito dall’America di inizio anni Ottanta come gli yuppies e le preppies. Personalità caratteristica della finanza americana, lo yuppie (Young Urban Professional) era un giovane rampante attivo nella capitalistica Wall Street di New York, sede della finanza e del mercato mondiale. In seguito, tale termine passò a indicare qualsiasi individuo, per lo più single e di sesso maschile, che si riconosceva nel modello del capitalismo americano; pertanto, lo yuppie diventò un giovane che si dedicava alla bella vita e ai consumi, manifestando un tenore di vita elevato tramite un abbigliamento consono al suo ruolo. Per quanto riguarda la preppy, invece, essa era una figura nata tra i banchi delle università della Ivy League – quella di Yale o Harvard – e generalmente si presentava con una divisa fatta di cravatta, bottoni dorati e scarpe modello derby, polo a righe, cardigan, camicia Oxford o a quadretti Vichy, maglioni, felpe arrotolate attorno al collo e bomber da collegiale. In seguito, tuttavia, il termine passò a indicare in senso lato un tipo di ragazza carina, dall’aria fresca e pulita, molto curata nell’abbigliamento, ma non eccessivamente vistosa. Il suo look era “bambinesco” ed era fatto di “pizzetti, orsacchiotti e cuoricini mixati a fuseaux fluo” (G. Ascari-M. Guarnaccia, Quelli che Milano. Storie, leggende, misteri e varietà): un po’ ingenua un po’ donna la preppy appariva graziosamente addobbata con vestiti color confetto e fantasie fiorite spesso della marca Naj-Oleary.

La lingua dei giovani paninari, inoltre, si avvaleva anche di alterazioni delle parole ottenute tramite l’uso di prefissi e suffissi; tra i primi, ampiamente usati erano -mega, -iper, -super che servivano a esagerare in modo iperbolico un concetto (ad es. ipermegalattico), mentre per quanto riguarda i suffissi -ozzo e -ozza venivano aggiunti a qualsiasi parola, cosicché non solo il pane diventava panozzo, ma la birra si trasformava in birrazza e così via. Talvolta venivano inventati neologismi o ideate espressioni come “mi fonde la cotenna”, per indicare qualcosa che faceva uscire di testa e impazzire, o “andare in para” (ossia andare in paranoia) con l’abbreviazione della parola, anch’essa caratteristica del gergo paninaro. Tali espressioni sono attestate in diverse occasioni nei giornalini “Paninaro” e “New Preppy”, che contribuirono a diffondere il “paninaresimo” in tutta la penisola.

Nessuna pretesa di serietà, ovviamente. I paninari amavano scherzare e divertirsi, vivere la loro esistenza con leggerezza e umorismo, cercando di godere al massimo di quel benessere economico-sociale che contraddistinse la decade: anni mitici che saranno ricordati a distanza dai diretti interessati come i più belli e felici della loro vita. Non a caso, a quel tempo tutto era colorato, dai chewing-gum ai vestiti e agli accessori, e a nessun sarebbe mai passato per la testa di vestirsi di nero, colore riservato ai funerali e semmai ai dark, rigettati dai paninari e considerati da loro veri e propri tamarri!

*Valentina Motta, scrittrice