Lorenzo Marone, Ti telefono stasera
A dare il titolo al nuovo romanzo di Lorenzo Marone, Ti telefono stasera (Feltrinelli) è la frase emblematica alla quale troppo spesso si riduce il rapporto di un padre separato con il proprio figlio.
Il lettore non si lasci fuorviare dallo stile colloquiale e ironico con il quale si presenta il protagonista, cinquantenne conduttore d’un programma di previsioni meteo: «Mi chiamo Giobatta Coppola, in famiglia sostengono che il nome l’ha voluto mio padre, ma lui ha sempre negato, e alla fine non si sa di chi sia la colpa. Ho trascorso l’infanzia a tentare inutilmente di difendermi dalle derisioni di chi mi chiamava ‘ciabatta’. Raggiunta l’adolescenza, ormai sfiduciato nei confronti dell’umanità, ho avuto la geniale idea che mi ha cambiato l’esistenza: mi sarei fatto chiamare Giò, all’americana».
Il lettore non si lasci fuorviare neanche dal contenuto ridanciano e digressivo del secondo capitolo, “Il commiato”: «La mia vita da adulto separato è un cliché: cerco donne giovani per sentirmi giovane, e trovo donne giovani che desiderano un padre. L’incastro malato per un po’ funziona pure, grandi notti di passione, risate e giornate spensierate. Fino al momento fatidico nel quale arriva la solita frase: “Voglio un figlio”».
Ti telefono stasera è e resta un romanzo drammatico. Riflessione spietata su cosa rappresenti il matrimonio per un uomo, «una follia legalizzata, un contratto capestro dal quale non si esce più, se non con le ossa rotte»; sulla problematicità dei presupposti sentimentali e legali di esso: «Ma poi, è giusto mettere l’amore sotto contratto? Si può firmare un accordo che non prevede una fine? Tutto finisce, la vita esiste perché esiste la morte, può mai non terminare l’amore? È la balla più grande che ci raccontiamo»; sulla difficoltà di avere un rapporto con il figlio («Mi crede l’unico responsabile della rottura della famiglia») e la determinazione a mantenerlo nonostante le difficoltà: «Ci vogliamo bene, certo, ma a distanza di sicurezza. Ci vediamo poco, ci sentiamo meno, comunichiamo il giusto, per non rischiare di rovinarci l’equilibrio. È un rapporto moderno, minimalista: essenziale, silenzioso e, soprattutto, con poche aspettative reciproche. Funziona? Boh. Ma almeno non litighiamo mai».
*Raffaele Messina, scrittore