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Le Sirene esistono?

Antonio Orselli indaga sulla Sirena Partenope

“Le sirene esistono? – si chiede in un suo aforisma Fabrizio Caramagna -O forse non sono altro che il sogno di inchiostro di un polpo geniale che si diverte a disegnarle nell’acqua e a farla apparire ai marinai inconsapevoli? “ 

Una suggestione accattivante che Antonio Orselli nel saggio “Madre Sirena – Indagine sulla Sirena Partenope”- Homo Scrivens Editore – trasforma in una profonda ricerca storica e antropologica su Partenope, figura che incarna l’identità e il mito fondativo di Napoli.

L’opera si apre con un antefatto quasi romanzesco: il furto e la successiva perdita in mare, avvenuta nel 1569, di una preziosa statua greca o romana che raffigurava Partenope.  Citando storici come Summonte e Capaccio, Orselli avvia un’indagine “investigativa” per rispondere a una domanda fondamentale: chi o cosa è veramente Partenope?

L’autore analizza la figura della sirena attraverso l’iconografia, la letteratura e la tradizione popolare provando a decostruire e ricostruire la leggenda, mostrando come la sua immagine sia stata manipolata, censurata o preservata nel tempo. 

La trasformazione fisica della sirena riflette i profondi mutamenti culturali e religiosi in Europa. Nell’antichità classica, Partenope era rappresentata come un essere donna-uccello. Questa forma era legata alla dimensione funeraria e spirituale: le sirene erano considerate accompagnatrici delle anime o divinità della soglia tra la vita e la morte. Il loro canto non era una seduzione carnale, ma una promessa di conoscenza ultraterrena.

Intorno all’VIII-IX secolo, la sirena “perde le ali” e “acquista la coda”. Diventando ittiomorfa (donna-pesce), si trasformò in simbolo di lussuria e inganno femminile secondo la morale cristiana. Clemente Alessandrino, teologo cristiano la definì una “puttanella nel fiore degli anni”; il grammatico Servio Mario Onorato, commentatore di Virgilio, sostenne che le Sirene “erano meretrici che riducevano in miseria i passanti”.

Un aspetto originale della ricerca riguarda il dibattito erudito tra il ‘500 e l’800.  Gli storici napoletani mossi da un certo orgoglio patriottico, provavano un certo imbarazzo nel far discendere la nobile Napoli da un “mostro”.  Per ovviare al problema, applicarono l’eveterismo, interpretando il mito come storia reale: Partenope non sarebbe stata una sirena, ma una bellissima principessa greca, fuggita per amore e morta vergine sulle rive del golfo.

Con questa operazione gli intellettuali intendevano dare a Napoli un’origine eroica e “civile”, eliminando gli aspetti inquietanti e pagani. Orselli, tuttavia, critica questa visione, considerandola una forzatura che ha rischiato di cancellare il vero significato del mito.

Mentre i letterati cercavano di “normalizzare” Partenope, il popolo conservava memorie di una figura molto più potente e arcaica. L’autore cita, tra l’ampia tradizione orale della fiaba campana, il racconto “Mamma Sirena”, in cui la creatura non è una seduttrice malvagia, ma una figura materna, quasi una divinità protettrice e onnisciente, dotata di un potere magico immenso.

La ricerca tocca anche il sincretismo religioso, la fusione tra riti pagani e culto cristiano. Antonio Orselli suggerisce che l’antica venerazione per la sirena sia confluita nella devozione alla Vergine Maria, in particolare alla figura della Madonna della Catena che lega i fedeli non per sedurli ma per salvarli.

Attraverso una rigorosa analisi delle fonti, confrontando autori classici come Omero con la letteratura antiquaria, e il ricorso a un vasto approccio multidisciplinare, l’autore restituisce a Partenope la sua dimensione di “Grande Dea Napoletana”.  “Madre Sirena” è, dunque, un viaggio affascinante nel tempo, nella storia e nelle tradizioni alla ricerca dello spirito partenopeo. 

Dalle sale del MANN, che dal 3 aprile al 6 luglio 2026 ospita la grande mostra “Parthenope. La Sirena e la città”, al centro storico che custodisce il mistero del suo sepolcro, fino al mare del Golfo, Partenope reclama la sua immortalità, non più solo leggenda poetica, ma anima stessa, viscerale e persistente, della città di Napoli.

*Fiorella Franchini, giornalista