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VerbumPress

L’Immacolatella Vecchia e il Mandracchio

Cuore, memoria e destino del Porto monumentale di Napoli

Il porto di Napoli, uno dei più importanti d’Europa, cela tra le sue banchine una sorpresa di straordinario valore storico e artistico: la settecentesca palazzina rococò dell’Immacolatella Vecchia, Questo palazzo d’interesse storico-artistico sorge nell’attuale zona portuale, stretto tra la calata del Piliero e la calata di Porta di Massa, e rappresenta un simbolo potente della memoria marittima e del dramma dell’emigrazione meridionale. 

L’edificio venne realizzato intorno agli anni quaranta del XVIII secolo per volere di Carlo di Borbone. La sua costruzione rientrava in un vasto progetto di ampliamento e risistemazione del fronte a mare e dello scalo, destinato a estendersi tra il molo grande e il castello del Carmine, oggi in gran parte scomparso. 

La progettazione fu affidata al celebre architetto Domenico Antonio Vaccaro, il quale creò un suggestivo apparato barocco-rococò di colore rosso pompeiano e dalla pianta originariamente ottagonale. La struttura deve il suo nome alla piccola statua della Vergine Maria che svetta sulla sua sommità. Sebbene la tradizione l’abbia a lungo attribuita al Vaccaro, l’opera scultorea, insieme ai simbolismi e stucchi mariani presenti sulla facciata verso la città, è in realtà frutto del lavoro di Francesco Pagano. 

Inizialmente, il palazzo aveva una funzione di governo delle attività portuali, di giustizia e di sanità; in particolare, serviva ad accogliere e a sottoporre a controlli sanitari gli animali che giungevano a Napoli sulle imbarcazioni. Successivamente, alla fine dell’Ottocento, fu adibito a Stazione Marittima. 

L’assetto originale dell’Immacolatella era radicalmente diverso da quello odierno. Il palazzo sorgeva su uno scoglio in mezzo al mare, di fronte al piccolo porto Mandracchio, celebre. Era collegato alla terraferma tramite due ponti che partivano rispettivamente dal Molo Grande e dal bacino del Mandracchio, racchiudendo un piccolo bacino interno. 

Gli studiosi fanno risalire questo bacino all’antico porto greco di Arcina. Il termine “Mandracchio” deriva forse dallo spagnolo mandrache (darsena), o forse dalle mandrie di animali da macello che vi sbarcavano. Durante il regno di Francesco I (1825-1830), l’area sfruttò un edificio cinquecentesco di Domenico Fontana (la Dogana Grande o Della Calce, rivisitata da Stefano Gasse) per la riscossione dei dazi sulle farine. Il Largo venne recintato e precluso agli esterni, guadagnandosi una fama pericolosa e malfamata, sfondo di loschi affari. Sul lato occidentale si giungeva alla Strada del Piliero, mentre di fronte spiccava l’Immacolatella. Curiosamente, a fine Ottocento, i marinai inglesi che vi approdarono portarono il “football”: il Porto del Mandracchio divenne così il primo campo da calcio improvvisato dove si riunivano i ragazzi, prima che nel 1904 nascesse il primo club calcistico cittadino appoggiato al Circolo del Remo e della Vela Italia. 

L’intera area ha subìto stravolgimenti profondi. Il Risanamento del 1884, voluto dal sindaco Nicola Amore, stravolse il quartiere del Pendino e tra il 1935 e il 1939 il porto del Mandracchio cessò definitivamente di esistere, cancellato dalle mappe. Il bacino interno fu completamente eliminato e colmato di cemento: da questa parziale colmatura dello specchio d’acqua nacque l’attuale piazzale del molo dell’Immacolatella Vecchia. Durante questi lavori fu demolita anche la chiesa di San Nicola alla Dogana Vecchia. La ricostruzione post-bellica e i successivi ampliamenti portuali hanno definitivamente circondato la palazzina di terraferma, inglobandola nella nuova colmata della calata Porta di Massa.

Le mura dell’Immacolatella Vecchia sono veri e propri scrigni di microstorie e di grandi drammi collettivi. Nel 1799 In questo luogo avvenne l’uccisione, da parte dei lazzari, dei due fratelli filogiacobini Filomarino. Nello stesso anno, lo slargo del Mandracchio vide sorgere l’obelisco dedicato alla restaurazione borbonica, tuttora visibile nei pressi della cinquecentesca fontana della Maruzza. Per un breve periodo del XIX secolo, il palazzo fu anche affiancato dalla celebre fontana del Gigante, successivamente rimossa e collocata in Via Partenope, nei pressi del Castel dell’Ovo e del Borgo Antico di Santa Lucia. 

All’esterno dell’edificio, a pianta ottagonale, si possono ancora osservare due lapidi risalenti al ‘900 che ricordano i 101 marinai e portuali che persero la vita nel 1942 in seguito all’affondamento, nel porto di Napoli, dell’incrociatore Attendolo, colpito dai bombardieri Alleati. 

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’antico edificio vide consumarsi il dramma dell’emigrazione italiana. Fu l’ultimo lembo di terra calpestato da oltre due milioni di migranti del Mezzogiorno in partenza sui bastimenti verso le Americhe, carichi di valigie di cartone e speranze. Presso la Deputazione della Salute, i migranti (così come gli immigrati) venivano sottoposti a visite mediche per il passaporto sanitario. Il percorso classico prevedeva una tappa alla vicina Chiesa di Santa Maria di Portosalvo (edificata sul lato orientale) per chiedere una grazia prima di imbarcarsi. Fino agli anni ‘70 del Novecento, ogni 30 giugno, da qui partiva una suggestiva processione a mare: un dipinto dell’Immacolata veniva portato a bordo di un barcone. 

Dopo la dismissione dalle funzioni portuali negli anni ‘70, la palazzina fu impiegata come alloggio per i graduati della Marina, per poi scivolare in un lungo periodo di inutilizzo e abbandono. Oggi, mentre le navi moderne attraccano a Porta di Massa collegando Napoli alle mete del Mediterraneo, l’area monumentale di Portosalvo (che comprende l’Immacolatella, la Chiesa, l’Obelisco, la Fontana della Maruzza e il Molo di San Vincenzo) combatte per ritrovare una coerenza d’insieme.

Per l’Immacolatella Vecchia, tuttavia, si è aperto un nuovo capitolo. L’edificio è stato oggetto di un radicale e imponente intervento di restauro e rifunzionalizzazione strutturale realizzato da CMSA e promosso dall’Autorità Portuale di Napoli, per un costo di circa 6 milioni di euro, svoltosi nel biennio 2019-2021 e conclusosi nel 2022. 

Il progetto ha avuto l’obiettivo di preservare l’identità storica del palazzo e di trasformarlo in un nuovo Polo Culturale e Scientifico del Waterfront, volto ad aprire il porto alla cittadinanza integrandolo con il centro storico. Le linee guida e le destinazioni d’uso previste si dividono in diverse anime. La finalità più coerente con la nuova sensibilità culturale e turistica della città propende verso un utilizzo museale ed espositivo. Se ne è discusso, tra l’altro, in un recente convegno organizzato da Touring Club e Propeller Club Port of NAPLES presso la Lega Navale di Napoli dal titolo “Partono i bastimenti… L’Immacolatella Vecchia nel Porto di Napoli – Iconografia e Storia” a cui hanno partecipato il Consigliere Nazionale del TCI Giovanni Pandolfo, Antonio Buonajuto Presidente del Comitato scientifico del Touring della Campania, l’architetto Sergio Attanasio e l’urbanista Massimo Clemente.

La struttura potrebbe essere la sede di mostre e percorsi documentali sulla storia marittima, uno spazio per la musealizzazione di reperti archeologici subacquei e relitti storici della rada di Napoli. Probabile anche la creazione di un centro immersivo e interattivo digitale dedicato alla storia del porto e un polo scientifico e di studio destinato alla divulgazione dell’Economia del Mare e allo sviluppo marittimo moderno. Il modello ideale a cui tendere sarebbe quello di grandi città come Genova o New York che ha saputo trasformare Ellis Island in un monumento di storia contemporanea e in un attrattore culturale capace di richiamare milioni di turisti all’anno. 

Tra il 1876 e il 1911 circa 11,1 milioni di italiani lasciarono la loro terra, e di questi almeno 4 milioni provenivano da Napoli e dintorni. Lasciavano un paese povero, dove la promessa di una patria unita era rimasta lontana dalla loro vita quotidiana. Sia la letteratura che la musica del Novecento, soprattutto napoletana, hanno raccontato il tema dell’emigrazione; canzoni che non nascevano da virtuosismi musicali, ma da bisogni concreti, da emozioni, da addii dolorosi. “Santa Lucia Luntana” di E.A. Mario o  “Lacrime napulitane” di Libero Bovio sono pezzi dell’anima di un popolo, ritagli di una tragedia nazionale che è diventata canto, riannodando il filo della storia economica, sociale e politica, con i sentimenti più atavici, con il nostos greco, il dolore della terra lontana.  

Intanto, è stato recentemente siglato un accordo tra l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale guidata da Eliseo Cuccaro, alla presenza dei vertici di Sport e Salute: il Presidente Marco Mezzaroma e l’Amministratore Delegato Diego Nepi Molineris, grazie al quale il  Palazzo dell’Immacolatella sarà il quartier generale di Sport e Salute in vista dell’America’s Cup 2027, diventando  un punto di riferimento operativo, a partire dalla regata preliminare in programma a Napoli dal 24 al 27 settembre prossimi. Il piano terra, infatti, ospiterà mostre ed esposizioni dedicate alla storia marittima di Napoli e all’emigrazione italiana, con un percorso di valorizzazione pensato per i cittadini e i visitatori provenienti da tutto il mondo.

I luoghi sono l’eco della nostra memoria. Storiografia, tradizione e canzone classica napoletana potrebbero trovare nell’Immacolatella Vecchia lo spazio più iconico in cui raccontare il rapporto complesso ed emozionale tra la città partenopea e il mare. L’allestimento permanente di una mostra sull’emigrazione restituirebbe finalmente a Napoli un luogo in cui far rivivere una storia antica fatta di coraggio, attese e speranze.

*Fiorella Franchini, giornalista