L’Europa a un bivio
La sconfitta di Orbàn e le possibilità di un cambiamento
La guerra mondiale “frammentata”, così come la definiva papa Francesco, continua a tormentare le cancellerie occidentali. In questi ultimi due mesi abbiamo assistito a continui colpi di scena, veri e propri “plot twist” di un film dai contorni ancora poco chiari e indefiniti. Dalla crisi in Medio Oriente ai mercati in fibrillazione per la chiusura dello Stretto di Hormuz, dalle scorte di cherosene ai bombardamenti israeliani nel sud del Libano. E poi le dichiarazioni dei leader, insomma i contorni di pace sembrano ancora lontani dal definirsi in questa metà di aprile 2026 ricco di inquietudini. La sconfitta di Orbán in Ungheria riapre i giochi in Europa, una sorta di cavallo di Troia all’interno dell’UE, appassita in questi anni da “comparsa” in un mondo pieno di attori protagonisti che mostrano i muscoli appena possibile. Un duro colpo per i suoi due grandi sponsor – Donald Trump e Vladimir Putin – l’Europa farebbe bene a sfruttare il momento. L’Ungheria di Orbàn ha polarizzato i 27 come nessun altro. Avversario dichiarato di Bruxelles, e cardine di una strategia di estrema destra per prendere il controllo dell’Unione attraverso il gruppo dei cosiddetti “Patrioti” all’Europarlamento. Una “crepa” nell’”universo politico” sovranista che apre – o potrebbe aprire – una nuova stagione politica in Europa, opportunità per il “vecchio continente” di rafforzarsi e affrontare i suoi problemi. E quindi? Una nuova occasione per fare ordine tra le priorità in politica estera, per definire un bilancio settennale ambizioso, per portare avanti l’allargamento e per rivedere quel requisito – capestro – dell’unanimità che ha permesso ai singoli Stati membri di tenere in ostaggio la politica estera comune. Difficile andare a “meta” su tutto ma bisogna provarci. Oggi più che mai. Eppure, con le elezioni in calendario tra un anno in Francia, Italia, Spagna e Polonia, quello che arriva da Budapest rappresenta un segnale di cambiamento. Sta all’Europa, adesso, cambiare per andare incontro a un futuro diverso dalla storia distopica in cui è scivolata in questi anni ’20 del nuovo secolo.

In copertina “Mastroianni”, opera di Luisa Valeriani. Artista romana che con la sua arte originale prova a cogliere nelle sue opere momenti della nostra società contemporanea. Nell’opera si ricorda “La decima vittima” (1965) film di fantascienza surreale e satirico diretto da Elio Petri, tratto dal racconto The Seventh Victim di Robert Sheckley. Ambientato in un futuro distopico in cui le guerre sono state abolite, la violenza viene incanalata in un programma televisivo globale gestito dallo Stato: La Grande Caccia, una competizione spietata in cui “cacciatori” e “vittime” si affrontano in duelli mortali, scelti a rotazione da club internazionali. Precursore del reality show e anticipatore della saga di Hunger Games, il film riflette sull’assuefazione collettiva alla violenza spettacolarizzata e sulla mercificazione della morte. Ma in questo duello fra bene e male, giusto e sbagliato, fra l’accettazione della natura violenta dell’essere umano e il tentativo di incasellarla entro regole “civili”, chi è il vero vincitore? Solo chi beve una doppia razione di the Ming! Perché la vera arma, subdola e onnipresente, è la pubblicità: cinica, insinuante, priva di scrupoli, sempre pronta a trasformare ogni tragedia in un’occasione di profitto. Era il 1965, ma sembra ieri.
*Roberto Sciarrone, Ph.D in Storia d’Europa, giornalista professionista