La Cura, il nuovo libro di Concita De Gregorio
L’arte del rammendo e la logistica dell’amore
Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma riattivano la memoria dei sensi. Per chiunque abbia mai varcato la soglia di un ospedale, questo testo ha il potere quasi fisico di far risentire quell’odore tipico dei padiglioni, di far rivedere la luce tagliente dei corridoi e di far riascoltare i passi frettolosi di chi ci lavora o di chi attende. È un viaggio che per molti risveglia i ricordi d’infanzia, legati a quel mondo fatto di camici e di speranze sospese.

Al centro della narrazione c’è la frattura del tempo: un prima fatto di piccoli gesti quotidiani, come preparare un soffritto o dimenticarsi di annaffiare le piante, e un dopo improvviso, in cui una diagnosi o un dolore spengono la luce. Ma è proprio nei corridoi della sanità pubblica che l’autrice trova una straordinaria umanità: medici che sembrano angeli, una dottoressa che spiega come “abbracciare significa contenere senza trattenere”, e un primario che, davanti alla sofferenza, mette da parte il distacco clinico e torna a parlare il dialetto stretto della sua terra per consolare una madre. E poi c’è Ada, che non si limita a unire i lembi di un tessuto strappato, ma crea una cornice attorno al vuoto, insegnandoci l’arte paziente del rammendo della vita.
Attraverso la ‘logistica dell’amore’ – quella macchina invisibile fatta di turni, assistenza, scatoloni di fotografie e biglietti lasciati sotto un piatto – il libro affronta la vulnerabilità senza mai scivolare nel vittimismo. Ci ricorda che se anche non possiamo decidere cosa ci accade, siamo sempre noi a scegliere come reagire, se ridere o piangere, mentre il corpo cambia e ci fa sentire fragili come ragazzini.
Il filo rosso che unisce questi frammenti è la musica: il ritmo del cuore, il respiro di chi amiamo, una melodia d’infanzia. La musica è l’unica cosa capace di sopravviverci e di curare l’anima, l’unico linguaggio che resta vivo e guarisce anche quando la memoria svanisce.
Perché acquistare questo libro? Perché è un testo necessario per chiunque si prenda cura degli altri, per chi lavora dietro le quinte o nei padiglioni della sanità, e per chi sa cosa significa amare attraverso i gesti concreti della presenza. Non è una storia sulla malattia, ma un manifesto sulla dignità del dolore e sulla forza dei legami. Ma soprattutto, questo libro è un tributo immenso ai medici e alla loro dedizione straordinaria: a quelle ore incessanti passate dentro i reparti senza pensare a nient’altro, annullando il resto del mondo, perché in quel momento preciso la cura è l’unica cosa che conta davvero.
*Sonia Liccardi, collaboratrice