Il mio libro libero
Marco Ottaiano, docente universitario, lettore appassionato e fan dei Beatles, racconta il suo “Strawberry fields. Lennon, McCartney e i poeti romantici delle Lyrical Ballads”
Quante storie si possono racchiudere in 132 pagine? Marco Ottaiano, nel suo ultimo libro, edito da Martin Eden, ne ha raccolte almeno quattro. Come scrive nell’Avvertenza per il lettore, questo testo è “la piccola storia di un appassionato ascoltatore di musica”. Ma anche “la piccola storia di un lettore di libri”. E ancora “la piccola storia di un ammiratore di poeti inglesi del primo Ottocento”. Infine, “la piccola storia di un fan […] che come tanti non ha mai potuto ascoltare la musica dei Beatles dal vivo”. E non è tutto. In questo minuto volume dalla copertina rosa shocking c’è anche la storia dell’amicizia e della collaborazione artistica tra John Lennon e Paul McCartney. E di quella tra Samuel Taylor Coleridge e William Wordsworth. Poi, c’è la storia di una copia delle Lyrical Ballads, passata tra le mani di più lettori e finita sullo scaffale dell’usato di una libreria di Napoli, mentre da una cassa uscivano le note di Penny Lane e Strawberry Fields Forever, riprodotte in sequenza. Tante storie che si incontrano e che parlano di incontri. Incontri tra epoche, persone, oggetti e immaginari a volte apparentemente lontani, ma che forse hanno in comune più di quanto crediamo. Cosa? Lo scopriamo nelle parole dell’autore.

Le coppie Lennon-McCartney e Coleridge-Wordsworth sono vissute in momenti storici diversi e si sono dedicate ad arti diverse, cosa le unisce?
Le unisce una modalità di collaborazione contrastiva. Ciascuna delle due coppie è formata da due poli creativi opposti che trovano una sintesi, ma conservando la propria individualità. Sia nelle Lyrical Ballads sia nella discografia dei Beatles ciascun artista è libero di scrivere, di interpretare, di rappresentare, di proiettare il proprio mondo in opposizione a quello dell’altro da sé. Lennon scriveva liberamente le proprie canzoni, McCartney ritoccava, sistemava, aggiungeva, ma una canzone di Lennon rimaneva di Lennon e viceversa. Nelle Lyrical Ballads troviamo la stessa dinamica: le poesie di Coleridge sono facilmente individuabili, così come quelle di Wordsworth, ma sono all’interno di un unico progetto a doppia firma. Le due coppie hanno in comune anche il carattere innovativo per il tempo e il contesto di cui sono state protagoniste: le Ballads sono state un progetto rivoluzionario per la poesia in Occidente, come rivoluzionaria è stata la musica dei Beatles per il costume e la cultura popolare. Poi c’è la questione anagrafica: entrambe le coppie si sono formate nel momento più bello e creativo della vita, i vent’anni. Inoltre, sia Lennon e McCartney che Coleridge e Wordsworth avevano due anni di differenza tra loro e hanno vissuto una collaborazione artistica durata circa dieci anni.
Nella nostra società i ventenni sono spesso ritenuti poco più che ragazzini. Soprattutto nel mondo istituzionale o nei contesti aziendali, vengono messi “a fare le fotocopie”. I quattro artisti di cui hai scritto nei loro vent’anni hanno dato alla luce le loro creazioni migliori, di portata rivoluzionaria, appunto. Forse, le loro storie contengono un insegnamento che dovremmo cogliere su questo tema…
Sono perfettamente d’accordo. La forza dei vent’anni ha in sé una grande potenzialità creativa, intuitiva, probabilmente anche organizzativa e ideativa. La nostra società è una società vecchia. Quella degli anni ’60 fu una rivoluzione molto importante, proprio perché i ventenni erano al centro del dibattito. Erano loro a dettare le regole per un nuovo mondo. In poesia, per fortuna, è sempre stato così. La grande produzione poetica dei maggiori esponenti di questo genere, da Rimbaud a Baudelaire, fino a Neruda, è avvenuta attorno ai vent’anni. Neruda ha scritto le sue cose migliori a diciannove. La grandezza dei vent’anni, la bellezza dei vent’anni è questa: è una potenza deflagrante, una forza creativa che non guarda alle regole, non guarda al sistema e può portare la vera innovazione. Il problema di oggi è che le nuove generazioni sono spesso annullate da strutture che le vecchie generazioni hanno creato per loro e che ne stanno prosciugando la creatività.
Tu insegni all’università. Di ventenni ne vedi in continuazione. Cerchi di portare il messaggio che sono nella loro età più ricca?
Esatto. Io ogni anno ho un anno in più, gli studenti delle classi in cui insegno hanno sempre venti e ventun anni. Nelle prime lezioni ci tengo a dire di credere nei loro vent’anni. Di credere in quello che possono fare a quell’età. Di credere nella loro potenza immaginativa, generativa, rivoluzionaria. L’università deve favorire la nascita delle idee e lo sviluppo della creatività e non ostacolare e irregimentare.
Tornando al libro, nel testo ripeti spesso che “non è un saggio”. E, in effetti, leggendolo si scorge un mix tra il testo accademico, quello giornalistico, la biografia e anche la tua autobiografia. Tu come lo definiresti?
Prendo a prestito il titolo di un famoso libro di Flaubert: è un’educazione sentimentale. È lo scritto di una persona che insegna lingua e letteratura spagnola e traduzione e a un certo punto si riappropria di una sua passione che appartiene a un altro ambito linguistico e letterario, quello inglese. È un ambito che non ho mai voluto abbandonare del tutto, ma che inevitabilmente ho lasciato nei miei studi accademici. Questo libro è stato anche un’evasione dalla parte meno gratificante del mio mestiere: certe cose uno le scrive per sopravvivere, per non pensare al lavoro burocratico che, soprattutto nell’università pubblica, è schiacciante. Attraverso questa scrittura, ho ripercorso alcune delle tappe della mia formazione culturale giovanile. I poeti romantici li ho studiati all’università e poi li ho ritrovati più avanti da lettore. I Beatles mi accompagnano da più di quarant’anni, pur non essendo un gruppo che appartiene alla mia generazione. I miei vent’anni sono stati scanditi dai Nirvana e dai Radiohead, per citare i due gruppi più influenti. I Beatles però ci sono sempre stati: erano il grande classico. In questo libro ho voluto prendermi la libertà di giocare con la forma del testo e quindi ho cercato di ibridarlo un po’. Per quanto riguarda la parte autobiografica, tutto ciò che ho scritto è vero. Tutti gli aneddoti che racconto fanno riferimento a fatti realmente accaduti. Le foto contenute nel libro sono state scattate in casa mia. I vinili sono i miei. È stata un’idea degli editori e mi è piaciuta.

A proposito di aneddoti, nelle prime pagine scrivi che la nascita di questo volume è arrivata grazie al tuo “incontro” con una vecchia copia delle Lyrical Ballads in una libreria di Napoli. Per certi versi, il tuo libro parla anche della vita dei libri. Quelli usati, in particolare, che raccontano sempre due storie: quella che contengono e la loro.
Oltre al modo in cui l’ho trovata, quella copia delle Lyrical Ballads mi ha colpito per tre cose in particolare. La prima è che ho quasi avuto il dubbio che fosse proprio la mia. Come cantava Battisti, “all’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri”. L’ho fatto anch’io a mio tempo e, molto probabilmente, il mio primo volume delle Ballads è finito così. Per un istante mi è piaciuto pensare che potesse essere proprio quello. Il secondo fatto che mi è rimasto impresso è che nel libro ho trovato un numero di telefono scritto a penna. L’ho chiamato e ho scoperto che si trattava del numero di un penitenziario. Ho immediatamente riagganciato, non sapevo cosa dire. Ma ho iniziato a immaginarmi quel testo tra le mani di un detenuto. Quest’idea si lega anche al terzo aspetto che ha attirato la mia attenzione: le frasi che ho trovato sottolineate. Per esempio, un precedente proprietario del libro ha cerchiato una frase di Wordsworth che parla della libertà degli spiriti e della creatività. Quella frase in particolare mi ha fatto immaginare che quel detenuto potesse aver trovato un sollievo nel pensare che la sua creatività, la sua voglia di fare, di leggere, di approfondire gli offrisse uno spazio di libertà anche all’interno di un carcere. Potrebbe essere un romanzo nel romanzo.
Cosa ti è piaciuto di più nello scrivere questo libro?
Presentarlo. Ho voluto fare delle presentazioni musicali, nelle quali ho coinvolto dei musicisti amici. Abbiamo creato una nuova occasione per riascoltare i Beatles e, per alcuni, per scoprire brani che non conoscevano. Dei miei studenti, per esempio, mi hanno confessato che non avevano mai sentito Eleanor Rigby e l’hanno apprezzata.
Scrivere e presentare questo libro ti ha dato l’occasione per scrivere anche un nuovo capitolo della tua vita?
Sì. Le storie di cui parlo nel libro sono prima di tutto storie di grandi amicizie. Con i loro alti e bassi. Questo libro mi ha dato l’opportunità di risentire vecchi amici, di riavvicinarmi e anche di conoscere nuove persone, compresa quella con cui sto parlando in questo momento. Sono grato a questo libro e all’editore, che ha subito accettato l’idea di pubblicarlo e presentarlo così e mi ha seguito moltissimo. Questo volume mi ha anche permesso di approcciarmi ai lettori in modo diverso. Io ho sempre scritto testi di saggistica legati alle materie che insegno in università, libri che hanno una circolazione molto ristretta, tra studenti, studiosi e appassionati, con i quali spesso non stabilisci un legame. Questo invece è un libro libero, che mi ha portato a incontrare il lettore in senso più ampio. Un lettore che magari trova in ciò che hai scritto anche delle cose che nemmeno tu pensavi di aver detto.
*Mariachiara Silleni, giornalista, copywriter & communications specialist