La partita geostrategica della Turchia passa da Cipro
Nord Nicosia, Cipro. Büyük Han – ex caravanserraglio divenuto oggi uno dei simboli turistici della Nicosia turca – pullula di bambini in bicicletta, donne velate che frequentano il bazar e fedeli appena usciti dalla moschea.
Per raggiungerlo è necessario attraversare la “Linea Verde”, un’area demilitarizzata in corrispondenza della zona cuscinetto controllata da una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, oltre a due checkpoint presidiati da funzionari di polizia e militari greci e turchi.
Non è la Berlino della Guerra Fredda, ma la capitale di uno Stato nell’Unione Europea da un ventennio, divisa da quello che a ben vedere è stato definito “l’ultimo muro d’Europa”.

Dall’estate del 1974, Cipro è un paese diviso. A sud, la maggioranza di etnia greca. A nord, la Repubblica Turca di Cipro Nord, uno “Stato fantasma” non riconosciuto da alcuna potenza se non da Ankara, che provvede alla sua sopravvivenza occupandosi della sua sicurezza e degli approvvigionamenti essenziali. Nata a seguito di un’invasione da parte dell’esercito turco, intervenuto per garantire il rispetto di un accordo tripartito firmato con Grecia e Gran Bretagna all’indomani dell’indipendenza dell’isola e per porre fine alle tensioni sorte in seguito alla presa di potere dei Colonnelli ad Atene, l’esistenza di Cipro Nord e l’annessa questione turco-cipriota resta uno dei tanti dossier rimasti aperti ed irrisolti da quasi mezzo secolo. Una spina nel fianco del progetto di integrazione europea che torna alla ribalta solo quando l’attualità lo richiede e, allo stesso tempo, uno dei punti critici della partita geopolitica che si sta giocando in un Mediterraneo che torna ad essere centrale nelle questioni internazionali.
Se la comunità degli Stati, dopo oltre cinquant’anni, sembra aver derubricato in modo definitivo la vicenda cipriota ad un “conflitto congelato” o ad una “non crisi” divenuta cronicamente stabile, la realtà dell’isola sembra tuttavia suggerire uno scenario ben più complesso, potenzialmente in grado di destabilizzare quelli che sono gli assetti strategici internazionali. Non si tratta solo di scontri periodici tra forze di pace dell’ONU e militari turco-ciprioti – gli ultimi nel 2023 nei pressi di Phyla per via di incursioni legate alla costruzione illegale di una strada -, bensì di tensioni ben più profonde che vedono coinvolte le principali potenze economiche e militari mondiali.
Prima tra tutte, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Indubbiamente, il 1974 ha segnato un drammatico spartiacque nella storia di Cipro: da un’indipendenza insostenibile ad una partizione ingiusta per i greco-ciprioti, che considerano il nord dell’isola “territorio occupato”. Tuttavia, una divisione che si rivela stabile a fronte del fallimento di molteplici soluzioni che per anni hanno associato le vicende di Cipro all’espressione “la morte dei diplomatici”. L’”enosis” dell’ex Presidente Makarios, che auspicava l’unificazione di Cipro alla Grecia; il “Piano Annan” dell’ex Segretario delle Nazioni Unite, bocciato nel 2004 da un referendum tenutosi nella parte meridionale dell’isola; l’ingresso nell’Unione Europea, che non ha rafforzato tanto le spinte nazionaliste, quanto acuito il conflitto di interessi tra Grecia e Turchia.
Proprio Ankara, infatti, sembra aver avuto la forza politica e strategica di imporre i propri interessi e rendere praticabile una situazione territoriale che ancora oggi presenta una base solida e definisce un contesto stabilizzato benché non riconosciuto.
Che non si tratti di una mera questione di sostegno alla minoranza cipriota con cui condivide etnia e cultura è evidente. Oltre al senso di appartenenza dei cittadini, Grecia e Turchia sono anche due dei principali attori che si contendono risorse energetiche e presenza nel Mediterraneo, e che in Cipro vedono uno dei propri perni geo-strategici quale “antenna del Levante”. In questo senso, la scoperta di giacimenti di gas al largo delle acque cipriote ha rappresentato un punto di non ritorno, legando l’isola ad una serie di interessi economici che la portano al centro della competizione globale tra potenze.
Da un lato, la Repubblica di Cipro ha tentato di proporsi come nucleo offshore e hub finanziario internazionale, rilanciando in chiave moderna la sua funzione storica di crocevia di tre continenti per porsi al centro di progetti di investimento – tra cui le nuove vie della seta di Pechino.
Dall’altro lato, l’appartenenza all’area posta al di sopra della Linea Verde comporta una totale dipendenza da Ankara quale prezzo da pagare per evitare l’isolamento internazionale. Con la differenza che ad una debolezza internazionale della Grecia, da anni alle prese con una situazione economico-finanziaria disastrosa, non corrisponde un’altrettanta fragilità turca. Al contrario, il Presidente Erdoğan ha dapprima tenuto sotto scacco Bruxelles attraverso l’affaire migranti, e poi avanzato pretese sulle acque di Cipro, cercando di massimizzare una politica estera dinamica e flessibile che pone al centro una postura “panturanica” o “neo-ottomana” verso Balcani, regione MENA e soprattutto Asia Centrale. Da qui la rilevanza strategica del Mediterraneo: garantire l’esistenza della Repubblica di Cipro Nord sottraendo terreno ad eventuali riunificazioni sotto l’egida dell’Unione Europea significa sostenere il proprio orizzonte espansivo nel Mare Nostrum, concetto concepito nel 2006 dall’Ammiraglio Cem Gürdeniz con il termine Mavi Vatan, la “Patria Blu”, ed abbracciato non solo da Erdoğan ma soprattutto da una generazione di giovani turchi che un domani andranno a nutrire la classe dirigente del paese.
In un simile contesto, l’Unione Europea ha tentato più volte di imporsi come mediatrice, senza tuttavia essere in grado di esercitare una pressione efficace su Ankara. A rilanciare i negoziati per una soluzione pacifica ed un eventuale riunificazione di Cipro sono ancora le Nazioni Unite, che sulla scia dei fallimenti nell’imporsi quale forum di dialogo diplomatico sulle vicende di Gaza e dell’Ucraina cercano sull’isola mediterranea un potenziale successo. Il Segretario Generale ONU ha infatti nominato Maria angela Holguin, ex Ministro colombiano, inviata personale per facilitare colloqui informali tra i leader locali e le potenze garanti. Un primo incontro è previsto per il mese di settembre, mentre un vertice più ampio che includerà anche Grecia, Turchia e Gran Bretagna dovrebbe tenersi entro la fine dell’anno.
Se il baricentro della politica estera turca si sposta verso il mare, ancor più rilevante diviene la posizione di Cipro quale avamposto strategico nel quale si esternano le rivalità della Turchia con Israele. Oltre all’attuale situazione di crisi nelle relazioni bilaterali tra Ankara e Gerusalemme, la Turchia sembra ancora una volta beneficiare della rottura diplomatica che quest’estate ha investito lo Stato ebraico e infiammato la politica greco-cipriota, con reciproci scambi di accuse di antisemitismo ed espansione coloniale tra le élite locali. Oggetto della disputa la crescita vertiginosa di proprietà immobiliari nelle mani di individui israeliani, favoriti da un sistema vantaggioso di visti – il cosiddetto “Golden Visa” – che consente di acquisire in modo repentino la cittadinanza cipriota a fronte di investimenti di almeno 300.000 euro. Complice un debole sistema di controllo da parte delle autorità locali, ad aver sollevato le preoccupazioni dei leader del partito di opposizione cipriota sono i timori che le proprietà acquisite vengano trasformate in enclavi chiuse, inaccessibili al controllo locale e parallele al sistema sociale di Cipro, ad uso esclusivo dei cittadini israeliani.
In termini di sicurezza, si tratta della prospettiva dello sviluppo di apparati di intelligence e spionaggio con il coinvolgimento del Mossad, già attivo in passato sull’isola. Così per Israele Cipro acquisisce un ruolo strategico: non solo uno sbocco economico per i suoi cittadini in cerca di avventure immobiliari, bensì una prospettiva da cui osservare i vicini mediorientali e le coste di Gaza, distanti sole 210 miglia nautiche. Dietro alla vendita di proprietà immobiliari, dunque, l’isola di Cipro – già segnata da mezzo secolo di divisioni interetniche – si troverebbe a dover affrontare nuove intrusioni di sovranità, con il rischio di divenire una base operativa per paesi terzi e compromettere la propria neutralità.
*Valentina Chabert