Gianluca Gotto, Ci basterà mangiare il vento
Il tempo dell’impermanenza e la paura di sentire
Nelle sue 588 pagine, lo stile di Gianluca Gotto possiede una qualità rara: la capacità di trasformare la parola in un gesto d’accoglienza. Non c’è fretta nella sua narrazione, ma un procedere misurato e avvolgente che si appoggia alle nostre crepe interiori con la grazia impercettibile di un’esitazione, spalancando finestre su territori dell’anima che credevamo di aver messo al sicuro.
Avanzare tra le pagine di Ci basterà mangiare il vento di Gianluca Gotto è come specchiarsi in una trasparenza quasi destabilizzante.

Fin dai primi capitoli, il lettore viene catturato da una grammatica del sentire profonda e vivida, fatta di sguardi capaci di registrare il rossore esatto di un’iride stanca, di gesti minimi che diventano prove d’esistenza, e di quel perenne pendolo umano che oscilla tra il desiderio profondo di restare e l’istinto primordiale di scappare lontano.
“Tutti quanti abbiamo un ponte sotto cui abbiamo buttato la nostra vita… Penso che sia saggio non tornare sotto certi ponti, altrimenti poi ritorna tutto.”
Il romanzo si muove in un’atmosfera suspended, quasi cinematografica. Nelle sequenze iniziali — tra il micro-mondo chiuso di un ascensore e la penombra d’un locale a Singapore — il dialogo tra i protagonisti non è mai soltanto uno scambio di battute: è un corpo a corpo con la propria identità.
Gotto indaga con grazia il tema dell’esitazione, ricordando come spesso la pretesa di essere perfetti finisca per farci diventare rigidi, bloccati nella paura di sbagliare, prigionieri di una vita fatta solo di pensieri invece che di azioni.
Il protagonista tenta di edificare la propria salvezza sul concetto di “vuoto” e sulla filosofia orientale, persuaso che per non soffrire basti non affezionarsi a nulla, rimanere inosservati e azzerare le aspettative. Ma la vita reale presenta il conto attraverso le crepe dell’imprevisto: l’incontro con Giorgia, la cui vulnerabilità e la cui carica vitale scardinano ogni difesa teorica; la grazia solenne e fragile degli anziani che praticano Tai Chi all’alba nei parchi di Singapore, icone viventi dell’impermanenza e i luoghi della fragilità e della cura, in un reparto di oncologia pediatrica, dove perfino una maschera da supereroe può diventare un ponte tra la sofferenza e la speranza.
In questo itinerario suggestivo tra Oriente e Italia, la scrittura indaga il peso delle nostre eredità invisibili. Ci illudiamo di poter cambiare vita cambiando semplicemente contesto o città, senza capire che se chi guida resta la stessa persona, la traiettoria interiore non cambierà mai. E il karma, come ci ricorda l’autore, non è un destino cinico, ma la semplice, inevitabile somma delle nostre scelte quotidiane.
Addentrandosi nella seconda parte della narrazione, lo stile dell’autore conferma quella sua rara dote di procedere con misura, trasformando la parola in una superficie specchiante che mette a nudo le nostre difese più intime. In questa porzione di storia, il romanzo sposta il suo baricentro filosofico su un nodo cruciale, umano e universale: l’illusione che la salvezza coincida con il distanziamento.
Il protagonista ha cercato per anni di edificare la propria serenità nella “stanza del vuoto”, persuaso che il non-attaccamento buddista consistesse nel distacco, nello scappare prima che le cose si rovinino, nell’evitare di provare dolore azzerando il coinvolgimento emotivo.
Ma la vita reale non si lascia addomesticare dalle teorie filosofiche. L’incontro e il confronto serrato con Giorgia diventano uno specchio implacabile, un corpo a corpo dove ogni difesa teorica viene scardinata:
“Quando vuoi troppo qualcosa ne hai anche paura… avevo paura di perdere il controllo.”
La scrittura indaga con spietata lucidità quella tentazione tutta contemporanea di scambiare l’antidoto con la guarigione. Ci rifugiamo nella meditazione, nel controllo o nella distanza per evitare di soffrire, scambiando la serenità per una vita vissuta “per sottrazione”. Ma evitare il dolore significa anche precludersi la gioia. La vera “via di mezzo” non è camminare ai bordi della strada per non prendere urti, ma avere il coraggio di stare al centro dell’esistenza, attraversando con dignità la passione e la perdita, la felicità e la tristezza.
I capitoli si snodano così attraverso pagine di altissima densità emotiva e riflessiva, dove il peso del karma familiare e le ferite invisibili ereditate dai genitori chiedono di essere spezzate per non essere trasmesse oltre. In questo percorso, l’immagine iconica della statua del Makan Angin a Singapore diventa il simbolo di una necessaria leggerezza — quell’imparare a “mangiare il vento” lasciandosi portare via dai propri pensieri —, mentre la musica di Black dei Pearl Jam e la poesia eterna di Rumi si fanno specchio viscerale di un dolore che cerca riscatto, chiedendosi perché certi amori debbano infine diventare la stella del cielo di qualcun altro.
“Ho cercato nei templi, nelle chiese e nelle moschee, ma ho trovato il Divino soltanto nel mio cuore.
Ogni ricerca si conclude quando finalmente troviamo la nostra anima.”
Gotto ci regala pagine che interrogano il lettore su cosa significhi davvero amare. L’atto d’amore più grande non è l’assenza di paure, ma il coraggio di non punirsi, di accettare il rischio del contatto e della memoria. Capiamo che le persone che ci cambiano la vita spesso sono proprio quelle che non restano, ma che lasciano un solco indelebile e ci insegnano l’unica lezione che conta: che il karma è un’azione, un’intenzione quotidiana, non un destino subito.
Pur senza rivelare dove condurranno le strade dei protagonisti, la lettura lascia addosso un senso di profonda gratitudine. Dimostra che anche i volumi più fitti possono scorrere leggeri quando toccano le corde giuste.
Ci basterà mangiare il vento è un viaggio denso, poetico e illuminante sulla bellezza dell’essere umani e imperfetti. Un libro da regalarsi e da regalare: una lettura necessaria per chiunque abbia mai avuto paura di affezionarsi, e che ritroverà tra queste righe l’impulso a smettere di fuggire, posare le armi, e tornare finalmente a sentire.
*Sonia Liccardi, collaboratrice