Ritratti senza pennello
Dino Risi, abitare di fianco allo zoo
“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo per tanto tempo fuori dalla finestra con il naso appoggiato sul vetro, sto lavorando?” Lo diceva Dino Risi, uno dei più geniali registi della “commedia all’italiana”. Questa era la definizione di quei film davvero straordinari che hanno segnato un’epoca nel cinema. E’ sempre difficile dare una definizione precisa ad un periodo storico, a storie raccontate per immagini. Lo è oggettivamente ma abbiamo sempre la necessità, non si sa se sia giusto o sbagliato, di inquadrare tutto: nell’arte, nella vita, nella politica e ancora di più, là dove il nostro immaginario comincia a esplorare, ricavando a volte, dei “quadri d’autore” presi dalla quotidianità. In questo caso, “inquadrature d’autore”. Il naso appoggiato sul vetro. Guardava la gente camminare, il mescolarsi delle persone tra loro che si sfioravano andando oltre le loro facce, i loro sguardi. Non si sarebbero mai conosciuti e probabilmente mai più incontrati anzi incrociati, casualmente incrociati. Per Dino Risi, invece, ognuno di loro era un spunto potenziale, ciascuno racchiudeva in sé una storia, un’idea di storia e anche molto di più, quando un microcosmo si trasforma in qualcosa di maggiormente grande e significativo. Dino Risi(1916-2008) è il registi di film di grande spessore come: Una vita difficile(1961), La marcia su Roma(1962),Il sorpasso(1962) ,I mostri(1963), Il giovedì(1964), L’ombrellone (1965), Operazione San Gennaro(1966), Straziami ma di baci saziami (1968),La moglie del prete(1970), In nome del popolo italiano (1971), Profumo di donna(1974),Telefoni bianchi(1976), I nuovi mostri(1977), Tolgo il disturbo1990) e tanti altri avendo girato, nel corso della sua carriera, 50 film inclusi lungometraggi per il cinema, documentari e film a episodi.

Nel 2006, alla vigilia dei suoi 90 anni, decisi di andarlo a intervistare. Da tempo aveva scelto di vivere in solitudine. Abitava nel Residence Aldovrandi, a Roma, nella via omonima, una strada in discesa che arriva dove c’e’ il Museo Nazionale d’arte moderna e la facoltà d’architettura sul lato destro e sul lato sinistro, la grande scalinata che è uno degli accessi a Villa Borghese e all’Accademia di Romania. Ma Dino Risi non vedeva dalla finestra del suo miniappartamento tutto questo. La finestra dava sulla strada e soltanto in fondo, dopo una curva, si arrivava davanti al grande spiazzo di Valle Giulia. Davanti alla sua finestra si intravedeva, nascosto da una notevole vegetazione, un lato del giardino zoologico di Roma (oggi Bioparco), la zona dove ci sono varie tipologie e razze di uccelli e il loro richiamo si mescolava e confondeva spesso in un unico suono indistinto.
Ci avevo pensato molto, ero perplesso se realizzare o no questa intervista. Risi non aveva fama di simpatico e comunicativo, in realtà non lo era e mi sarebbe dispiaciuto impattare con il suo carattere. Gli telefonai al Residence, rispose il centralino, chiesi di lui. Venne al telefono, fu gentile, ebbi l’appuntamento dopo tre giorni, li’ nel Residence.
Quando sto per fare un’intervista, soprattutto importante ma, a pensarci bene, tutte le interviste sono importanti, prende il sopravvento in me come un senso di grande aspettativa ma non immagino le risposte alle mie domande, alcune delle quali sono improvvisate perché nascono dall’andamento della conversazione, è uno stato d’animo generale che si traduce in in benessere mentale, la mente si libera, tutto il corpo si prepara e si compatta come quando stai per cominciare una gara dei 100 metri, magari ad ostacoli.
Il momento dell’ingresso in casa quasi non lo ricordo: l’emozione di lui che mi venne ad aprire, mi fece attraversare l’ingresso e mi fece sedere su un lungo divano, uno da una parte e uno dall’altra, mi hanno cancellato “il testo” dell’impatto iniziale. Mi ricordo che non ci furono convenevoli, educazione sì, non ricordo sorrisi particolari, non ricordo che cosa precedette davvero l’intervista, credo che entrammo subito nel merito. L’unica cosa fu che gli dovetti chiedere la cortesia di stare un po’ più vicini altrimenti non sarei arrivato con il microfono, richiesta (gradita, non gradita?) ma accolta subito.
E l’intervista cominciò.
Dino Risi, ci sono delle domande che Le danno fastidio? Domande che non volesse mai che le fossero fatte o che l’’hanno particolarmente seccata nel passato.Tutte le domande mi danno fastidio, è una cosa che mi viene dagli anni di scuola, come quando mi dicono “maestro”, io inorridisco. Una volta ho perso l’anno in ginnasio perché mi sono rifiutato di rispondere al maestro. Ho fatto scena muta e lui mi ha detto: “Perché non rispondi?” Perché non Le voglio rispondere. Perché la sua domanda non mi piace. Ho fatto anche altre cose che a scuola non si potevano fare.
Quindi diciamo che questo suo atteggiamento parte da lontano, fa parte del suo carattere…
Sì, sì, è un po’ il mio carattere, certo, certo.
Nel corso della sua vita artistica Lei si è costruito più un’immagine di simpatico o antipatico? Mah, non saprei però tutto sommato penso di essere stato più antipatico. Anche perché sono un po’ scostante, non mi piace appunto essere intervistato.
Quindi io sto facendo un lavoro terribile in questo momento.
C’è una frase molto bella che ho letto qualche giorno fa “quando hai toccato il fondo comincia a scavare”. Bella, eh?
Credo che Lei metta in relazione questa frase con le caratteristiche psicologiche delle persone, delle situazioni. Tutto questo nasce da quel che Lei è stato all’inizio cioè psichiatra?
Ma è da sempre , da quando ero bambino, una grande curiosità per gli altri , io non avrei voluto fare niente solo andare in giro e parlare con chi mi capitava. Io ero terrorizzato di fare 10-15 anni di scuola e poi prendere addirittura una laurea, mio malgrado.
Era la laurea che voleva Lei?
Era la laurea che voleva mia madre. Mio padre era medico. Io e mio fratello ci siamo laureati in medicina tutti e due per far contenta la mamma.
Però la specializzazione l’ha scelta Lei, dipendeva dal fatto che Le piaceva analizzare la gente? In realtà ho avuto molta simpatia per i matti o per le persone strane, un po’ curiose. Durante la guerra ne ho conosciute tante perché la guerra è un terreno fertile per gli irregolari. Ancora si incontrano dei personaggi strepitosi. Ma io ho sempre avuto interesse per gli altri. Avrei voluto diventare psichiatra ma mi sono fermato dopo un anno. Sono stato sei mesi nel manicomio di Voghera e mi sono detto che questo non era per me. È come se stessi facendo ancora adesso la specializzazione.
A me non piacciono molto gli aggettivi, ma a volte è un modo spiccio per qualificare qualcuno o qualcosa. È stato detto di Lei che è cinico, grottesco, divertente.
Cinico per me non è una parola che ti bolla, cinico vuol dire amare la verità, cercare di arrivare nel cuore delle persone oppure essere sinceri con sé stessi. Grottesco e divertente quello sì. Anche con un pizzico di cattiveria, se vogliamo, di vedere i difetti, e poi anche perdonarli. Facevo la professione di cattivo.
Questa cattiveria che ritorna sempre nella nostra conversazione, è una cosa che Le è servita per capire meglio i personaggi, per rappresentarli meglio?
Sì, mi è servita per dare un retrogusto ai personaggi cioè non limitarmi alla facciata. Cercavo di capire le motivazioni, i vari strati dei loro comportamenti. Oscar Wilde diceva di un attore “Speriamo che si tolga la maschera così vediamo la maschera vera, quella che c’è sotto”. E questo vale non solo per gli attori, vale un po’ per tutti noi. Pirandello diceva “Uno, nessuno, centomila”, ma siamo tre o quattro tutto sommato non è che siamo tanti .
Poveri ma belli è del ‘56, se non sbaglio. Possiamo dire che questo sia l’inizio della commedia all’italiana di cui si parla spesso impropriamente perché ci sono tante sfumature di cui non viene sempre tenuto conto?
Ma la cosìddetta commedia all’italiana è cominciata molto prima. Io la faccio cominciare con un film di Camerini con De Sica giovane, si chiamava Uomini che mascalzoni . Che poi, la definizione all’italiana è nata come un termine un po’ dispregiativo. C’era una critica di sinistra molto violenta contro quelli che si permettevano di far sorridere perché non era di sinistra ridere. Per questo erano trattati malissimo questi film da certi critici. Ma poi ha funzionato lo stesso perché le cose basta che hanno una definizione, allora rimangono. Se non riescono a classificarti sono perduti.
E per questo è stato un bene aver dato un nome. Una vita difficile Il sorpasso, I mostri , I nuovi mostri , In nome del popolo italiano sono film che cito con una cronologia progressiva. Che cosa hanno in comune e che cosa non hanno, secondo Lei? E soprattutto quando Lei li realizzava si rendeva conto che avrebbero avuto un successo così importante?
No, assolutamente no. Ci sono alcuni registi che quando fanno un film pensano di fare un capolavoro e in genere sbagliano. Io ho fatto dei film tenendo d’occhio il mondo che avevo intorno a me: la realtà italiana, trovare delle tappe che sono poi quelle del paese. Per esempio Il sorpasso è il boom, la scoperta dell’automobile, dopo la guerra e la fame, la fatica a ricominciare.
Le vicende del paese, questo è vero, però io credo che senza talento non si possa rappresentare nel modo in cui lo ha fatto Lei. Ad esempio oggi è un’epoca diversa da allora ma non è proprio un tempo che non ci dice nulla. Eppure sembra che non ci siano tante idee stimolanti per un film.
Io oggi vorrei avere trent’anni per divertirmi con i mostri che ci sono. E ce ne sono tanti, eh! Allora c’era più tempo però, il tempo non correva come oggi. Per cui una storia invecchia subito, appena l’hai pensata è già vecchia. Allora si andava più lentamente, c’era il tempo di riflettere sulle cose. Io devo parlare anche dei miei grandi colleghi, ci sono dei film bellissimi. Io dico sempre che i miei film più belli sono quelli che avrei dovuto fare e poi hanno fatto gli altri.
C’è un film che Le è rimasto sul pomo d’Adamo e che non è riuscito a fare?
Che non sono riuscito a fare ce ne sono tanti. Ci sono almeno 20 film che sono rimasti nel cassetto. Questo penso che succede a qualsiasi romanziere, musicista. È un bene che sia così, d’altra parte un film prende tempo. A volte mi domando come ho potuto fare 50 film nella mia vita, quasi un film all’anno. Non avrei mai pensarci di riuscire anche perché io sono pigro, mi piace dormire. Andare sul set la mattina dove tutti ti riempono di domande è una tortura.
Lei pensa che il regista debba essere un ruolo separato da tutti gli altri? Perché oggi c’è la tendenza che una persona fa tutto. E questa secondo me, non è una cosa positiva attore-regista-sceneggiatore ecc
Il mestiere del regista è un po’ come quello del capitano di una nave, bisogna avere autorità ma anche amore per il prossimo, molta pazienza, una buona salute perché è molto faticoso. Quando facevamo i film noi c’era un po’ più di rispetto e poi c’erano i produttori veri, i film partivano da loro, c’erano i musicisti, i direttori della fotografia, gli operatori, fondamentali, ha ragione Lei oggi tendono tutti ad accentrare. I risultati non sono sempre buoni.
Il suo rapporto con Gassmann. Lei ha fatto 15 film con lui. Le cito la frase che Lei diceva a Gassmann quando era nel pieno della depressione: “A volte penso di essere morto per ritornare in vita e riguardare quello che c’è”. Ma non funzionava molto.
E’ una cosa che pensavo allora come adesso: sono morto e mi hanno concesso una vacanza. Flaubert diceva “In fondo, basta guardare a lungo una cosa perché diventi interessante e io questo lo tengo sempre presente”.
Veniamo al suo libro “I miei mostri” pubblicato da mondadori. E’ un libro che non parla dei suoi film in quanto tali ma parla di tanti spicchi di vita, di realtà che fanno anche riferimento agli aneddoti e a situazioni vissute sul set. Ne ricorda qualcuno in particolare, per esempio il fatto che a Lei non piacevano le scene con i baci.
Questo libro è nato così, a mia insaputa, mi hanno quasi costretto a scriverlo. Io raccontavo spesso delle mie storie, aneddoti ecc e qualcuno ha detto, posso fare anche i nomi, Marco Giusti e Beppe Cottafavi, e allora mi sono messo lì con la mia mitica macchina da scrivere Olivetti 22, ho cominciato a scrivere , mi sono venute fuori rapidamente 230 pagine. Mi sono scoperto, praticamente in un’età in cui si è dimenticati di solito, e ho avuto il piacere del successo. Perché il libro ha avuto successo, mi hanno telefonato da tante parti d’Italia, gente che non mi conosceva per dirmi che amavano questo libro. Ho avuto questa piacevole sorpresa. Come diceva Andy Warhol: “Ognuno di noi, prima o poi, avrà il suo quarto d’ora di gloria”. Perché con i film non ho avuto il successo che ho avuto con il libro.
Nel momento in cui il film usciva, però dopo…
In realtà ero stato messo in quarantena da 20 anni da quei critici di cui ho parlato prima.
Ma non se ne erano accorti che Una vita difficile era un film straordinario?
No, non se ne erano accorti, era passato quasi inosservato. Per esempio, un film che era andato malissimo è stato Il sorpasso che oggi è citato trai i 100 film più belli della storia del cinema. Non si sa mai se un film è buono o cattivo, all’inizio.
E’ vero che a piazza Euclide, ci fu , da parte sua, il tentativo di conquistare Silvia Koscina’ Era un tentativo che poteva andare a buon fine?
Sì, era un tentativo…un po’ un arrembaggio , mi piaceva molto Silvia. Aveva fatto un film con me che era Nonna Sabella e io naturalmente ci ho provato, come si dice. La cosa era quasi riuscita, le avevo dato un appuntamento a piazza Euclide, lei mi stava facendo salire sulla sua macchina quando ho sentito le grida dei miei due frugoletti: “Papà!Papà!” E arrivarono i miei due figli seguiti dalla mamma. A quel punto la Koscina ha messo in moto la macchina ed è scappata. E’ finita prima di cominciare.
C’è qualcosa che vuole ricordare qui, che non ha detto nel libro oppure l’ha detto?
E’ pieno di aneddoti , ho ricordato anche che io ho avuto una storia con Anita Eckberg. Un giorno mi ha telefonato perché voleva leggere il libro. Io le ho mandato il libro da leggere e lei mi ha risposto dopo molte settimane. Mi ha mandato un fax che diceva “Tu piccolo uomo, grande stronzo”. Questo è il commento di Anita Eckberg al libro.
Lei si sente cambiato nel tempo perché ad esempio, in quest’intervista, è stato molto cordiale? E’ un fioretto che ha fatto oppure si sente più addolcito?
La maturità addolcisce, si diventa più generosi, si cerca anche di farsi degli amici perché c’è anche la paura di essere dimenticati. Gli anni , non dico che me li porto bene perché ho anche un po’ di acciacchi inevitabili, ma finché le gambe camminano e la testa è lucida si può pensare di non essere vecchi.
Un’ultimissima cosa: quale è il film che Lei ha fatto e Le è piaciuto di più?
Io non mi sono mai innamorato dei miei film. Forse potrei citare, come un padre che ha tenerezza per un figlio riuscito meno bene, il film che ho fatto con Walter Chiari: Giovedì , è un film che amo molto. Non ha avuto un grande successo. Considerato uno dei miei film minori in confronto a Profumo di donna che è stato anche rifatto da Al Pacino che ha preso l’Oscar. Sarebbe stato più giusto assegnarlo a Gassmann nella versione italiana con Momo che aveva recitato in Malizia di Samperi con Laura Antonelli. “Era un ragazzo molto simpatico. E’ morto facendosi prestare la motocicletta”.
Uscendo dall ‘ abitazione di Dino Risi e poi dal Residence, mi sembrò di respirare a pieni polmoni, una boccata d’aria tiepida e accogliente diversa da quella fatta nel percorso inverso, un’ora e mezzo prima. Un pensiero prese il sopravvento su tutti. Ci sono delle cose, pensai, di cui parleremo sempre finchè esisterà la vita, finchè esisterà il mondo. Cambierà forse la forma, il modo della narrazione, l’interpretazione di eventi e accadimenti e la loro rielaborazione. Ma se ne parlerà sempre anche oltre il rischio inevitabile dell’oblio. Ma in certi casi, l’oblio non esiste, semmai è una mutazione.
*Marco Tesei, giornalista