Non scrivere di Me. Il nuovo romanzo di Veronica Raimo
Dimenticate l’innamoramento. L’innamoramento, qui, è un “tranello”, un vuoto termico dove ci si rifugia per non dover esistere.
“Non scrivere di me” di Veronica Raimo non è un semplice romanzo, è una stanza d’albergo dove il tempo si ferma e la dignità si sgretola sotto i colpi di una devozione che somiglia a una malattia. La protagonista, S., non è una vittima da compatire; è un cane da guardia che protegge il suo dolore con un’ottusa tenacia, convinta che il silenzio di un uomo sia “purezza” e la sua crudeltà sia “nitore”. È quella difesa disperata che si mette in atto quando si preferisce credere che lui sia “Cristo” piuttosto che ammettere che è solo un uomo capace di distruggere chi lo ama.

Tutto parte da una stanza a Roma, dove il sesso diventa menomazione e la sparizione di un uomo trasforma una donna in una creatura in lutto. È lì che nasce la “collezione degli orrori” sepolta in cantina: jeans scuri, maglie color mineral, un vecchio Nokia pieno di messaggi che sono diventati feticci di un’ossessione.
S. camuffa la sua devozione, la protegge dalle stroncature del mondo e dai silenzi di lui, arrivando a provare una gratitudine paradossale verso il proprio corpo perché si sta facendo carico di tutta la sofferenza. Preferisce sentire il dolore fisico dei lividi sulle braccia e sulle gambe perché è una realtà tangibile, più facile da gestire rispetto al dolore dell’irrimediabilità.
Il libro scava in quella “patologia della consapevolezza” che porta ad auto-sabotarsi, a trasformarsi in “ragazze nane” o in “peluche da letto” pur di non affrontare la verità. Si vive la solitudine come la scusa dei pavidi, tagliando fuori gli affetti reali e ignorando chi offre un amore incondizionato. Perché la disperazione di un’ombra a volte si prende tutto, lasciandoci a gironzolare per il centro a specchiarci nelle vetrine, cercando conferme sulla propria faccia in penombra, tra maschere ottuse e sorrisi imbarazzati recitati davanti allo specchio di casa.
Ma c’è un punto esatto in cui questo libro ti spacca le costole: quando la guardia finisce perché la casa è già vuota. È il momento in cui S. capisce che non serve più denunciare o cercare giustizia in tribunale, ma serve trovare una lingua. Una lingua neutra, priva di eufemismi e di metafore, una lingua fredda e asettica dove ogni parte del corpo ha il suo nome specifico e un’azione non ne indica un’altra. È solo attraverso questa lingua di ghiaccio, priva di interpretazioni o ricompense, che S. riesce finalmente a parlare da lontano della sua tesi incompiuta, dei sonetti scritti a comando e di quella porta aperta su una stanza dove tutto è esposto, senza più angoli ciechi.
Leggetelo se volete smettere di aspettare una carezza sulla testa da chi vi ha inflitto solo oscurità. Leggetelo se avete mai confuso la disperazione con la passione e se avete vissuto anni di deprivazione, chiuse in monolocali umidi a chiedervi perché la luce non entra mai.
Leggetelo per capire che non serve aspettare che un uomo interrotto torni a offrire un’altra versione della storia, perché non c’è nessuna “purezza” nel distacco, nessuna “altezza” nel silenzio e nessuna magia in un messaggio formale che arriva come una secchiata di ghiaccio dopo una promessa.
Veronica Raimo scrive il libro che nessuno ha il coraggio di scrivere, perché ammettere di essere state “comparse” nella propria tragedia fa più male della violenza stessa. Ma alla fine dell’ultima pagina, la “patologia” svanisce.
Insegna che si può smettere di camuffare la devozione e di ridurre la propria luce per non spaventare l’oscurità altrui.
Oggi la guardia è finita: è ora di poggiare i piedi a terra, respirare a fondo in un treno che corre e smettere di essere un personaggio immaginario nella vita di qualcun altro per occupare il proprio spazio, intere, senza più il bisogno di tradurre il vuoto di nessuno per sentirsi vive.
*Sonia Liccardi, collaboratrice