“Nessuno ha ancora trovato Atlantide”
Gli obiettivi irraggiungibili, l’amore per l’arte, la solitudine: la raccolta d’esordio di Marco Ponzini è una riflessione su temi antichi, dal punto di vista di un giovane poeta.
Alcuni dei più grandi poeti e artisti della storia, da Rimbaud a Baudelaire, fino a Neruda, hanno dato vita alle loro creazioni migliori attorno ai vent’anni. Ne parlavamo lo scorso settembre, tra le pagine di questo giornale, con Marco Ottaiano, autore e docente universitario. Marco Ponzini di anni ne ha proprio venti. Di mestiere scrive, fa il copywriter e, nel 2024, ha dato alla luce la sua prima raccolta in versi: “Nessuno ha ancora trovato Atlantide”. Ha scelto – convintamente – di autopubblicarla e, nel 2025, è stato uno tra i più giovani autori selezionati per esporre le proprie opere al Salone Internazionale del Libro di Torino. Cosa porta un ventenne di oggi ad avvicinarsi alla poesia? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui.

Come hai incontrato la poesia e come sei arrivato a scrivere la tua prima raccolta?
Ho scoperto veramente la poesia due anni fa. Avevo 18 anni, l’avevo già studiata a scuola, ma i professori non erano mai riusciti a farmi appassionare. Poi, un’amica mi ha consigliato dei libri e lì mi è venuta voglia di scrivere delle poesie. Ho buttato giù la prima e non ho più smesso. Ho composto una poesia al giorno per più di un anno. A volte, anche più di una al giorno. È una modalità espressiva che ho sentito molto mia fin da subito. Mi fa sentire emozionato, un po’ innamorato della vita. A un certo punto, un agosto, ho scritto una poesia, le ho dato il titolo “Nessuno ha ancora trovato Atlantide” e immediatamente ho pensato che quello sarebbe stato il titolo della mia prima raccolta. Ho selezionato delle poesie (ne avevo già scritte circa 300) e mi sono messo a unirle. È stato un crescendo. Non avevo iniziato a scrivere poesie per pubblicarle, avevo iniziato a scrivere poesie per esprimermi. Solo quando è arrivata quella poesia, che ho composto molto di getto, ho deciso di pubblicare.
L’autopubblicazione è stata una scelta personale di stile? Hai provato a mandare la raccolta anche a delle case editrici?
Ho scelto fin da subito di autopubblicare, non ho neanche pensato di mandare il manoscritto a delle case editrici. Mi interessava sperimentare in prima persona tutto il processo di pubblicazione di un libro. Dal trovare l’illustratore e immaginare insieme la copertina a scrivere la quarta, a decidere come impaginarlo. Forse, con una casa editrice mi piacerebbe pubblicare un romanzo. Le poesie no, sono un mio progetto libero.
Un libro si scrive, si pubblica, poi si promuove. Come ti sei mosso in questo senso?
Non ho fatto presentazioni e non mi sono dedicato molto alla promozione. Il mio obiettivo non era vendere copie. L’unica azione che ho fatto, a parte un po’ di passaparola, è stata inviare il mio libro al contest del Salone del Libro di Torino per i self-publisher ed è stato scelto. Ero tra i più giovani autori in assoluto, ma conosco anche qualcuno più giovane di me che ha pubblicato un libro.
Tu di mestiere scrivi, non solo poesie, fai il copywriter. Cosa porti di questa esperienza nel tuo lavoro quotidiano?
A livello di scrittura, sono diventato molto più attento alla musicalità delle parole. Quando scrivo per i miei clienti, bado molto di più al fatto che le frasi “suonino bene”. Mi è venuto naturale anche provare sempre a dire le cose con meno parole possibile. Per quanto riguarda il mio approccio al lavoro in generale, aver seguito personalmente il processo di pubblicazione ha fatto emergere ancora di più il mio aspetto proattivo, la mia propensione a far succedere le cose, a trasformare un’idea in qualcosa di tangibile, di reale. Io sono una persona molto pratica, ok le idee, ma poi chiedo sempre: “Quindi, adesso cosa facciamo?”.
Il tuo libro si apre e si chiude con una lettera. In quella iniziale, ti soffermi sul titolo del volume: “Nessuno ha ancora trovato Atlantide”. Cos’è Atlantide per te?
Atlantide è un’isola leggendaria. È quell’obiettivo che continuiamo a porci e che si sposta un po’ di più ogni volta che lo raggiungiamo. Può essere la felicità, la realizzazione personale, conquistare una persona, qualsiasi cosa. Atlantide è per definizione quel traguardo che non riusciamo a tagliare mai, ma che ci fa muovere in avanti. Questa è la spiegazione più razionale. Ho anche un’altra spiegazione, più emotiva, che forse sento più mia. Noi stessi siamo Atlantide e nessuno ci ha ancora mai trovati. Noi possiamo essere empatici quanto vogliamo, possiamo spiegare le nostre sensazioni nel miglior modo possibile, ma non sapremo mai se le altre persone riescano veramente a sentire quello che sentiamo noi. Siamo sempre uomini molto solitari. Questo libro parla molto di solitudine. Io, in passato, mi sono sentito molto solo. Ora non mi sento più solo in termini assoluti, ma con la solitudine ho un rapporto continuo. La curo, la valorizzo molto, la guardo in modo positivo.

La lettera finale si intitola: “Credi ancora nella poesia?”. Qual è la tua risposta?
La mia risposta è sì e mi piacerebbe vedere sempre più persone che credono in un’arte. Può essere il cinema, o la pittura, o altro. Tanti abbandonano i loro piccoli grandi sogni per prendere una strada convenzionale, per avere un lavoro sicuro. Io credo molto nell’arte come mezzo per non rinchiuderci nel nostro quadratino di vita, ma espanderci sempre di più. Forse a un certo punto smetterò di scrivere poesie, ma mi dedicherò sempre a qualche forma d’arte.
Cosa diresti a qualcuno che invece nella poesia non ci crede?
Non lo giudicherei. Ognuno ha le proprie credenze. C’è chi crede nella matematica e nella fisica come io credo nella poesia. Ognuno ha le proprie ragioni e le proprie verità. Non è importante che tutti credano nella poesia, non mi interessa imporre la mia visione, penso che l’importante sia che ognuno si crei la propria e che sia felice con quella visione.
*Mariachiara Silleni, giornalista, copywriter & communications specialist