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Vivere e lasciarsi a Milano

La metropoli lombarda plasma i rapporti di coppia: vivere da single a Milano può costare fino al 23% in più rispetto ad altre grandi città italiane

Quando lei chiuse per l’ultima volta la porta della casa che avevamo condiviso per quasi un decennio, un’ansia ancestrale sfumò la tristezza del momento: cosa significherà, per me, vivere da solo in un contesto metropolitano così caro?
Se da una parte mi vergognavo di pensieri venali, dall’altra ne avvertivo la assoluta fondatezza dato un costo elevato delle spese. La convivenza mi aveva, infatti, abituato a una economia domestica più superficiale e, da quel momento, sapevo che avrei dovuto fare i conti con una situazione diversa.

Sicuramente non è giustificata la necessità contingente di convivere ma è pur vero che se si è in coppia, si ha bisogno di ragionare anche per key performance indicator (KPI).
Sebbene sia scontato quanto vivere Milano non sia alla portata di tutti, dopo una rottura la situazione diventa ancora più complessa, ritornando a intrecciarsi alla stessa avventura di chi si trasferisce per la prima volta.
O quasi.

 Da una parte la più evidente questione è l’emergenza affitti1, con circa una spesa del 23% in più rispetto alla media delle grandi aree metropolitane italiane, includendo abbonamenti ai mezzi pubblici (42 euro/mese), costi alimentari (circa 300 euro) e servizi quotidiani come palestra.
Dall’altra il salario medio, che in un recente studio2 mostra come l’Italia sia tra i pochi Paesi dell’UE (insieme alla Grecia) dove il reddito reale pro capite delle famiglie non è mai tornato ai livelli pre – crisi del 20083, pur migliorando.
Persino la scelta dei supermercati si modifica, obbligandoti a un ragionamento sul risparmio: discount come Eurospin, Lidl e In’s Mercato diventano il rifugio economico di chi deve ridefinire il proprio budget4.

Ma separarsi è complesso anche per cercare nuove case e, talvolta, si è costretti a continuare a vivere sotto lo stesso tetto in una forzata e frustrante convivenza atemporale.
Proprio la ricerca di una nuova dimora è tra le più grandi difficoltà logistiche che costringe a compromessi economicamente vantaggiosi in strutture fatiscenti o improvvisate. Se si vuole, poi, vivere non in condivisione, ci si sposta nei paesi satellite oppure in periferie spesso difficili. 

Per molti, vivere a Milano si tratta di sopravvivere e, nella corsa alla migliore delle soluzioni, si fa i conti con la solitudine: uno studio della piattaforma online di psicologia Unobravo5 si registra un indice di solitudine di 6,58/10, con il 70% dei 25 – 34enni che dichiara isolamento. 

A protezione delle fragilità, il Comune di Milano ha avviato iniziative per facilitare l’accesso alla casa, tra cui affitti calmierati, social housing, contributi economici e riqualificazione di edifici pubblici. Tuttavia, queste misure privilegiano i giovani under 35, lasciando scoperta proprio quella fascia dei quarantenni, che pur affrontando pressioni economiche significative, non riceve sostegno. 

Si può, a questo punto, ben comprendere quanto il passo della convivenza sia una scelta delicata: un passaggio che spesso si rimanda in via precauzionale e cautelativa.
Eppure, in un’ottica macro si tratta di una visione post – moderna che, consapevolmente, evita sempre di più il confronto con il rischio. 

Come osserva Ulrich Beck nella Società del rischio, la modernità non produce soltanto ricchezza, ma genera anche nuove forme di insicurezza: le nostre scelte quotidiane, le abitudini, persino il modo in cui gestiamo la casa e le relazioni sono permeati da rischi sistemici, spesso invisibili, che ci accompagnano costantemente.
In questo contesto, convivere significa avere una sorta di “polizza di sicurezza” emotiva e pratica: qualcuno con cui confrontarsi, condividere spese, decisioni e piccole responsabilità. Ma quando quella condivisione viene meno, non cambia solo la routine: cambia il modo in cui percepiamo il rischio. Da convivente, si è protetti da una rete condivisa; da single, si diventa direttamente responsabili del proprio equilibrio.

Ma la crescita personale passa anche dall’esperienza del rischio: condividere spazi, o averlo fatto, ci insegna a riflettere su ciò che ci fa stare bene, senza cadere nella trappola di una preoccupazione costante e ossessiva per tutto ciò che potrebbe andare storto.

Sebbene sussista una fenomenologia alternativa ai rapporti di coppia con l’indentificare cringe anche dire che sei fidanzato6 o pratiche disruptive come il living apart together7, la convivenza resta la vera cartina tornasole della solidità sociale e, con tutti i rischi che comporta, si continua a vivere.

*Marco De Mitri, giornalista

1. https://pagellapolitica.it/articoli/come-e-cambiata-vita-milano-grafici

2. https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/product/page/tepsr_wc310

3. L’indice del reddito disponibile lordo reale pro capite si è fermato a circa 95,97 (base 2008 = 100).

4. https://www.altroconsumo.it/alimentazione/fare-la-spesa/speciali/supermercati-dove-fare-la-spesa-per-risparmiare

5. https://www.unobravo.com/post/solitudine-urbana

6. https://www.vogue.it/article/perche-avere-un-fidanzato-diventato-imbarazzante

7. Secondo dati Istat, le persone maggiorenni che vivono in una relazione sentimentale ma non convivono sono circa 4,9 milioni, ovvero il 9,8 % della popolazione adulta. https://www.istat.it/it/files/2022/10/Ebook_Famiglie-reti-familiari-percorsi-lavorativi-e-di-vita.pdf