L’universalismo e la poliedricità delle tradizioni culturali del Mare Nostrum
Un viaggio culturale nell’Europa del Mediterraneo tra aromi e linguaggi diversi
Il Mediterraneo oggi
Durante tutta la sua storia millenaria il Mediterraneo ha messo in contatto popoli e civiltà diverse, segnandone l’evoluzione attraverso i secoli. La peculiarità del Mediterraneo non sta solamente nella dolcezza del clima o nella bellezza della vegetazione, ma nel fatto di essere un vero e proprio “mare fra le terre” attraverso il quale tradizioni, religioni e culture differenti possono interagire ed arricchirsi dal confronto reciproco. Nessun impero, neanche quello romano, è mai riuscito a dominare stabilmente questo mare, e nessuna egemonia culturale ha mai caratterizzato la sua storia; la tradizione greca e latina, erroneamente considerata da molti la principale e quasi esclusiva fonte culturale mediterranea, si è invece intrecciata fruttuosamente sia con quella ebraica sia con quella arabo e islamica, generando delle comuni radici storico-culturali che permettono di trattare il Mediterraneo con un’ottica globale ed unitaria che ricomprenda tutte le sue componenti ed il loro essere così strettamente interconnesse.

È solo nell’area mediterranea che si può osservare la compresenza di così tante culture diverse, con tutte le conseguenze che essa porta con sé; il Mediterraneo è sempre stato un “pluriverso”. Come è noto, continue interazioni e scambi reciproci hanno plasmato la storia delle due Rive, cioè la Sponda Nord e quella Sud, in particolare fra Europa e mondo arabo, unendole in un profondo legame rintracciabile nelle molteplici influenze avvenute fra le due aree nei più diversi ambiti, da quello artistico e scientifico a quello filosofico e dell’organizzazione politica e sociale. Anche se non viene sempre riconosciuto unanimamente, la cultura europea si è formata attraverso il contatto con quella araba e con quella islamica e tante e di ogni tipo sono state le idee che dalla Riva Sud sono state portate in Europa ed adattate al contesto ed alla tradizione locali. Il pluriverso Mediterraneo può essere perciò descritto come un incontro fra tradizioni differenti che attraverso scambi reciproci e multidirezionali avviano un dialogo paritario all’interno del quale nessuna forza impone i propri valori alle altre ma al contrario tutte sono in grado di ripensarsi autonomamente intrecciandosi fra di loro. Nel corso della storia, però, i caratteri distintivi del pluriverso sembrano essere venuti meno e le relazioni all’interno del bacino si basano non più su scambi reciproci e paritari ma sull’imposizione unilaterale di una parte sull’altra.
Le recenti politiche promosse dall’Unione Europea sembrerebbero però muoversi proprio nel senso di una riscoperta dell’importanza del Mediterraneo e della sua capacità di mettere in contatto le diverse culture che lo circondano. Nell’età della globalizzazione e della tecnologia avanzata l’eredità umanistica e laica della classicità conferisce allo spazio mediterraneo funzioni importanti. L’universalismo e la poliedricità delle tradizioni culturali che vi si sono accumulate consente di fornire basi non fragili ai processi di integrazione etnica, sociale e politica. La visione cosmopolitica ereditata dal mondo greco-romano e rivisitata dal cristianesimo può costituire un fondamento non mercantile dei processi di unificazione del mondo. Ma questo rilancio moderno della classicità esige che lo spazio mediterraneo superi i gravi ritardi della sua organizzazione socio-politica e che l’indipendenza delle nazioni, partendo dalle basi etnico-territoriali, possa poter convivere con i principi laici della autodeterminazione sulle libertà moderne e sulla Carta dei diritti umani.
Un viaggio culturale nell’Europa del Mediterraneo fra aromi e linguaggi diversi.
Il mare Mediterraneo, questo mare nostro (Mare Nostrum) che sta in mezzo a terre che le bagna, le addolcisce e alimenta, non è solo forma d’acqua.
Il mare è musica, voce e danza, ritmo, un ritmo che è germe di un frattale. A partire da esso, tutto, intorno, si configura, segue la sua scala e per questo il nostro mare genera un’equivalenza nelle terre che lo circondano, nel loro clima, nel loro paesaggio, nei loro abitanti e in quel che essi fanno.
Se, come osservò Edward Lorenz, “il batter d’ali di una farfalla in un punto del globo può scatenare un tornado all’estremo opposto”, ciò che nasce intorno al Mediterraneo è condizionato da esso. La sua proporzione, armonia e nitidezza raggiungono l’arte, la filosofia, le forme di vita delle sue coste.
Lo scultore, il poeta e il musicista adottano questo suo dispiegarsi e raccogliersi, la sua libertà chiusa, questa equazione delle onde che dicono essere cessando di essere e indicano l’infinito.
La melodia dell’acqua passa ai modi musicali greci e all’arpa egizia; la sua chiara sottigliezza passa alla stilizzazione degli affreschi faraonici, a una corolla di loto della tomba di Menna, alle vigne del panteon di Sennefer, a un’anfora fenicia, alla capigliatura della dea Tanit, al tropismo dei mosaici bizantini o delle ceramiche delle moschee. Ma quando la pietra incarna il mare, questo si raccoglie e ammutolisce: sono le alate tuniche della Iris messaggera di Fidia, la scalanatura di una colonna del Partenone o del tempio di Paestum, la mareggiata dei teatri di Sagunto, di Epidauro, di Taormina.
C’è silenzio nel mare e anche nel panneggio della Pietà di Michelangelo e nelle pieghe dei veli sui delicati corpi delle Grazie di Botticelli.
“Il battito delle ali dell’uccello vi dà un abbozzo del batter d’occhi e l’onda, infrangendosi sulla sabbia, vi mostra quale sorriso eseguono le labbra. Nel cielo ho incontrato riflessi, di quelli che si devono utilizzare nel guardare, e i fiori mi danno l’esempio della posizione delle mani”: così scrisse Leonardo.
Tutto può stare in tutto, è presente perfino nell’invisibilità dell’aria.
Ma che cos’è realmente questo mare, questo gran verde degli egizi, questo salato dei greci? Dove comincia e dove finisce? La realtà poetica del mare è aurorale, ma le sue ondate superano i secoli. Eschilo fa parlare l’Oceano con Prometeo, Dante paragona la volontà di Dio a “quel mar a qual tutto si muove ciò ch’ella crïa o che natura face”, Heine lo considera un “lottatore sempre sconfitto”, Ungaretti lo converte in “Una bara/ di freschezza”.
Il mare è anche fonte d’ispirazione della migliore poesia spagnola ed araba attuale. “Arde el mar” e “Ode a Venezia davanti al mare dei teatri” sono i titoli che il catalano Pere Gimferrer dà ai suoi primi libri.
Orto, ulivi, rosmarino, papaveri, spiagge sorgono deliziosamente nei componimenti di alcuni poeti arabi, ad esempio la serie “Chott” ci porta nei deserti della Tunisia: “Un deserto di sale/ si è accampato nei miei occhi/ le mie ciglia/ si abbracciano/ come dopo una lunga assenza”1, o in questi altri versi di al-Ruşâfï, poeta arabo del XII secolo: “C’è una luce che copre tutta la campagna/ di ombra, e va alla notte. Riposano/ gli aranci, e le case di abbandono.”.
Il nesso con le assonanze arabe sorge nella nostra poesia attuale attraverso l’eredità ricevuta o attraverso la conoscenza dei luoghi, come si evince anche da questa mia poesia dal titolo: “Il mare”2
“Il lento moto flessuoso/ della risacca schiumosa/ sulla dorata sabbia…/ l’infrangersi furioso/ sulle dure rocce,/ che mostri sembrano/ emergere dagli abissi…/ la vastità delle acque/ che agli orizzonti/ si congiungono al cielo…/ l’improvvisa tempesta, / la trasparenza,/ le varie tinte luminose/ riflesse dalle nuvole/ e dai raggi del sole…/ sono eguali ai moti/ della mente,/ dell’anima./ Al silenzio delle ore,/ dei lunghi dì,/ in solitudine/ navigando sulle onde, / a tratti dolci/ e fragorose al vento,/ pervengono suoni modulate e minacciosi…/ Allora la parola, / i versi,/ l’armonia del canto/ ritornano dagli anfratti,/s’infrangono sui moti,/ che pazienti li consumano./ Amor d’evasione,/ d’avventura,/ con tenacia/ con speranza/ e con paura/ sulle limpide,/ profonde/ e sinuose onde/ è visione,/ immagine,/il volgere della vita,/ del tempo,/ della storia./ Amor che con coraggio si nutre e che mai…/ e poi mai…/ si conquisterà.”
Un mistero è la nostra cultura, comune grazie al mare, questo mare che, a ondate, deposita brandelli di tutte le civiltà che sono nate nelle sue rive e le mescola tra loro, dà loro unità nella diversità e riunisce tappe distinte della storia, generando – per usare le parole del poeta greco Sarandis Antiocos – “ una confusione d’aromi”. Esiodo disse: “In principio era il caos”.
Però nel suo principio, nel nostro, c’era, senza dubbio, il Mediterraneo.
Una vecchia leggenda mediterranea racconta che, allorché le cose del mondo non erano ancora poste nell’ordine immutabile del cosmo, il sole – durante la canicola – fu così violento che le acque di tutte le sorgenti della terra seccarono e tutte le creature viventi perirono bruciate; gli dei nell’alto dei cieli soffrirono come gli uomini tanto che le gocce salate delle loro lacrime e del loro sudore formarono il primo mare.
Volendo seguire la storia di questo mare, migliaia di anni fa popoli diversi portarono le loro culture sulle sponde del Mediterraneo, dove si scontrarono, si eliminarono, si integrarono o si sovrapposero le une alle altre, raggiunsero lo splendore e decaddero. Volta a volta, il Mediterraneo fu asiatico con i Persiani o i Fenici; fu africano con gli Egizi o i Cartaginesi; fu europeo con gli Achei e i Greci; ma solo con i Romani divenne il fulcro di tutti e tre questi continenti, perché Roma seppe creare un tipo di civiltà, per quei tempi universale. Con la decadenza dell’Impero Romano, altri popoli si affacciarono al Mediterraneo: i Normanni provenienti dall’Europa continentale.
Ma dalle rovine di Roma stava già nascendo una nuova civiltà europea, scaturita dalla religione cristiana, che sentiva anch’essa il richiamo del mare. Da questa origine derivano tutte le altre tradizioni; da questa origine sono nate tutte le cose e questa sorgente, dice Cicerone, è impossibile che si prosciughi.
Quindi miti e leggende si sono stratificati per millenni nelle memorie dei popoli del Mediterraneo costituendo un patrimonio vasto da cui emergono riconoscibili ancora oggi i temi dei racconti biblici accanto alle tragiche vicende della tradizione greca. Nei secoli poi si è aggiunto il
contributo degli storici romani; si pensi ad esempio alle narrazioni di Erodoto che ispirano la Cleopatra di Shakespeare e più recentemente le “memorie di Adriano” della Yourcenar, e nel XVIII secolo, la versione francese delle “Mille e una notte” curata dal Galland.
La geografia culturale comporta terre irrigate dal fiume della civiltà, dal quale si disseta anche ogni scrittore o poeta. Su questa terra di cultura c’è senza dubbio tanto l’ombra del cipresso greco che l’ombra della palma araba.
Non c’è una sola identità mediterranea, ma ce ne sono tante. Si può parlare di tre cerchi che circondano il Mediterraneo insito in un atto artistico, dall’esterno verso l’interno. Primo cerchio: le religioni e la mitologia., le religioni mesopotamiche, le religioni anatoliche e le loro derivate, il giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo; le mitologie mesopotamiche, anatoliche e greche; l’umanesimo. Secondo cerchio: la civiltà greco-romana, quella araba medio-orientale; gli elementi geografici (il clima, la flora, ecc.). Terzo cerchio: le strutture intellettuali ed emozionali, riflessi della cultura nazionale, le storie locali, le lingue nazionali, il folklore.
La bellezza è il frutto dell’amore, ed è l’incontro e la sintesi tra le diversità; questo è per gli artisti, scrittori e poeti del Mediterraneo la peculiarità che accomuna l’arte di questa area del mondo. Il poeta marocchino Muhammad Bannïs evoca nelle sue liriche il suono delle campane e il riferimento all’emigrazione. Il poema di Bannïs rivela nell’erranza del sole e della propria esistenza, un bianco orizzonte che svela una ritrovata armonia tra la natura e l’uomo: “ forse la luce cancellerà il resto/ e la mia via sarà questo mare”. La folgorante malia della luce avvolge gli antichi riti pagani e libera le onde dall’esilio delle tempeste. E’ quella stessa abbagliante luce mediterranea ed anche il desiderio di migrare di Ungaretti: “M’illumino d’immenso”.
Quest’eterno paesaggio mediterraneo è in perpetuo divenire come il deserto che si trasforma nel tempo immagine di bellezza e di dolore a un tempo, così come lo descrive Meddeb: “ Il deserto in città/ La sabbia tra i denti/ Le pietre in bocca/ mastica il vento…”
La posizione del Mediterraneo, su cui è stata costruita un’intera civiltà, è oggi il luogo in cui si consuma il conflitto più pernicioso fra due modelli ugualmente totalizzanti: il modello colonialista, nella cultura e nelle armi, del capitalismo statunitense e il modello integralista dell’estremismo del fondamentalismo islamico.
Ahimé! Il Mediterraneo è il luogo in cui questo scontro si consuma ed è qui che si giocano i rapporti del futuro tra i diversi continenti. Allora il problema non è uscire dal Mediterraneo, ma vedere quale funzione esso possa assolvere nella pluralità di lingue, culture e tradizioni.
Alle problematiche di incomprensioni economico-politiche si aggiunge l’incuria dell’uomo nella salvaguardia del Mare Nostrum.
Se l’uomo sarà saggio, questo mare dai bassi fondali forse potrà salvarsi; e nel futuro chi si bagnerà nelle sue acque potrà così continuare a godere dello straordinario spettacolo della sua luce, della sua vita guizzante: “Appena sotto il pelo delle onde le acque sono già calme, neppure un’alga si muove.
L’alga, la spugna, il corallo, le gorgonie sfoggiano ventagli giganti che neppure un soffio, una marea, un’onda possono agitare. E’ un palazzo senza mura…”3
Per conservare questa immagine, credo che oggi più che mai si tratti di attivare, per le forze della cultura, un processo di incontro, di rispetto, di intesa, di dialogo, di scambio, e soprattutto di reciproco impegno alla cultura di una civiltà dell’unità nella diversità e della diversità.
Ignazio Silone prendeva spunto dal progetto di Goethe che riassumeva nel concetto di letteratura mondiale. Silone affermava che l’umanità aveva bisogno di riconoscere la diversità delle culture prima di procedere ad una visone unitaria delle stesse, poiché “accomunarle sarebbe stato prematuro, chimerico, senza reale fondamento”.
La filologia del mare
La scienza del mare è studio di rotte e correnti, analisi chimica del tasso di salinità e rilievo stratigrafico, mappa del dominio bentonico e pelagico e suddivisione in zone eufotiche, oligofotiche e afotiche, misurazione di temperature e di venti; essa è tuttavia anche storia di naufragi e mito di sirene, galeoni affondati; amnios originario dell’umanità e culla di civiltà, la forma greca che nasce perfetta dal mare come Afrodite.
Una grande voce del mondo continentale, Predrag Matvejevic’ ha scritto “Breviario mediterraneo”4 un libro geniale e imprevedibile che arricchisce sia la storiografia culturale sia la vera e propria letteratura del mare.
Col “Breviario mediterraneo” Matvejevic’ legge il mondo, la realtà, i gesti e il vociare delle persone, lo stile delle capitanerie, l’indefinibile trapassare della natura nella storia e nell’arte, il prolungarsi della forma delle coste nelle forme dell’architettura, i confini tracciati dalla cultura dell’ulivo, dall’espandersi di una religione, il linguaggio delle onde e dei moli, i gerghi e le parlate che mutano impercettibilmente nello spazio e nel tempo.
L’ Ulisse odierno deve essere esperto della lontananza del mito e dell’esilio della natura, deve essere un esploratore dell’assenza e della latitanza della vita vera.
La cultura e la storia del Mediterraneo sono nelle pietre, nelle rughe sul volto degli uomini, nel sapore del vino e dell’olio, nel colore delle onde
Platone e il mare
Secondo Platone, l’oceano contorna il mondo conosciuto: tutto, quindi, è circoscritto dal mare, e noi, con un’immagine divenuta notissima , non saremmo che animaletti assiepati sulle sue rive: “ritengo che la terra sia grandissima e che noi, dal Fasi alle colonne d’Ercole, non ne abitiamo che una ben piccola parte, solo quella in prossimità del mare, come formiche o rane intorno a uno stagno”.5
Ma il mare è stato per Platone veicolo di prigionia e di disgrazia. La vela, sulle antiche navi da guerra greche, era solo una forza ausiliaria, da issare soprattutto quando in battaglia occorreva una fuga veloce. Viceversa, la triere era spinta da un potente e dispendioso motore umano..
Nel Fedone l’impurità dell’acqua di mare simboleggia proprio il mondo visibile e impuro in contrapposizione a quello puro, invisibile e noetico.
Nel Fedro, quando ci si accinge a confutare la falsità dei valori che hanno ispirato i primi due discorsi enunciati nel dialogo, Socrate desidera «lavare con un discorso d’acqua dolce l’udito incrostato di salsedine». Nel Timeo, le creature marine occupino gradi più bassi dell’essere, giacché «la quarta specie, l’acquatica, deriva dai più stolti e più ignoranti di tutti, che gli dèi […] non cedettero nemmeno degni della respirazione pura» (92 a-b).
Se si va per mare nonostante i rischi, lo si fa per soldi – dice Platone – ed è questa la seconda, principale ragione che può destare sospetto: “Così anche i naviganti e coloro che trafficano in un qualsiasi negozio non vogliono quello che fanno in quel dato momento – dal momento che chi mai vorrebbe navigare ed esporsi ai pericoli e aver dei fastidi? – ma vogliono, credo, quello per cui navigano, cioè arricchirsi. Navigano, insomma, per procurarsi la ricchezza”.6
Platone, per la città ideale, pensa piuttosto a Sparta, al suo territorio ed alle sue risorse che corrispondono piuttosto direttamente a quel che la città dovrebbe avere, tanto più che la Laconia non possiede buone rade e l’unico porto, Ghition, arsenale di Sparta, godeva di una brutta reputazione.
La storia di Enea, invece, trova maggiore spazio nella mitologia e nella poesia latina che in quella greca: le sue gesta occupavano già una parte notevole nell’Iliade, ma Virgilio ne fece il protagonista assoluto del suo poema, rendendone la personalità unica ed estremamente moderna per il modo con cui l’eroe troiano interpretò l’esistenza e per l’atteggiamento che assunse di fronte ad essa; inoltre l’itinerario del suo viaggio e le tappe sulle coste del Mediterraneo fanno pensare quasi ad una mitica presa di possesso da parte del presunto antenato dei Romani di quel mare che essi amavano chiamare “nostrum“.
*Giovanni Teresi, scrittore
1. Francisco Brines – Antologia poetica (1959-1996) – Mauro Pagliai 2003
2. Giovanni Teresi – “Scrutando il mare” Ediz. ilmiolibo.it
3. Folco Quilici – Grande Enciclopedia del Mare – Curcio
4. Predrag Matvejevic’ – “Breviario mediterraneo- Nuova Collana Garzanti
5. Albert Camus, “La culture indigène”, in La Nouvelle Culture méditerranéenne, Gallimard, Paris, p. 1321.
6. Cicerone. De off. 1,16 e Pro Sex. Rosc. Am. XXVI, 72