Le Futurdonne
Prima e oltre il femminismo
“Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria”.

Con queste parole Filippo Tommaso Marinetti il 20 febbraio 1909 lanciava la sua campagna culturale sul giornale francese “Le Figaro”, nel quale veniva pubblicato il “Manifesto del Futurismo”. Se già nel punto precedente del suddetto testo si era parlato di glorificazione del “disprezzo della donna” (F. T. Marinetti, “Manifesto del Futurismo”), qui si precisa ulteriormente un aspetto controverso di questa Avanguardia, a lungo considerata misogina e contraria a ogni forma di emancipazione femminile. Le parole citate, in realtà, non vanno intese in senso letterale ma provocatorio ed enfatico, in linea con i principi del movimento, che intendeva portare avanti una vera e propria battaglia contro il passatismo, da un lato, e contro viltà e debolezze, dall’altro.
Infatti, sono diversi i profili femminili – ancora oggi poco conosciuti – che si distinsero all’interno del Futurismo e che si segnalarono per modernità e desiderio di affermazione; tra questi, spicca il nome di Benedetta Cappa Marinetti (1897-1977), moglie del già citato Filippo, ma assai meno nota del consorte. Allieva del pittore Giacomo Balla (1871-1958), anch’egli membro del gruppo, fu inizialmente maestra giardineria, prima di dedicarsi all’arte: autrice di “tavole tattili”, si dedicò poi dall’aeropittura praticando pure il volo in prima persona. Benedetta fu, non a caso, tra i membri firmatari di un altro Manifesto, quello dedicato all’aeropittura, pubblicato sulla “Gazzetta del Popolo” di Torino il 22 settembre 1929, in cui si legge: “nella virata si chiudono le pieghe della visione ventaglio per lanciarsi verticali contro la verticale formata dall’apparecchio e dalla terra”, mentre “questa visione a ventaglio si riapre a forma di X nella picchiata, mantenendo come unica base l’incrocio dei due angoli”. Una testimonianza concreta di simili idee si trova espressa nel dipinto “Il grande X”, un olio che fu esposto al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 5 gennaio al 15 agosto 1931.

Dinamica, prospettica e fondata su un sistema di piani e linee convergenti verso un unico punto focale, l’aeropittura venne praticata dalla stessa Benedetta, che arrivò a sviluppare un suo stile personale e autonomo in senso lato. Così, ad esempio, nel romanzo di formazione “Le forze umane”, attraverso la narrazione di scene familiari e di esperienze personali, indagò i suoi stati d’animo per il raggiungimento di una dimensione spirituale superiore. “Ammiro il genio di Benedetta mia uguale non discepola”, disse Marinetti, che mai tentò di ostacolare le ricerche e le ambizioni della moglie (G. Chioma, “Ala d’AeroDonna. Futuriste nel Golfo 1932-1933”).
Oltre a Benedetta Cappa Marinetti, meritano di essere ricordate altre artiste sconosciute quali Valentine de Saint-Point (1875-1953), che fu una scrittrice, poetessa, scenografa, critico d’arte, coreografa e giornalista francese. Oltre che per la sua versatilità, che le permise di imporsi in diversi ambiti culturali, Valentine si segnalò quale autrice del “Manifeste de la Femme Futuriste”, pubblicato nel 1912 in risposta a quello italiano. Non ci sono differenze tra uomini e donne, diceva Valentine, perché quello che manca è la “virilità” ed è per questo che “il Futurismo, con tutte le sue esagerazioni, ha ragione”. I modelli proposti provenivano dal passato: le Erinni, le Amazzoni, le Giovanna d’Arco, le Giuditte e le Charlotte Corday (l’assassina di Marat), le Cleopatre e le Messaline (V. de Saint-Point, “Manifeste de la Femme Futuriste”).

Ricordiamo, inoltre, la dimenticata Alma Fidora (1894-1980) la quale entrò in contatto con i Futuristi negli anni Venti e si dedicò successivamente all’aeropittura. Tuttavia, Alma fu anche disegnatrice di ventagli, tessuti e vestiti nonché illustratrice. In qualità di pittrice espose insieme ai Futuristi all’Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes di Parigi nel 1925 e l’anno seguente alla Mostra del futurismo italiano nell’ambito della Biennale di Venezia.
In conclusione di questa panoramica, volta a valorizzare la componente femminile all’interno dell’Avanguardia di inizio Novecento, citiamo Marisa Mori (1900-1985), allieva di Felice Casorati (1883-1963) e poi avvicinatasi a Marinetti, con cui collaborò per “La cucina futurista” (1932) con la ricetta delle “mammelle italiane al sole”, fatte di pasta di mandorle, panna montata, zabaione e fragole. Presente nel 1930 alla XVII Biennale di Venezia, alla Mostra d’arte femminile dell’Istituto nazionale fascista di cultura a Torino e all’Esposizione internazionale d’arte sacra di Padova, si avvicinò ai pittori del secondo Futurismo, dando il suo contributo allo sviluppo del movimento con alcune opere estremamente dinamiche e cromaticamente attraenti.
Infine, la catanese Clelia Adele Gloria (1910-1984) fu un’artista totale, in quanto poetessa, fotografa, pittrice, scultrice e giornalista. Così si espresse Adele nei versi “L’Etna delinquente”:
La vetta delinquente
Il cielo
per la ferita
della vetta aguzza del monte
sanguina
e la bambagia
bianca
s’inumidisce di rosso.
Il lividore della morte
striscia piano piano
assaporando
il tattilismo aereo
delle carni azzurrine
e il mare
che riflette la pietà per il cielo
s’intristisce.
Invano
le torri e i campanili
si tendono
in spasmodico slancio;
esso agonizza
e travolge
travolge
colla sua grigia agonia
tutte le cose.
Il cielo morirà.
*Valentina Motta, scrittrice
