Il cimitero monumentale di Verona tra Arte e Vita
Un luogo magico, nascosto e “privato” che pullula di arte e bellezza
C’è un luogo magico, non molto distante dal centro storico di Verona, nascosto e “privato”, che pullula di arte e bellezza, ma che in pochi conoscono: si tratta del Cimitero Monumentale, costruito a partire dal 1829 dall’ingegnere e architetto Giuseppe Barbieri (1777-1838).

Già lo scenografico porticato d’ingresso, col suo poderoso colonnato dorico, immette il visitatore in uno spazio chiuso in se stesso, separato rispetto al resto del nucleo urbano, in cui è possibile passeggiare lungo i vialetti di ghiaia o, appunto, all’ombra del porticato, che si sviluppa tutt’attorno alle due aree che compongono il cimitero, cui si aggiunge uno spazio esterno privo totalmente di copertura (il cosiddetto Cimitero Giardino).
Oltre alle lapidi murate, tra le quali spiccano quelle di alcuni celebri personaggi come il futurista Umberto Boccioni (1882-1916), si segnalano vere e proprie opere d’arte create da scultori del tempo, come il monumento dedicato alla famiglia Bertelè, opera del veronese Egidio Girelli (1878-1972). Una figura femminile in bronzo, dal corpo piegato, si porta la mano al collo e chiude gli occhi in segno di dolore. Nulla, però, rimanda esplicitamente alla morte e, anzi, la bellezza e la sensualità della giovane trasportano l’immagine su un piano “vitale”, conferendole verità e concretezza.
Numerose le raffigurazioni di soggetti femminili presenti nel cimitero, tutte accomunate dall’idea di superare la visione infausta legata alla vocazione congenita del luogo per abbracciare una dimensione più spirituale e intensa, “viva”. È una statuaria classica, quella qui “esposta”, spesso ispirata ai grandi maestri del passato e caratterizzata dal ricorso a influenze di linguaggi diversi, dal simbolismo al decadentismo.

Tra queste opere, si annovera quello che forse è il vero capolavoro del cimitero, il monumento per la madre del poeta e critico Lionello Fiumi (1894-1973), realizzato da Ruperto Banterle (1889-1968). L’opera, nota con il titolo di L’Anelito fuggente, si ispira alle raffigurazioni degli Schiavi michelangioleschi, ma in questo caso compare una figura femminile che sembra essere trattenuta tra la vita e la morte dall’uomo inginocchiato, visibile solo di schiena. È un gruppo scultoreo di particolare raffinatezza e sensualità, per il quale si ricorre all’iconografia classica del nudo con un intento simbolico di sospensione e atemporalità, allusivo alla fugacità del tempo. Il pathos dell’opera rende coinvolgente e avvolgente la visione del monumento, specie in estate al mattino presto, quando la luce – non ancora alta all’orizzonte – crea un’atmosfera di singolare e quasi metafisica luminosità.

Meno appariscente e, al contrario, composta e delicata, è l’immagine femminile della stele creata per la famiglia Cipolla dallo scultore Vittorio Meneghello (1881-1976), artista ancora poco noto ma di grande sensibilità e raffinatezza.
L’opera è un’altra riflessione sul tema della donna dolente, che qui è resa con la tecnica del bassorilievo e rappresentata mentre tiene in mano due mazzi di fiori da donare ai defunti. Il volto è di profilo, gli occhi sono chiusi e la testa reclinata a voler esprimere una sofferenza non urlata, ma trattenuta e silente, poiché il modo di reagire al dolore non è per tutti lo stesso. E, allora, la morte può assumere pure i tratti della bellezza quando contiene in sé la grazia, la dignità e i valori che danno un senso alla vita.

Effettivamente, di rado il momento finale dell’esistenza viene rappresentato dagli artisti che hanno realizzato i monumenti funebri del cimitero e, se anche questo accade, come nel caso del Monumento Pindemonte Moscardo (1898) di Carlo (1854-1936) e Attilio (1859-1915) Spazzi, la presenza di un angelo dalle fattezze femminili rende più lieve la dipartita e addolcisce comunque il distacco.
Quella effigiata è la nobildonna Giulia Pindemonte Moscardo, la quale – vecchia e stanca – si lascia andare alle cure della creatura angelica che le si avvicina, sostenendole il capo nell’attesa che sopraggiunga la morte. È un’immagine che non turba e che, al contrario, sembra voler confortare il riguardante, ponendolo però dinanzi alla visione dell’ineluttabilità del destino e della precarietà della condizione umana.

Realizzati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, i monumenti, le lapidi, i loculi e le cappelle del Cimitero Monumentale di Verona sono opere d’arte a tutti gli effetti che dimostrano come – lungi dall’essere luoghi stantii e privi di vita – i campisanti possano assumere oggi i tratti di musei a cielo aperto, in cui le testimonianze del passato diventano documenti visivi e riflessivi anche per il fedele o per il semplice visitatore. Inoltre, nel caos e nella massificazione dei centri urbani, caratteristici della società contemporanea, essi offrono un riparo silenzioso, un rifugio, uno spazio privato di raccoglimento e di devozione, ma anche (perché no?) di godimento della Bellezza.
Si precisa che tutte le fotografie sono state realizzate dall’autrice.
*Valentina Motta, scrittrice