Dietro le quinte di una proposta spaziale: cronaca di qualche settimana di ordinaria follia
Quando parte una missione spaziale, ciò che si racconta e si conosce è ciò che accade dal lancio in poi perché, ovviamente, è più spettacolare. Ma come inizia tutto? E soprattutto: quanto esaurimento mentale implica nel gruppo di ricerca?
Quando una nuova missione spaziale sta per essere lanciata, nei rari casi in cui viene data la notizia dai media, viene raccontata la parte più emozionale e d’effetto: il razzo sulla rampa, il conto alla rovescia, la separazione del primo stadio del razzo per poi saltare direttamente a quando la missione produrrà le prime immagini spettacolari, se lo prevede. Altrimenti non se ne parlerà più. Per quanto comprensibile sia questa narrativa, tralascia una parte davvero importante: le persone e tutto ciò che è il lavoro dietro le quinte.

Una missione spaziale non nasce il giorno del lancio ma molto prima, in un posto molto meno spettacolare di una base spaziale: magari in una mail letta per caso tra le 100 giornaliere o in una delle 1001 riunioni spesso non troppo utili, che ogni tanto però piantano un seme piccolo piccolo che se ne sta là in silenzio per poi sbocciare all’improvviso. Proprio come è successo lunedì 2 febbraio 2026 alle 18:29.
A quell’ora, la maggior parte di noi è a casa, almeno fisicamente, mentalmente quasi mai purtroppo. Infatti, per quanto si cerchi di staccare, le mail continuano ad arrivare, e noi continuiamo a leggerle: è un istinto che di certo non mira all’autoconservazione ma più al masochismo. Insomma, alle 18:29 di quel 2 febbraio, tra le varie mail più o meno ordinarie ne compare una inviata dal coordinatore dell’Unità Scientifica Centrale n. III “Gestione Progetti Spaziali”. L’oggetto dice: “pubblicazione bando Piccola Missione scientifica italiana”. E da quel momento, ogni tentativo di staccare la testa va a farsi friggere, per me come per molti di noi: nella nostra testa, quel lunedì sera, si accende qualcosa… Una possibilità, una bellissima possibilità.
Prima di continuare questa storia, seguitemi per qualche riga in una piccola digressione. Quando sentiamo parlare di una nuova missione spaziale, è facile immaginare un gruppo di ricerca che ha un’idea geniale, la sviluppa in laboratorio e poi, in qualche modo misterioso, la manda nello Spazio. Nella realtà funziona quasi sempre in modo un po’ diverso: prima arriva una richiesta da parte di un ente spaziale, poi la comunità scientifica e industriale propone le proprie soluzioni. Attenzione, però: questo non significa che le idee nascano in quel momento. Le idee ci sono già, a volte esistono da anni: ricordate il semino silenzioso piantato in una di quelle riunioni inutili? Nessuno se ne curava ma lui è rimasto lì, aspettando il giorno in cui qualcuno se ne è ricordato e ha iniziato ad annaffiarlo. Le “call” (così si chiamano in gergo, le “chiamate”) sono questo: il momento in cui un’idea può provare a diventare un progetto.
Agenzie come ASI (Agenzia Spaziale Italiana), ESA (European Space Agency) o NASA (National Aeronautics and Space Administration) pubblicano periodicamente “call” di diverso genere che possono riguardare nuove tecnologie, strumenti scientifici, attività di ricerca o vere e proprie missioni spaziali. Ogni call ha le sue regole: obiettivi, requisiti tecnici, limiti di costo, tempi di sviluppo, criteri di valutazione. Nel nostro caso, quello della “Piccola Missione scientifica italiana”, la posta in gioco è particolarmente affascinante: selezionare proposte per una missione scientifica nazionale di classe “piccola” (non in dimensioni ma più che altro tale da permetterne una realizzazione rapida e agile), a guida italiana, con tecnologie già abbastanza mature e con un approccio “fast-track”, cioè pensato per arrivare al lancio in circa cinque anni. Cinque anni… Per una missione spaziale un battito di ciglia, con dentro imprecazioni, nevrosi, risate isteriche e tante tante tante tante tante videochiamate/riunioni ma comunque un battito di ciglia.
Il bando prevede una selezione in più fasi: prima la scelta di tre proposte, tra le tante sottomesse, da sviluppare ulteriormente, poi una scrematura progressiva fino all’individuazione di un’unica missione da realizzare. Tradotto: non bastava avere una bella idea ma bisognava dimostrare che fosse realizzabile. Il che si traduce al dover rispondere a domande molto concrete: che cosa vuoi osservare? Perché è importante? Quanto pesa lo strumento? Quanto costa? Quali sono i rischi? Chi coordina le operazioni? Chi si occupa di cosa? Chi troverà il tempo di coordinare tutto questo mentre già è sommerso da altri progetti e finge di non esserlo?
Ahaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.
Scusate, per un attimo sono tornata ai giorni convulsi durante i quali abbiamo dovuto rispondere a tutte queste domande. Respiro un momento… Ok, andiamo avanti.
Insomma, la differenza tra fantascienza e scienza, spesso, è tutta qui. Un’idea può essere bellissima, ma se non riesci a dimostrare che si può realizzare nei tempi, nei costi e nei limiti richiesti, resta un’idea, splendida, ma ferma a terra e senza ‘na lira per volare in alto.
Ovviamente, la prima reazione a una call del genere è di genuino entusiasmo: finalmente abbiamo la possibilità di concretizzare il progetto che abbiamo in testa da anni! Guidati da questa ingenuità, nei primi giorni tutto ci sembra possibile: si scrivono messaggi in modo convulso su gruppi whatsapp creati per l’occasione (con la promessa di cancellarli appena finito tutto), si recuperano vecchie presentazioni dove c’eravamo appuntati cose, si aprono documenti con titoli tipo “Idea_geniale_per_missione_spaziale_che_chissaquandoriusciremoafarlavolare”. Insomma, si dice “Urca urca, questa potrebbe essere l’occasione giusta” , con quel mix pericoloso di lucidità e incoscienza che spesso precede le settimane peggiori della propria agenda ma senza il quale non si farebbe questo lavoro.

Come sempre, però, l’adrenalina iniziale a un certo punto scende e la lucidità viene accompagnata non più dall’incoscienza ma dalla razionalità. E qui inizia la seconda fase che, ahimé, durerà in realtà per tutto il tempo inglobando anche tutte le altre fasi: le riunioni infinite. Abbiamo spesso parlato di quanto sia fuorviante l’immagine stereotipata dello scienziato geniale che lavora isolato in laboratorio o davanti a una lavagna piena di equazioni. Nella realtà, la Scienza è fatta di tante persone e in particolare una proposta spaziale somiglia molto di più a una chat con cinquanta messaggi non letti e tre riunioni fissate nello stesso pomeriggio, alla stessa ora solitamente e a volte invitando persone sbagliate solo perché l’autocompletamento della mail ti scrive quell’indirizzo che tu non controlli. Questo perché bisogna capire chi ha le competenze giuste per contribuire sui mille aspetti di cui tenere conto: strumento, scienza, management, simulazioni, stima dei costi e chi più ne ha più ne metta. In questi casi si comprende quanto la Scienza è solo una parte della storia perché il resto è fatto da progettazione, organizzazione, responsabilità, compromessi, esperienza accumulata e fiducia reciproca… Quindi la virtù più importante di chi ci si trova dentro è, udite udite, la pazienza. Quale virtù è più rara della pazienza, non trovate?
Comunque, nel nostro caso la proposta si chiama GEMMA, Gamma-ray Explorer for Multi-Messenger and cosmic Accelerators (bello eh?): non posso darvi dettagli ma l’idea è di una piccola missione per osservare l’Universo alle alte energie, in una regione dello spettro elettromagnetico ancora poco esplorata e fondamentale per studiare acceleratori cosmici, transienti (cioè emissioni gamma di breve durata), eventi multi-messaggeri (cioè che possono essere studiati non solo attraverso la “luce” ma, per esempio, anche tramite i neutrini) e sorgenti gamma estese. GEMMA coinvolge INAF, INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e GSSI (Gran Sasso Science Institute), mettendo insieme competenze scientifiche, tecnologiche, software, operative e di simulazione. Ma una missione spaziale non è fatta solo di scienza: qualcuno deve costruire il satellite, integrarlo, testarlo e farlo operare nello Spazio. Per questo la comunità scientifica lavora a stretto contatto con l’industria. Poco dopo la pubblicazione del bando, ASI ha organizzato un workshop dedicato alle cosiddette “carrozze industriali”, cioè le piattaforme satellitari e le soluzioni tecnologiche compatibili con la missione. È stato un passaggio importante per capire cosa fosse realisticamente possibile fare. Naturalmente non basta individuare un’azienda o una piattaforma che sembrano adatte: qualora la proposta venga selezionata, la scelta del partner industriale dovrà avvenire attraverso una procedura pubblica e trasparente. Tanto che i tempi della fase A/B1 prevedono già alcuni mesi aggiuntivi proprio per consentire lo svolgimento della gara.
Siamo a questo punto arrivati alla terza fase che è quella del: “L’idea è davvero gajarda ma si può fare davvero?”, la fase in assoluto più dolorosa ma anche la più utile perché è quella che porta a concretizzare le cose. Qui l’aver letto bene il bando fa la differenza perché non potete immaginare quante volte sfugge una riga, una postilla o una nota a piè di pagina che fa saltare tutto. Per esempio, nel caso di questo bando, c’erano già delle condizioni molto stringenti: il responsabile della missione, il cosiddetto PI (Principal Investigator) deve essere INAF, la massa dello strumento non deve superare i 100 kg, la potenza richiesta non deve andare oltre i 100 W e le tecnologie proposte devono avere un TRL almeno pari a 5. Il TRL, Technology Readiness Level, è una scala che misura quanto una tecnologia sia matura. Un TRL di almeno 5 implica che quello che proponiamo sia qualcosa che già sappiamo funzionare grazie a test ed esperienze precedenti. Questo perché in una missione “fast-track” non c’è tempo per inventare tutto da zero ma bisogna partire da qualcosa di esistente e, allo stesso tempo, pensare a un obiettivo intrigante e davvero “WOW”. ‘na cosetta insomma.
Poi arriva la quarta fase: la scrittura della proposta, che ovviamente è diversa da un articolo scientifico, come anche da una tesi e soprattutto da una dissertazione aulica su “quanto sarebbe bello poter fare sta cosa” . Bisogna fare in modo che sia chiara, leggibile e precisa in modo che possa essere compresa non solo da chi valuta la scienza (che potrebbe comunque essere qualcuno che fa una Scienza diversa da quella proposta), ma anche a chi valuta la fattibilità tecnica, i costi, i rischi, l’organizzazione del team, e ovviamente deve dimostrare di rispettare tutte le richieste del bando. Questo richiede un enorme compromesso tra quello che avresti voluto tu e quello che hai la possibilità di realizzare. Vita vera a tutti gli effetti.
A un certo punto ogni pagina viene riletta dieci volte, vengono aggiunte immagini, tolte immagini, tagliati pezzi, modificati altri, create tabelle incomprensibili poi rese decenti, scoperti refusi in punti in cui nessun essere umano avrebbe dovuto più mettere gli occhi, rivisti i costi mille e mille volte. Il tutto su un file word condiviso su Google Drive in cui bisogna evitare che ci si metta mani tutti insieme perché altrimenti è la fine. Il PI qui, spesso deve urlare (metaforicamente ma non del tutto) per evitare che si facciano casini, soprattutto quando ci approssimiamo alla data fatidica: 15 aprile 2026, ore 15:00. La consegna.
Le ultime ore, diurne e notturne, sono un mondo a parte: controllare di non aver dimenticato niente, dalle firme ai documenti agli allegati, alle lettere di endorsement (cioè il direttore della struttura del PI deve dare l’ok), il tutto corredato dagli immancabili “Eh però qui sarebbe stato meglio fare così…”, a tipo 1 giorno dalla sottomissione… E poi l’incubo: riportare tutto sul portale online. Il portale. Qualcosa di molto diverso da quello che apre Dr Strange e grazie al quale tutti gli Avengers arrivano per sconfiggere Thanos. Il portale è un’entità a sé, che quasi mai funziona al primo colpo, anzi, si blocca continuamente, creando errori, alert, avvisi di numero di caratteri in eccesso (perché sì, ci sono delle richieste specifiche per evitare che arrivino proposte lunghe un sogno, per fare una citazione), togliendo giorni di vita al povero PI e a tutta la collaborazione.
Dentro quella proposta c’è il lavoro di decine di persone, un pezzo di futuro scientifico possibile ma anche (e soprattutto) il futuro di altrettante decine di persone facenti parte del cosiddetto “personale non strutturato”: i precari. Quelle persone senza le quali si farebbe un terzo del lavoro ma che, proprio perché precari, non possono essere messi ufficialmente nella proposta per motivi amministrativi. E che restano precari non per demerito ma perché non si fanno concorsi, perché non ci sono i soldi. Dietro una missione non c’è soltanto il futuro della ricerca ma anche quello di chi la rende possibile ogni giorno. Arrivare a premere quel fatidico tasto “Sottometti” e poi quel “procedi” nella finestrella che si apre “SEI ASSOLUTAMENTE SICURO DI QUELLO CHE STAI FACENDO OPPURE VUOI RICONTROLLARE CHE TANTO SICURAMENTE HAI FATTO QUALCHE CASINO?”, è una responsabilità enorme. Noi lo abbiamo fatto insieme, il PI e io, co-PI e project Scientist (cioè responsabile della parte scientifica). Premuto quel tasto, l’adrenalina cala tutta insieme e per un po’ non hai più voglia nemmeno di aprire il computer. Basta.
Ma in realtà non basta, perché intanto tutto il resto del lavoro si è accumulato e nessuno lo ha fatto al posto tuo. Quindi riapri il computer, ti rimetti all’opera e nella testa resta la spada di Damocle dell’attesa. La proposta viene valutata da un Board di Coordinamento ASI-INAF, eventualmente con il supporto di commissari esterni, tra richieste di chiarimento, presentazioni e valutazioni tecnico-scientifiche e programmatiche. Alla fine arriverà il verdetto: alcune proposte andranno avanti, altre no. E anche questo fa parte del mestiere. La Scienza è piena di idee che non vengono selezionate, ma che magari anni dopo riemergono in un’altra forma. Per questo una call del genere non è mai tempo perso: è allenamento, è “farsi le ossa” per fare meglio.

Per me, ma non solo per me, questa call ha avuto un peso particolare. Come vi ho spesso raccontato, io sono nata come ricercatrice dentro AGILE (trovate tante info a riguardo nel numero di Verbum uscito nel marzo 2024), il satellite tutto italiano che ha fatto faville ma che per me è stato un piccolo tutor che mi ha preso per mano e mi ha inserito in questo mondo tra raggi gamma, modelli e la comunità di persone che ci lavora. L’ultima volta che l’Italia ha avuto una call simile a questa di cui stiamo parlando, è stato nel 1997 (per farvi capire che queste possibilità non sono poi così frequenti), e da quella selezione è nato proprio AGILE. Pensarci durante la stesura della proposta di GEMMA è stato inevitabile per me come per molti miei colleghi che sempre dal team AGILE provengono. C’è qualcosa di emozionante, e anche un po’ spaventoso, nel trovarsi dentro un processo che assomiglia a quello da cui è nata la missione con cui sei cresciuta. Soprattutto se tra i tuoi piccoli sogni lavorativi c’è proprio quello di essere responsabile di una missione spaziale: è come se tutto ciò su cui hai lavorato per anni ti mettesse una mano sulla spalla e ti dicesse “Vai, adesso prova tu”. In GEMMA non sono la PI ma la responsabile scientifica e il braccio destro del PI e, detto tra noi, per la mia esperienza, per la mia età scientifica e per il punto in cui mi trovo nel mio percorso, è già un risultato enorme. Uno di quelli che fino al giorno prima dell’uscita della call mi dicevo “chissà se arriverà mai il momento”. Ed eccomi qui. Per questo, qualsiasi sarà l’esito della nostra proposta, sarò comunque soddisfatta: ho imparato più in questi ultimi mesi di quanto avessi fatto prima dal punto di vista scientifico, organizzativo, manageriale, finanziario, burocratico e relazionale. Ho accumulato un bagaglio che non abbandonerò più e che mi ha fatto fare un salto lavorativo che aspettavo da tempo e che mi apre delle prospettive esaltanti. Intendiamoci, se GEMMA non passerà ci rimarrò malissimo perché sarebbe straordinario andare avanti, poter studiare davvero la missione, consolidarla, renderla più forte. Ma anche se non dovesse accadere, resterà comunque il fatto di aver partecipato alla nascita di qualcosa.

Spero davvero che dopo questo articolo, quando vedrete le immagini di un razzo che viene lanciato per portare uno strumento nello Spazio, per un attimo vi vengano in mente le persone che ci sono dietro con tutti i sentimenti e la passione e la fatica che ci hanno messo. È una parte della storia che non compare nelle fotografie bellissime del nostro Universo né nelle immagini dei lanci ma senza questa parte, nessuna missione arriverebbe mai sulla rampa. Perché prima del conto alla rovescia, prima della rampa di lancio e persino prima del satellite, c’è sempre qualcuno che apre una mail e pensa: forse questa volta possiamo farcela.
VERSI
‘a Scienza è quarcosa de estremamente affascinante
perché riesce a creà cose davero spettacolari,
come d’artronne ‘a stessa natura sa fa’ abbondantemente
ma ner caso de’a Scienza ce stanno de li ingredienti particolari.
Li ingredienti so’ le persone, nascoste dietro ‘e quinte silenziose,
ma senza le quali nun esisterebbero tante de ‘e cose grandiose.
Fonti
Bando INAF/ASI “Piccola Missione scientifica italiana”,
Proposta GEMMA,
Workshop ASI sulle carrozze industriali, https://www.asi.it/event/presentazione-delle-carrozze-industriali-per-la-partecipazione-al-bando-inaf-per-la-piccola-missione-scientifica-nazionale/
storia della call AGILE 1997:
*Martina Cardillo, astrofisica