Artemis II: verso la Luna per ricordarci come stupirci ancora
L’emozione di vedere quattro esseri umani sfiorare il nostro satellite è stata immensa. E non solo perché io non esistevo quando lo abbiamo toccato la prima volta ma perché il programma ARTEMIS sta facendo passi per l’umanità altrettanto grandi di quelli del programma APOLLO. E noi abbiamo la fortuna di vederli in diretta.
Non serve essere un’astrofisica per emozionarsi di fronte a quanto è successo lo scorso aprile ma questo sicuramente aggiunge un pizzico di consapevolezza che rende tutto ancora più incredibile. E devo dire che avere un frugoletto di un anno e mezzo che indica la “Muna” durante le immagini in diretta dalla sonda Orion ha messo la ciliegina sulla torta.

Abbiamo sfiorato la Luna di nuovo e l’abbiamo sfiorata per preparare tutto il necessario per poterci mettere di nuovo piede in modo stabile.
Dal mio punto di vista, questo dovrebbe bastare a dare “quer friccico ner còre” che ci fa brillare gli occhi ma so che la realtà è più complessa. La domanda che aleggia nell’aria sin dall’annuncio del ritorno sulla Luna è sempre la stessa: “Ma perché tornarci? Ci siamo già stati!”, seguita spesso da un triste sarcasmo complottista a cui non darò alcuna rilevanza.
Cerchiamo di capire insieme questo “perché”. E’ vero, la Luna l’abbiamo toccata con i nostri piedi per ben sei volte, dodici astronauti ci hanno passeggiato sopra ma pensate un secondo: abitiamo la nostra Terra da milioni di anni eppure ancora non riusciamo a comprenderla del tutto. Quanto possiamo aver compreso del nostro satellite avendoci messo piede solo sei volte finora? La nostra splendida Luna, che illumina le notti più romantiche e alimenta l’immaginario dei più piccoli (e non solo), è ancora un mondo da scoprire. Di certo meno complesso del nostro, ma comunque tutto da esplorare. Lo era negli anni ’60, quando le missioni APOLLO ci hanno portato fin lì per la prima volta e lo è oggi, mentre siamo tornati a sfiorarla con ARTEMIS. La differenza è che allora stavamo imparando a fare qualcosa di impossibile mentre oggi stiamo cercando di imparare a renderlo qualcosa di “routine”.

Non è nostalgia. È un cambio di obiettivo. Le missioni APOLLO sono state una delle imprese più straordinarie mai realizzate ma erano anche figlie del loro tempo: rapide, concentrate, irripetibili. Pochi giorni sulla superficie, pochi esperimenti, pochissime persone. Il programma APOLLO non era pensato per durare e non solo: alla base aveva, purtroppo, un obiettivo poco nobile quale quello di “vincere” la corsa allo Spazio durante la Guerra Fredda, con tutti i rischi del caso.
ARTEMIS, fortunatamente, nasce con una logica completamente diversa. Non è un traguardo, è un mezzo: non vogliamo più “andare sulla Luna” ma vogliamo restarci abbastanza a lungo da farne qualcosa di più di una “semplice” destinazione. Ne abbiamo parlato diverse volte, ma entro un decennio, sempre che il programma manterrà gli attuali obiettivi, potremmo avere una base abitabile sulla Luna. E questa è una differenza enorme, anche se dall’esterno può sembrare solo un ritorno.

L’altra considerazione, alquanto polemica, è: “Però ci stiamo mettendo tantissimo! D’altronde ci siamo già stati, che ci vuole per tornarci?”. Ecco, il mio commento è: meno male che ci voglia così tanto tempo! Le tecnologie evolvono, cambiano e migliorano ma, proprio per questo, bisogna testarle “ex novo” perché totalmente diverse da quelle usate negli anni 60. Dopo ARTEMIS I, che aveva già “accarezzato” la Luna testando la capsula Orion senza equipaggio (ne abbiamo parlato proprio su Verbum), ARTEMIS II ha rappresentato il passaggio successivo: inserire l’essere umano in quel sistema dopo aver verificato che funzionasse perfettamente. Oggi, infatti, i requisiti NASA impongono un rischio di “Loss of Crew” (perdita dell’ equipaggio) più basso dello 0.5% che è più di un ordine di grandezza minore di quello, mai ufficializzato ma stimato poi retrospettivamente, durante le missioni APOLLO.
ARTEMIS II è stata la prima missione con equipaggio del nuovo programma lunare della NASA. Non ha portato astronauti sulla superficie ma li ha mandati in orbita lunare per testare tutto quello che serve davvero per andarci, e per tornarci, più e più volte: sistemi di supporto vitale, navigazione nello spazio profondo, gestione delle emergenze, comunicazioni a lunga distanza. Tutte cose che negli anni ’60 esistevano, ma in una forma che oggi non accetteremmo più perché, ribadisco, negli anni ’60 si era disposti a rischiare di più e non in senso del tutto positivo. Oggi, fortunatamente, vogliamo ridondanza, sicurezza, collaborazione internazionale e sostenibilità. Vogliamo costruire qualcosa che non finisca con una singola missione e lo vogliamo, però, dando alla vita umana priorità assoluta.

Quindi, no: ARTEMIS non è APOLLO, anche se gli somiglia. Per fare un esempio concreto: l’APOLLO 8, la prima missione del programma APOLLO a orbitare attorno alla Luna (21 – 27 dicembre 1968) voleva dimostrare che si può arrivare e orbitare attorno al nostro satellite (lo fece ben 10 volte) mentre ARTEMIS II ha voluto testare la sostenibilità tecnologica e umana di un viaggio di questo tipo: logiche di aborto missione e ridondanza, sistemi di sicurezza avanzati, automatici e triplicati, progettati per proteggere l’equipaggio durante il lancio e la risalita, garantendo la possibilità di abortire la missione e tornare a terra in sicurezza in caso di malfunzionamento del razzo SLS. Tutti elementi previsti nel programma APOLLO ma non con questo livello di complessità e sicurezza. E poi, non dimentichiamoci che stavolta, tra i membri dell’equipaggio c’è Christina Koch, ed è una presenza che racconta da sola metà della storia. Con ARTEMIS II è diventata la prima donna a lasciare l’orbita terrestre bassa e a viaggiare verso la Luna: non perché altre donne prima di lei non ne fossero in grado ma perché a noi donne è stato “concesso” di accedere allo Spazio (come d’altronde a molte moltissime cose) solo molto dopo. Ma fermarsi a questo sarebbe riduttivo. Perché Christina è lì perché è una delle astronaute più esperte che abbiamo: ha già passato quasi un anno nello Spazio all’interno della Stazione Spaziale Internazionale (328 giorni, 14 marzo 2019-6 febbraio 2020) in una singola missione. Ha lavorato, operato, vissuto in condizioni estreme ed insieme a Jessica Meier, il 18 ottobre 2019, è stata protagonista della prima passeggiata totalmente al femminile della storia, con lo scopo di sostituire un Battery Charge/Discharge Unit. Ribadisco: non perché prima non ne fossimo in grado, ma perché prima non c’era permesso.
Nella speranza di aver chiarito almeno un po’ quanto sia diverso quello che stiamo cercando ora e il perché lo stiamo cercando in questo modo, anche se forse l’avrete ascoltato e letto da molte parti, vorrei ripercorrere brevemente con voi questo splendido viaggio. ARTEMIS II è stata lanciata a bordo del Space Launch System (SLS) il 2 aprile alle 00:35 italiane. A bordo della capsula Orion, chiamata “Integrity” proprio da loro, c’erano Reid Wiseman (comandante, NASA), Victor Glover (pilota, NASA), Christina Koch (specialista di missione, NASA) e Jeremy Hansen (specialista di missione, Canadian Space Agency, CSA). Quattro astronauti che, per la prima volta dopo oltre cinquant’anni, sono tornati oltre l’orbita terrestre bassa, spingendosi nello spazio profondo, fino a distanze che per decenni sono rimaste semplicemente vuote.

Il lancio è avvenuto dopo diversi rinvii causati da piccoli problemi, risolti in tempo record considerando la complessità del razzo, e la precisione finale con cui SLS ha inserito Orion nella traiettoria giusta è stata del 99,92%, per dire (ricordo sempre che il tutto è calcolato e programmato a Terra, prima del lancio). Il viaggio è durato dieci giorni, con una timeline ben precisa e programmata. Nei primi due giorni Orion è rimasta in orbita terrestre, eseguendo test e controlli atti soprattutto a preparare la capsula per essere abitata 9 giorni: in modo quasi “comico” se volete, dai quei test è stato riscontrato un piccolo problema al sistema igienico di bordo risolto da Christina Koch, fiera di essere stata “l’idraulico spaziale” (pensare che trovare un idraulico capace sulla Terra è diventato complicatissimo). Dopo circa 3 ore e mezzo dal lancio, la capsula Orion si è staccata correttamente dallo stadio superiore del razzo e ci si è preparati per eseguire la manovra fondamentale, la Trans-Lunar Injection (TLI): l’accensione del motore che dà alla navicella la velocità giusta per uscire dall’orbita terrestre, eseguita nel giorno 2 alle ore 1:49 italiane. Tra il Giorno 2 e il giorno 4, c’è stato il viaggio tra la Terra e la Luna che per noi esseri umani rimasti con i piedi per terra ha significato riempirci gli occhi con delle immagini a dir poco commoventi ma per la missione ha significato operare completamente al di fuori della magnetosfera terrestre, il nostro scudo naturale alla radiazione nello Spazio. Ciò ha implicato l’esposizione ai suoi effetti, ovviamente prevista, di equipaggio e capsula, potendo testare, quindi, i sistemi di supporto vitale, comunicazione e navigazione in condizioni reali di “Spazio profondo”. Tra il giorno 4 e il giorno 5, Orion ha girato attorno alla Luna avvicinandosi, alle 20:45 italiane del 6 aprile, a poche migliaia di km dal nostro satellite: durante questo periodo, l’equipaggio ha ascoltato un messaggio di Jim Lovel, pilota dell’ Apollo 8, che ha passato loro il testimone “Siete tornati nel mio quartiere” mentre davanti ai lor o occhi scorreva un buon 20% della faccia nascosta della Luna a distanza ravvicinata. In questa occasione, sono stati proposti all’International Astronomical Union (IAU) due nomi per due “nuovi” crateri: “Integrity” in onore della capsula e “Carol” dedicato alla moglie di Reid Wiseman morta nel 2020. Poi alle 00:44 italiane del 7 aprile, silenzio totale: Orion è rimasta per 40 minuti dietro il nostro satellite e, di conseguenza, completamente isolata da qualsiasi comunicazione. Proprio in quel lasso di tempo, la capsula ha raggiunto il punto più vicino alla superficie lunare, 6545 km e, pochi istanti dopo, il punto più lontano mai raggiunto dalla Terra: circa 460000 km rispetto ai 400171 km dell’Apollo 13. Passati quei 40 minuti di isolamento, oltre al sollievo di poter nuovamente comunicare con la Terra, l’equipaggio si è trovato di fronte uno spettacolo incredibile: un eclissi totale di Sole! La cui osservazione è stata resa possibiloe dall’allineamento di Orion con la Terra e la Luna.

A quel punto, sempre nella notte tra 6 e il 7 aprile, è iniziata la fase di rientro, effettuata seguendo una traiettoria free-return, che utilizza la gravità lunare per garantire un rientro naturale verso la Terra tramite il cosiddetto “effetto fionda”. Sempre il 7 aprile, c’è stato un altro momento davvero memorabile: un collegamento con la Stazione Spaziale Internazionale! “Spazio chiama Spazio, mi sentite?”. Durante la conversazione, proprio Jessica Meier, l’astronauta della prima passeggiata spaziale con Christina Koch, ha detto che nel momento di massima distanza di Orion dalla Terra, la ISS si trovava dal lato opposto del nostro pianeta: i due equipaggi sono stati gli esseri umani più lontani tra loro in tutta la Storia!
I giorni 6-9 sono stati quelli del viaggio di ritorno, monitoraggio dei sistemi e preparazione per il rientro, per poi arrivare al giorno 10, in cui c’è stato il tuffo nell’atmosfera, eseguito non direttamente come si faceva per le missioni APOLLO, ma con un primo “rimbalzo” avvenuto a circa 11 km/s (38000 km/h) nell’atmosfera terrestre che ha avuto lo scopo di alleviare lo shock termico (2800 gradi centigradi raggiunti nella discesa in atmosfera!) e gravitazionale per l’equipaggio passando a una velocità di “soli” 30000 km/h. Per finire, lo splashdown nel Pacifico, a largo della costa di San Diego alle 2.11 italiane del 10 aprile. Subito dopo Orion è stata raggiunta dalle squadre di recupero della NASA e dalla marina, mettendo in sicurezza la capsula e gli astronauti, che sono poi stati estratti uno a uno con cautela e trasferiti in elicottero su una nave della marina dove sono state controllate le loro condizioni di salute. Ottime!

Insomma, ARTEMIS II non è stata una missione progettata per stupire ma è stata progettata per funzionare. Una scelta che dice molto: non stiamo cercando il gesto eroico, stiamo costruendo affidabilità. E poi c’è una cosa che per me pesa tantissimo: ARTEMIS non è “una nazione contro un’altra” ma, come la Stazione Spaziale Internazionale, è un programma globale e questa, più di qualsiasi tecnologia, è una rivoluzione. Il rischio che l’attuale amministrazione possa fare qualche danno anche in questo ambito, considerando i disastri sulla Terra, esiste ma non è questo il momento per pensarci.
Vorrei davvero essere sicura che le immagini che avete visto in diretta o in televisione e sul web in differita oppure sfogliando questo articolo, possano avervi suscitato le emozioni forti che suscitano ancora adesso in me. Eppure non ho questa certezza. Noi questa missione l’abbiamo vista in tempo reale, con immagini di una qualità che durante il programma APOLLO non poteva nemmeno essere immaginata. Nel frattempo, però, qui sulla Terra, siamo sommersi letteralmente da immagini e video generati dall’AI: possiamo creare ormai di tutto, qualsiasi immagine, qualsiasi scena, qualsiasi “missione spaziale” che non è mai esistita. Da un punto di vista tecnologico, l’AI è un progresso straordinario: da scienziata, io sono profondamente favorevole alla sua diffusione e al suo utilizzo. La uso, la capisco, ne vedo il potenziale ma non riesco a ignorare un effetto collaterale: introduce una frattura. La scienza si basa sull’equilibrio tra immaginazione e verifica: se tutto può essere costruito, questo equilibrio diventa più fragile. Più diventa facile creare tutto, più diventa difficile riconoscere cosa è reale e si riduce la nostra capacità di distinguere tra ciò che è stato osservato davvero e ciò che è stato generato artificialmente.

Attenzione, non sto parlando solo di complottismo, che già esisteva ben prima dell’AI quindi figuriamoci ora ma non voglio perderci troppo tempo, non lo merita. Parlo di qualcosa di più silenzioso e inesorabile: la perdita dello stupore. Se posso vedere mille “Terre che sorgono” generate artificialmente, quanto peso ha quella vera? Quella che qualcuno ha visto davvero, dopo giorni di viaggio, guardando fuori da un finestrino mentre la Luna gli scorreva sotto?

Forse l’unico modo che abbiamo per continuare a stupirci è andare oltre all’immagine in sé, e capire cosa c’è dietro. Mi faccio sorridere da sola nel dire questo perché sono sempre stata una promotrice dell’ “emozione prima di tutto”, soprattutto nell’arte. Ma di fronte alla rivoluzione di cui siamo protagonisti in questo periodo storico, il contesto e la comprensione assumono un ruolo molto più importante. Capire cosa c’è dietro a un programma come ARTEMIS e al viaggio di ARTEMIS II ci può permettere di stupirci e di capire che esiste ancora una differenza tra qualcosa che è stato generato e qualcosa che è stato vissuto. ARTEMIS II non è stata la missione che ha fatto titoli spettacolari, non è atterrata, non ha fatto il “primo passo”, non ha costruito basi. Eppure è LA missione, perché ha sancito l’inizio del nostro ritorno sulla Luna, in modo ripetibile e mirato al futuro. Pensando a questo forse possiamo permetterci di credere che, nonostante tutto, vale ancora la pena attraversare lo Spazio per guardare la Terra sorgere sopra l’orizzonte lunare: non perché non l’abbiamo mai visto ma perché ogni volta è reale.
VERSI
Ogni giorno me accordo sempre de più,
de quanto sia difficile genera’ stupore.
D’artronne co l’AI ormai usata a tutte le ore,
potemo crea’ l’universo intero anche da quaggiù.
Pe questo oggi più che mai è importante spiega’
tutto quello che un’immagine finta nun te po’ dà.
Fonti
• NASA – Artemis II Mission Overview https://www.nasa.gov/mission/artemis-ii/
• NASA – Artemis I Mission Overview https://www.nasa.gov/artemis-1
• NASA – Orion Spacecraft https://www.nasa.gov/exploration/systems/orion
• ESA – European Service Module https://www.esa.int
• NASA Astronaut Biographies (Wiseman, Glover, Koch) https://www.nasa.gov/astronauts
• Canadian Space Agency – Jeremy Hansen https://www.asc-csa.gc.ca
• Astrospace.it – Approfondimenti programma Artemis: https://www.youtube.com/watch?v=YIpKde3Q4Tg&t=478s
*Martina Cardillo, astrofisica