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VerbumPress

L’aura del gesto

Benjamin aveva intuito che la perdita dell’aura non era un fatto marginale, ma il sintomo di una trasformazione epocale del rapporto dell’uomo con il mondo

Il vinile che scricchiola non è un difetto. È la firma di un corpo che si è posato sulla materia, l’impronta di un incontro che la perfezione del digitale ha reso impossibile. L’uomo che oggi sceglie di ascoltare un disco, di scrivere con una penna stilografica, di sviluppare una pellicola, non sta cedendo alla nostalgia di un passato che la tecnica ha superato. Sta compiendo un gesto che la filosofia del Novecento, da Walter Benjamin in poi, ha riconosciuto come il tentativo di restituire all’esperienza la sua aura, quella dimensione di unicità e di distanza che la riproducibilità tecnica ha eroso e che il digitale ha definitivamente cancellato.

Benjamin, nelle sue pagine sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, aveva intuito che la perdita dell’aura non era un fatto marginale, ma il sintomo di una trasformazione epocale del rapporto dell’uomo con il mondo. La fotografia e il cinema, che allora rappresentavano l’avanguardia della tecnica, avevano già iniziato a smaterializzare l’esperienza, a renderla riproducibile e per questo insignificante. Oggi, il digitale ha portato a compimento questo processo. La musica che scivola dall’altoparlante senza il crepitio della polvere, l’immagine che appare e scompare sullo schermo, la parola che si scrive e si cancella con un tocco: tutto questo ha reso l’esperienza umana completamente evanescente, fluida, priva di quella resistenza che la materia oppone al gesto e che lo rende significativo.

L’analogico, in questo contesto, non è una sopravvivenza del passato, ma una scelta di presente. Chi mette un vinile sul piatto accetta di compiere un gesto che il digitale ha reso superfluo: alzare la testina, pulire il disco, girare il supporto a metà dell’ascolto. Questi gesti, che la velocità della riproduzione digitale ha eliminato, reintroducono un tempo che l’istantaneità ha rimosso. Richard Sennett, in *L’uomo artigiano*, ha mostrato che la manualità non è un’inefficienza, ma una forma di pensiero che si incarna nei gesti e che la smaterializzazione ha reso obsoleta. L’analogico è la pratica di un pensiero che non si accontenta di scorrere, ma che si ferma a toccare la materia.

La scrittura a mano, forse più di ogni altra pratica, testimonia questa resistenza. La tastiera è veloce, efficiente, democratica. Permette a chiunque di mettere parole in fila senza il fastidio della calligrafia, senza la fatica di cancellare un errore con un tratto deciso di biro. Ma questa assenza di resistenza ha reso la scrittura uno stillicidio, un flusso che non si ferma mai, che non chiede conto a chi scrive del peso di ogni singola parola. La penna stilografica, con la sua inchiostrazione paziente, impone una lentezza che è anche profondità. La carta, poi: la scelta del quaderno, l’odore della cellulosa, la sensazione tattile della pagina che si riempie. Tutto questo è l’architettura materiale del pensiero, una trincea che il pensiero liquido non può valicare. La fotografia analogica, poi, è forse l’esempio più lampante di questa resistenza. Lo smartphone fa migliaia di scatti, li cancella, li rifà, li modifica con un filtro in due secondi. La pellicola costa, ha un numero limitato di pose, non permette l’anteprima, richiede lo sviluppo. Il fotografo analogico impara a vedere prima di scattare, a calcolare la luce, a inquadrare con la consapevolezza che l’errore non si cancella con un dito sullo schermo. E poi c’è l’attesa. Quei giorni in cui la pellicola è nel laboratorio, la bobina gira, l’alchimia del rivelatore compie il suo lavoro. L’attesa restituisce allo scatto il suo valore profondo: non è un documento istantaneo, ma una memoria che deve maturare. Franco Berardi, in *Fenomenologia della fine*, ha parlato della progressiva estinzione del desiderio nell’epoca del capitale digitale. Forse questa estinzione è il frutto di un’esperienza che non ha più il tempo di maturare, che non ha più la pazienza di attendere.

La società della stanchezza, che Byung-Chul Han ha descritto come un’esistenza iperattiva e iperconnessa, ha reso l’uomo incapace di annoiarsi. E la noia, come insegnava Pascal, è il luogo in cui il pensiero nasce. L’analogico reintroduce la noia: il tempo che scorre mentre il disco gira, la carta che si riempie di parole, l’attesa che la pellicola si sviluppi. In questi piccoli vuoti di tempo, l’anima ritrova un respiro che il digitale le ha rubato. Nicholas Carr, in “Internet ci rende stupidi?”, ha mostrato come la rete stia riprogrammando i nostri circuiti cerebrali, erodendo quella capacità di attenzione profonda che la lettura di un libro e la contemplazione di una fotografia analogica richiedevano. L’analogico, in questo senso, è un esercizio di resistenza cognitiva, un modo di allenare il cervello a un’attenzione che il flusso dei dati ha reso obsoleta. Il movimento che parte dalle periferie dell’esperienza, dai giovani che comprano dischi e collezionano macchine fotografiche d’epoca, non è una moda passeggera. È la prima forma di critica radicale del nostro tempo. Questi giovani hanno capito che la libertà non consiste nell’avere tutto subito, ma nella capacità di scegliere di avere qualcosa lentamente. Luciano Floridi ha descritto la nostra epoca come l’infosfera, un ambiente in cui l’informazione è l’unica realtà. Eppure, chi sceglie il vinile e la carta sceglie di ritirarsi da questa sfera, di abitare un’ecologia della presenza che la rete non può replicare. Il gesto analogico non è un rifiuto della tecnica, ma un modo diverso di abitarla. Bernard Stiegler ha mostrato che la tecnica non è un destino, ma un campo di possibilità, e che la vera sfida del presente consiste nell’inventare nuove forme di relazione con gli strumenti che l’uomo ha prodotto. L’analogico, in questa prospettiva, non è un ritorno al passato, ma un’anticipazione di un futuro che non ha ancora trovato il suo linguaggio.

Allora, forse, la rinascita dell’analogico è solo l’inizio di una controffensiva più ampia. Non riguarda solo la musica o la fotografia o la scrittura. Riguarda il modo in cui vogliamo abitare il mondo, se vogliamo essere spettatori passivi di un flusso continuo di dati o artigiani della nostra esperienza. La scelta, oggi, è politica. Riguarda la comunità, il modo in cui decidiamo di stare insieme. L’aura del gesto analogico non serve a difendersi dal futuro, ma a conquistare un presente che non sia solo un corridoio vuoto verso il prossimo clic. È la trincea della materia in un’epoca che ha dichiarato guerra alla materia stessa. E in questa trincea, l’uomo ritrova il peso del suo corpo, la lentezza del suo respiro, la profondità del suo pensiero.

Bibliografia

Benjamin, Walter, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966.

Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, nottetempo, Roma 2012.

Sennett, Richard, L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano 2008.

Berardi, Franco ‘Bifo’, Fenomenologia della fine, NERO, Roma 2014.

Carr, Nicholas, Internet ci rende stupidi? Raffaello Cortina, Milano 2011.

Floridi, Luciano, La quarta rivoluzione, Raffaello Cortina, Milano 2017.

*Robert Von Sachsen Belloni, giornalista