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VerbumPress

Leonardo e la forza creativa del genio espressa nell’eterno fascino della Gioconda. 

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, Verbumpress propone ai lettori un altro capitolo del saggio di Salvatore La Moglie “Il caso Leonardo. Il misterioso fascino di un genio sempre attuale”

Nel 1505 pare che Leonardo smettesse di lavorare al ritratto più celebre di ogni altro, cioè La Gioconda (o Monna Lisa), il capolavoro-icona dell’arte rinascimentale e italiana, sul quale sarebbe stato, appunto, quasi per quattro anni (dal 1503 al 1506) ma, a dire il vero, non sembra proprio così: Leonardo l’avrebbe ritoccato fin quasi agli ultimi anni della sua vita. Si tratta dell’opera sulla quale egli ha esercitato ed espresso, in modo particolare, la forza creativa del suo genio. Naturalmente, parliamo della Gioconda che si trova custodita a Parigi, al Museo del Louvre; si sa che esistono tanti altri esemplari, imitazioni e rifacimenti come pure tante rivisitazioni  eccentriche e caricaturali di più di un artista del Novecento: si pensi almeno a Marcel Duchamp (Gioconda con baffi e barba sul mento), a Andy Warhol (una Gioconda quadrupla, di diverso colore e quadro-foto-tessera), a Botero (in versione grassoccia…), a Basquiat (Gioconda orribile, con volto che sembra scarabocchiato o con sopra disegnata una barba) o a Salvador Dalì (che ha ritratto provocatoriamente se stesso…). Esiste anche una Gioconda nuda (anzi più di una: una ventina!…) decisamente sfacciata ed erotica, attribuita alla cerchia di allievi di Leonardo o a lui stesso o anche al Salaì, che faceva da bellissimo modello e che sembrava l’androgino perfetto che simboleggiava l’armonia umana, proprio in quanto racchiudeva in sè due qualità e aspetti sessuali, fisici. Questa Gioconda (in verità nuda solo nella parte superiore) è chiamata anche Monna Vanna.

Ma come nasce, qual è la genesi di questo celebre ritratto, che tantissimi critici hanno finora cercato di interpretare in tutto il suo sublime e ineffabile mistero? Il Solmi ricostruisce così: «Francesco del Giocondo (1460-1528) aveva sposato, nel 1495, in terze nozze, una gentildonna, originaria di Napoli, della famiglia Gherardini, “monna Lisa”. Nel 1499, mentre era uno dei dodici bonomini, s’era veduta morire una figlia, forse l’unica: “Una fanciulla di Francesco del Giocondo, dice laconicamente il Libro de’ morti, fue riposta in S. M. Novella”. Supponendo che monna Lisa avesse 20 anni nel tempo del suo matrimonio, essa ne aveva 24 nel giorno di questa sventura, e circa 30 quando Leonardo la dipinse, quell’età in cui la bellezza femminea è sfolgorante come il sole all’occidente» (cfr. Edmondo Solmi, Leonardo (1452-1519), Longanesi & C., 1972). E, così, mettendo da parte tutti gli altri impegni – prosegue il Solmi – «il grande pittore recavasi, come a sollievo, a ritrarre monna Lisa del Giocondo. “Essendo madonna Lisa bellissima, teneva, mentre la ritraeva,  chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni, che la facessero stare allegra, per levar via quel malinconico, che suol dare spesso la pittura a’ ritratti che si fanno” [la citazione è tratta dalle Vite del Vasari, N.d.A]. Certamente il problema che il Vinci s’era proposto di risolvere dinanzi a questa donna adorna d’ogni grazia, era tale da far tremare qualunque intelletto, e da infrangere ogni pazienza. Voleva fare col pennello una cosa viva. Lo scopo della pittura di ritratto, secondo l’artista, è di dare il fiato immortale dell’arte alla caducità di membra mortali. “Ella riserva in vita quell’armonia delle proporzionate membra, le quali natura con tutte le sue forze conservar non potrebbe. Conserva il simulacro di una divina bellezza, che il tempo o morte in breve ha distrutto il suo naturale esempio”. Ma qui il suo pensiero divenne quasi follia. Il pennello doveva ricostruire un essere atomo per atomo, e poi farne una creatura vivente; contraffare tutte le minuzie, che si possano con sottigliezza dipingere, e unificarle nell’armonia di un’espressione unica e profonda». Il Solmi prosegue ancora soffermando l’attenzione sul fatto che Leonardo teneva in così grande considerazione l’organo della vista, cioè l’occhio (l’occhio inteso soprattutto come saper guardare e saper leggere, penetrare e decifrare quel che si osserva) tanto da elaborare una vera e propria “teoria della percezione”: «Mentre Leonardo risveglia sulla tela il mondo infinito di cose, che compongono un viso, s’accorge, con sorpresa, d’un fatto, che sarà poi tanta parte della sua teoria delle percezioni. Ritornando in due momenti successivi a riscontrare la pupilla dell’occhio  reale con quella dipinta, si accorge di una leggera divergenza, che prima non era. Allora scopre che la pupilla umana si dilata e si restringe. […] “Questa nostra pupilla”, aveva già scritto il Vinci, “cresce e diminuisce secondo la chiarità e oscurità, del suo obietto: e questa cosa già m’ingannò nel dipingere un occhio, e di lì imparai”. Il pennello aveva sorpassato in acutezza l’ingegno. E il Vinci aveva già detto nel Trattato allo scrittore: “Tu non puoi giungere colla penna, dove si giunge col pennello”». E, dunque: «Il ritratto di monna Lisa fu quale doveva essere» e cita quanto ha lasciato detto «insuperabilmente il Vasari»: «“Gli occhi avevano que’ lustri e quelle acquitrine che di continuo si veggono nel vivo, ed intorno ad essi erano tutti quei rossigni lividi e i peli, che non senza grandissima sottigliezza si possono fare; le ciglia, per avervi fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove più folti e dove più rari, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere più naturali; il naso, con tutte quelle belle aperture rossette e tenere, si vedeva essere vivo; la bocca, con quella sua sfenditura, con le sue fini unite dal rosso della bocca, con l’incarnazione del viso, che non colori, ma carne pareva veramente; nella fontanella della gola, chi intensissimamente la guardava, vedeva battere i polsi. E nel vero si può dire, che questa fussi dipinta d’una maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice, e sia qual si voglia”».

Scrive ancora il Solmi che: «Leonardo stesso ci ha descritta l’impressione che doveva fare quest’opera sua di pittura: “Tutti li sensi, insieme con l’occhio, la vorrebbero possedere, e pare che a gara vogliano combattere con l’occhio. Pare che la bocca, s’è la bocca, se la vorrebbe per sé in corpo, l’orecchio piglia piacere d’audire le sue bellezze, il senso del tatto la vorrebbe penetrare per tutti i suoi meati, il naso ancora vorrebbe ricevere l’aria, che al continuo di lei spira”». 

Sull’«indicibile fascino»(ancora il Solmi) della Gioconda è stato scritto tantissimo e non smetteremmo mai di citare ora questo critico e poi quest’altro. Nel suo libro sul Rinascimento italiano, il Macek, parlando della Gioconda, all’inizio del capitolo XIII, fa notare tutti gli onori avuti da questo dipinto come nessuno mai nella storia dell’arte: trattato come se fosse un capo di Stato o la più grande star del cinema: «Poche volte nella storia è accaduto che ad un’opera artistica venissero rese onorificenze tali quali si rendono solo a teste coronate e a potenti statisti. Quando nel 1962 la Monna Lisa, il capolavoro di Leonardo da Vinci, lasciò la galleria del Louvre parigino, dove si trova abitualmente, per gli Stati Uniti dove venne esposta, il ministro della cultura francese la fece accompagnare da una squadra armata di guardie del corpo e da un seguito di scienziati e specialisti che si preoccuparono di mantenere una temperatura adatta e un ambiente favorevole per il viaggio di questo quadro. Sulla nave, la bella rinascimentale ebbe il lussuoso appartamento che normalmente accoglie solo i capi di Stato. Gruppi di reporters e decine di operatori coglievano ogni movimento del prezioso quadro come se si fosse trattato di un viaggio della più luminosa stella del firmamento cinematografico» (cfr. J. Macek,  Editori Riuniti, Il Rinascimento italiano, 1981).

Non si dimentichi – sia detto per inciso – che la notte tra il 20 e il 21 agosto del 1911 il decoratore italiano Vincenzo Pietro Peruggia compì il famoso furto del secolo, quello, appunto, della Gioconda, riportando il quadro a Firenze, perchè riteneva giusto che l’opera ritornasse in Italia. Poi venne arrestato e si fece un anno e mezzo di carcere, in quanto gli fu riconosciuta l’infermità mentale. Naturalmente, l’opinione pubblica era in suo favore: non si poteva non simpatizzare per un furto fatto per amor di patria. Dopo la permanenza in Italia, il celebre quadro ritornò al Louvre il 4 gennaio del 1914.

Ritornando ai critici e a quello che ciascuno sostiene su questo grande mistero che è La Giocanda, il Bramly fa subito notare che Leonardo ha dato alla Gioconda un sorriso «che secondo Freud gli ricorderebbe quello della madre, oltre a tutte le virtù e le qualità che si aspetta da una donna – dolcezza, comprensione, indulgenza, pazienza, costanza; allora, La Gioconda sarebbe il primo quadro al mondo assolutamente puro d’intenti» (cfr. S. Bramly, Leonardo da Vinci, Fabbri editori, 2000). Ma, prosegue lo studioso, il nocciolo della Gioconda sta proprio in tutto ciò che in essa è di indefinito, di non ben precisato e distinto: «Si dice che La Gioconda assomigli al suo autore. Perché non potrebbe essere semplicemente un ritratto postumo della madre? In questo caso Leonardo, sempre discreto su Caterina, non avrebbe rivelato l’identità della modella o avrebbe avviato i suoi contemporanei su false piste. Intere generazioni di storici dell’arte si sono invano applicate alla soluzione di questo rompicapo. Negli scritti dell’artista non si trova la minima allusione al dipinto o al suo eventuale committente; né nei suoi cartoni si trova un disegno preparatorio. Siamo costretti a riconoscere che il mistero resta inviolato. A esser sinceri, la fitta nebbia che ne avvolge la genesi si adatta a meraviglia alla sibillina Gioconda. Leonardo impiega lo “sfumato” sia in pittura sia nei suoi scritti e nel modo stesso in cui vela a suo piacimento, si direbbe, certi eventi della sua vita; lascia dietro di sé una scia di fumo; è il suo stile, il suo carattere, la sua forma mentis. Leonardo sa quanto siano belle le cose quando sono indistinte; ha intessuto sapientemente le fila del suo enigma – enigma che in realtà è il suo vero soggetto», conclude molto bene il condivisibile Bramly. Il quale continua la sua analisi sulla Gioconda citando brani di Leonardo dal Trattato in cui parla di luce (di quella verso la sera) e di ombra, di oscurità, nel fare pittura, per poi passare ad analizzare il quadro con al centro la sublime e ineffabile donna con il suo arcano sorriso che lancia la sua sfida al Tempo e con tutt’intorno, anzi, con alle sue spalle, lo strano, suggestivo, inquietante, misterioso e ineffabile paesaggio: «La Gioconda segue quest’idea di una luminosità avara, di un’eclisse, di un’atmosfera nebbiosa, umida, di un’ora estrema della giornata in cui le ombre emergono miracolosamente da un oscuro sfumato. Allo stesso tempo, ci diciamo: il giorno muore, fra un attimo la notte annullerà questa dolcezza; e tuttavia questa donna sorride. […] È un sorriso effimero che non è di felicità. E neanche di seduzione. Pensiamo: questa donna sorride mentre il resto del dipinto parla di annientamento – il sole scomparso, il paesaggio disabitato e grandioso minacciato dalle tenebre, come pure l’abito scuro, il velo nero che avvolge i capelli e che potrebbe essere di lutto. “Sulla sua testa”, dice Oscar Wilde, “si sono addensate tutte le fini del mondo; e le palpebre sono un po’ stanche”. Ha il sorriso della sposa, dell’eterna madre che ha vissuto tutti i piaceri e tutte le pene e che persino nel dolore, onnisciente, piena di compassione, come un equivalente femminile di Cristo, con le mani saggiamente incrociate, sfida tranquillamente il tempo “consumatore delle cose”. Leonardo –conclude il Bramly– ha capito prestissimo quale vantaggio si può trarre da simili contrapposizioni; ha già usato un gioco di contrasti nella Vergine delle rocce, come pure nel Ritratto di Ginevra Benci, una specie di prototipo della Gioconda. La bellezza, il prodigio permanente della vita, sembra dire (e ciò sottintende tutta una filosofia), hanno più splendore e una maggiore attrattiva quando sono presentati in uno scrigno infido, costellato di segni funesti. […]».

Sulla Gioconda, alcune cose, pure molto interessanti, scrive Simona Cremante (cfr. Leonardo da Vinci. Artista Scienziato Inventore, Giunti, 2005): «[…] Soprattutto, quello che Leonardo riesce a racchiudere nel dipinto è il tema, elaborato nei suoi scritti, della profonda analogia tra il microcosmo del corpo umano e il macrocosmo della terra, entrambi intesi come organismi in cui è in atto il fluire della vita. […] L’intero dipinto è permeato dal concetto dello scorrere del tempo e riflette gli ultimi sviluppi delle ricerche di Leonardo che si rivolgono sempre di più agli aspetti dinamici e ai processi di trasformazione. La figura femminile con la sua presenza viva immersa nel divenire perenne della natura dà corpo alla riflessione filosofica scritta da Leonardo: “L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima […] di quella che andò, e la prima di quella che viene, così il tempo presente”.

Lo stesso sorriso della Gioconda sarebbe nato, secondo il Vasari, dal pretesto di eliminarne l’espressione malinconica, così che, mentre Leonardo la ritraeva c’era “chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni che la facessino stare allegra”. Nell’elaborazione di Leonardo il sorriso diventa il segno della mobilità espressiva, allude al mistero della profondità psicologica e si fa assimilabile al sorriso della conoscenza. Leonardo porta così a compimento il processo evolutivo verso il ritratto idealizzato.

Le fattezze della Gioconda sono state messe direttamente in rapporto a quelle di Leonardo stesso, tanto che è stata avanzata l’ipotesi che il dipinto potesse essere perfino una sorta di autoritratto. Se la Gioconda è  l’autoritratto di Leonardo, lo è perché rappresenta il ritratto della sua idea della pittura. Si potrebbe anche dire che la Gioconda è un “autoritratto allo specchio”, nel senso che l’osservatore guarda nel dipinto quel viso di fronte al quale è stato, a lungo, il pittore stesso. È proprio questa l’idea che Leonardo annota fra le sue carte un anno prima della morte, quando scrive: “Quel volto che in pittura riguardò in viso al maestro che lo fa, riguarda sempre tutti quelli che lo veggono”. Come a dire che la Gioconda si rivolge al pittore che l’ha creata, ricambiando il suo sguardo. In questo intenso dialogo silenzioso tra l’immagine e il suo autore, chi osserva la Gioconda, e a sua volta ne viene guardato, sta al posto di Leonardo». 

Pure molto interessante è anche quanto si legge in un articolo reperibile sul sito internet Magnificamente Leonardo, a firma diLaura Ciotola (5 marzo 2017). Titolo: Cosa c’è negli occhi della Monnalisa? E, nel sommario, si legge: In tutti i campi esistono misteri e cose mai spiegate. L’enigma per eccellenza nel campo della pittura è la Gioconda. Nei suoi occhi Leonardo avrebbe lasciato l’ultimo inquietante messaggio. Lo svela Silvano Vinceti. Lo stesso studioso che qualche mese fa tentò di ritrovare il corpo di Michelangelo Merisi, Caravaggio. L’articolo è interessante soprattutto in merito all’aspetto esoterico, ovvero in merito al presunto o meno occultismo ed ermetismo filosofico-religioso di Leonardo (che si richiama al leggendario Ermete Trismegisto, che significa “tre volte grande”), tanto che, secondo certe teorie, egli sarebbe stato «il Gran Maestro di una società segreta di impostazione eretica» (come si legge nel già citato volume curato da Simona Cremante). Ebbene, vediamo cosa scrive Laura Ciotola: «Il quadro […] rappresenterebbe, ma neanche questo è mai stato dato per certo, Lisa Gherardini, cioè “Monna” Lisa, diminutivo di Madonna, moglie di Francesco di Giocondo. La celebre “Signora”, che vide la luce tra il 1503 e il 1514 circa e che subì diverse modifiche da parte dello stesso Leonardo, non ha mai smesso di far parlare di sé.È la prima volta infatti che in un ritratto non viene riprodotta semplicemente una forma esteriore bensì un’anima, un messaggio, un enigma appunto. Non si contano le citazioni del cinema, della televisione e della musica che hanno avuto come oggetto l’immagine della Gioconda così come non si contano i libri che hanno tratto ispirazione dal suo mistero, come il noto “Codice da Vinci”, romanzo thriller dello scrittore Dan Brown, nel quale la Monna Lisa conteneva indizi nascosti sul nascondiglio del Sacro Graal, il calice usato da Gesù durante l’Ultima Cena.Da sempre negli occhi della Gioconda, tra le sue labbra, nei lineamenti del suo viso, tra le sue mani mestamente appoggiate sul grembo e tra i suoi capelli si cerca un codice, un messaggio segreto lasciato per noi dal genio del Rinascimento Italiano […].

L’ultima rivelazione ci viene dal Presidente del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali, Silvano Vinceti, che ha reso noto, in questi giorni, la presenza delle lettere L e V nell’occhio destro della Gioconda; delle lettere, forse ’CE’ o forse una ’B’ all’interno dell’occhio sinistro e del numero 72 in uno degli archi del piccolo ponte situato sullo sfondo destro della stessa. Secondo il Vinceti le due lettere L e V potrebbero essere proprio le iniziali di Leonardo mentre il numero 72 rappresenterebbe il suo pensiero filosofico, esoterico e religioso».
L’articolista prosegue poi citando un’altra studiosa e ricercatrice sul mistero della Gioconda: «Secondo la studiosa savonese Carla Glori invece, nelle pupille della modella comparirebbero le lettere S e G, che identificherebbero nella Gioconda, Bianca Giovanna Sforza, la giovane figlia di Ludovico il Moro, mentre il paesaggio sullo sfondo del ritratto rappresenterebbe il borgo piacentino di Bobbio e il numero 72 potrebbe  riferirsi proprio alla distruzione del Ponte Gobbo di Bobbio (Piacenza) avvenuta nel 1472 a causa dell’onda di piena del Trebbia. In base alle ipotesi avanzate dalla stessa Glori, Leonardo pose il numero 72 sotto l’arcata del ponte Gobbo per ricordare quella devastante piena del Trebbia e probabilmente per far sì che qualcuno identificasse il misterioso sfondo del dibattuto dipinto».

Questo fatto qui delle lettere e dei numeri che gli studiosi citati hanno rintracciato negli occhi della Gioconda, fa venire alla mente un pensiero di Leonardo, secondo il quale, nelle macchie che si trovano sui muri noi possiamo vedere qualsiasi cosa, quello che vogliamo. 

In merito alla vera identità di Monna Lisa, la Ciotola così continua nella sua inchiesta: «Ad essere messa in dubbio è stata, molte volte, proprio la donna protagonista del dipinto. Secondo uno studioso fiorentino, Giuseppe Pallanti […] la Gioconda era Lisa Gherardini, seconda moglie del ricco setaiolo fiorentino Francesco Del Giocondo. Sarebbe stato il padre di Leonardo, notaio più importante di Firenze,  e che annoverava tra i suoi clienti proprio i Del Giocondo a procurare il committente al figlio. Inoltre risulta che Leonardo visse in Santissima Annunziata, proprio dove i Del Giocondo avevano la cappella di famiglia e dove la donna presumibilmente si recava spesso a pregare. Molti  storici condividono la tesi, anche se alcuni contrastano l’identità del committente che sarebbe stato non il marito di Lisa, Francesco del Giocondo ma  Giuliano dei Medici, il suo amante. Alcuni storici, invece, vedono nella Gioconda un ritratto di Isabella Gualandi, gentildonna napoletana favorita di Giuliano dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Altre interpretazioni, basate sulla sovrapposizione a computer di un autoritratto di Leonardo e della Gioconda,  vedono nel volto della donna lo stesso pittore che avrebbe semplicemente azzardato un burlesco autoritratto. Anche Freud diede la sua interpretazione sull’identità della Monna Lisa ipotizzando che potesse essere un ritratto postumo della madre di Leonardo, Caterina. Nel 2004, in seguito ad una radiografia tridimensionale eseguita sul dipinto dai ricercatori del Centro nazionale delle ricerche canadese (Cnrc), si rilevò che Monna Lisa era rivestita da un fine velo di mussolina, che all’epoca era portato dalle donne incinte o da quelle che avevano partorito da poco. Questo particolare che era stato, fino ad allora, nascosto dalla vernice, rinvigorì la tesi secondo la quale la Gioconda era proprio Lisa Gherardini,  raffigurata dopo aver messo al mondo il secondo dei suoi cinque figli».

Infine, l’articolo termina soffermando l’attenzione sul fatto che, sulla Gioconda, restano tuttora altri dubbi ed enigmi: «Tanti dubbi vengono dal  paesaggio che fa da sfondo al dipinto e che se per alcuni storici rappresenterebbe un luogo reale, per altri è il frutto della fantasia di Leonardo. Ignoti restano anche i motivi per cui il ritratto prese vita. Se infatti le ipotesi più condivise restano quelle per cui il capolavoro venne commissionato, ci si chiede, da più parti, perché Leonardo non se ne separò mai fino alla sua morte. Tale attaccamento dell’autore alla sua opera poteva derivare dal fatto che la donna rappresentasse una persona amata, o che Leonardo, non ancora soddisfatto del risultato, si prodigasse in continui ritocchi. Forse studi più approfonditi e interpretazioni successive sveleranno finalmente il segreto che cela il dipinto, ma più probabilmente siamo semplicemente di fronte a un giallo inspiegabile e l’anima immortale della Gioconda, trascinando con sé il suo mistero, continuerà a vagare per i corridoi del Louvre mentre lo sguardo vagamente burlesco della Monna Lisa continuerà a farsi beffa di noi distratti osservatori».

Che dietro l’enigmatica Gioconda si nasconda la bellissima Isabella Gualandi ne è convinto, e da più di due decenni, uno studioso di Leonardo come Carlo Vecce. Infatti, in una lontana intervista a La Repubblica del 17 aprile del 1998 (Il mistero della Gioconda era un segreto d’amore, e cioè che era l’amante di uno della potente famiglia dei Medici, cioè Giuliano), il Vecce sosteneva proprio questo, facendo sapere che Isabella «era una gentildonna napoletana della cerchia di Vittoria Colonna e Costanza d’Avalos, probabilmente l’amante di Giuliano. Il primo studio per il completamento dell’opera è riconoscibile nella cosiddetta Monna Vanna di cui resta un cartone e copie degli allievi di Leonardo». Inoltre, secondo l’illustre leonardista: «[…] Il quadro del Louvre non è identificabile con la descrizione che ci ha lasciato Giorgio Vasari. Concretamente non è il ritratto di Monna Lisa del Giocondo. È un’opera sublime, perfetta, punto d’arrivo di tutta l’arte e la meditazione di Leonardo sulla vita. Ma non è Monna Lisa. È una tavola completata negli anni tardi, tra il 1514 e il 1515, che ha accompagnato Leonardo a Milano e in Francia. Il vero ritratto di Monna Lisa del Giocondo, di cui i fiorentini videro il cartone, è andato perduto. Il dipinto che è conosciuto come La Gioconda si sviluppò a Roma, quand’era al servizio di Giuliano de’ Medici. Cambiando la committenza modificò l’opera, ritrasse Isabella Gualandi. […]».

Secondo il già citato Dan Brown, «la venerazione di Leonardo per quell’opera…derivava da cause più profonde [della semplice bellezza, N.d.A.]: un messaggio nascosto nelle sue immagini. La Monna Lisa era, come avevano dimostrato esaurientemente gli storici dell’arte, una sorta di linguaggio cifrato per chi era in grado di intenderlo». Ma, prosegue, non è «il sorriso il suo più grande mistero». Il protagonista del romanzo Il codice da Vinci, Langdon, rispondendo all’osservazione secondo cui Leonardo aveva dipinto la linea dell’orizzonte molto più bassa che a destra, replica così: «No. È difficile che Leonardo si sbagliasse. In realtà si tratta di una sorta di trucco. Abbassando lo sfondo sulla sinistra, Leonardo ha fatto in modo che la Monna Lisa sembrasse più grande da sinistra che da destra. Una sorta di messaggio per iniziati. Storicamente, ai concetti di maschile e femminile sono collegati i due lati. La sinistra è femminile e la destra maschile. E dato che Leonardo era un sostenitore del principio femminile, l’ha fatta sembrare più maestosa da sinistra che da destra. […] In realtà, Leonardo pensava all’equilibrio tra maschio e femmina. Pensava che un’anima non potesse essere illuminata a meno che non possedesse insieme elementi maschili e femminili». Dopo che Langdon aveva riflettuto in merito al fatto che, forse, era il caso di fare una disamina sulla parole “ermafrodito” e i suoi legami con Ermete e Afrodite, nel rispondere alla domanda che un signore del pubblico gli pone e, cioè, se, alla fin fine, la Monna Lisa non era altro che il «ritratto di Leonardo vestito da donna», ecco Langdon come ribatte: «È del tutto possibile. Leonardo era un burlone e analizzando al computer la Monna Lisa e i suoi autoritratti, si notano alcune strane coincidenze nelle loro facce. Qualunque fosse l’intenzione di Leonardo la sua Monna Lisa non è né maschio né femmina. Contiene un sottile messaggio di androginia.  È una fusione dei due sessi. […] In realtà Leonardo ha lasciato un forte indizio per indicare che il quadro doveva rappresentare l’androgino. […]». Dopo aver spiegato che il dio egizio Amon simboleggiava la fertilità maschile e Iside (o Isis e, più anticamente, chiamata “L’Isa”) quella femminile, Langdon si rivolge al pubblico e conclude il suo discorso sulla Gioconda: «Signori, non solo la faccia di Monna Lisa ha un aspetto androgino, ma il suo nome è un anagramma della divina unione tra maschio e femmina. E quello, amici, è il piccolo segreto di Leonardo, e la ragione del sorriso saputo di Monna Lisa».

In merito al surreale paesaggio che sta alle spalle di Monna Lisa, di recente, si è potuto leggere, sulle pagine del quotidiano Il Giorno, un articolo in cui si confermano alcune approfondite analisi di studiosi, leonardisti e geologi, secondo cui, quel paesaggio, sarebbe lecchese. Paesaggio che Leonardo conosceva benissimo per essere stato in quel di Lecco durante il lungo periodo milanese della sua vita. Dunque, sul Giorno del 2 gennaio 2025, in prima pagina, si legge questo titolo: L’eterno giallo leonardesco. Il caso Monna Lisa. Sfondo lecchese. Partono gli studi. L’articolo è a pag.19 ed è firmato da Daniele De Salvo, autore di un precedente servizio di alcuni mesi prima sullo stesso argomento. Adesso, il cronista del Giorno fa sapere che«il paesaggio ritratto nell’opera potrebbe essere il Lecchese» e, più avanti (le sottolineature col neretto non sono nostre):«Un mistero, quello dello sfondo della Gioconda, pari almeno a quello sull’identità della Monna Lisa, che arrovella da più di cinque secoli i massimi esperti delle più disparate discipline di tutto il mondo: storici, critici d’arte, ma anche geografi, geologi, botanici, matematici, ognuno dei quali ambisce a riconoscere i luoghi raffigurati da Leonardo da Vinci da un tratto di pennellata a olio, dalla sagome di una roccia, dal profilo dell’acqua, dalle piante dipinte, dalle proporzioni di un territorio. Per cercare di risolvere una volta per tutte uno dei più grandi enigmi della storia dell’arte, racchiusi in quella tavola di pioppo alta 77 centimetri, larga 53 e spessa meno di 2, realizzata tra il 1503 e il 1506 – la star del Louvre dove è conservata – scendono ora in campo anche dal Parco Adda Nord, i custodi di un territorio che Da Vinci ha avuto modo di visitare e studiare in lungo e in largo durante la sua permanenza alla corte degli Sforza a Milano tra il 1482 e il 1499. Un periodo fondamentale in cui Leonardo ha sviluppato alcune delle idee più sorprendenti, come il traghetto che funziona con la sola forza della corrente e il Naviglio, con il suo complesso sistema di chiuse e conche per collegare il lago di Como a Milano, e durante il quale ha realizzato pure la Vergine delle rocce. 

Per riuscire dove altri hanno fallito, hanno reclutato Luca Tomìo, un pezzo da novanta. Classe 1970, è uno storico e teorico dell’arte considerato una delle massime autorità su Leonardo da Vinci, su cui ha condotto diversi studi e scritto varie pubblicazioni. “Già in occasione dei 40 anni del Parco Adda Nord si è iniziato lo studio sulla localizzazione dello sfondo della Monna Lisa di Leonardo da Vinci nell’ambito di una più ampia iniziativa della Città Metropolitana di Milano – spiega Ignazio Ravasi, componente del Consiglio di gestione del Parco Adda Nord, che si estende lungo l’Adda in quattro province e 35 paesi -. È emerso che esiste un territorio visitato da Leonardo sino ad ora non considerato  e che ad esempio comprende Lecco, con il Ponte vecchio, il Resegone e la Grigna. Ci sono interessanti spunti che portano a ritenere che i paesaggi riprodotti nello sfondo del celebre dipinto di Leonardo che ritrae la Gioconda, siano riconducibili proprio alle montagne e ai laghi lecchesi”. Non solo il lago di Como quindi, ma anche quello di Garlate e di Olginate. Oltre agli elementi ritratti, ci sarebbero inoltre le inconfondibili rocce calcaree a indicare che alle spalle di Monna Lisa si trovi il territorio di Lecco».

Alla fine il giornalista conclude ritornando sull’eterno misterioso e indecifrabile caso della Gioconda:«Ma forse il fascino di Monna Lisa, oltre al suo enigmatico sguardo che sembra non distogliere mai da chi la guarda, sta proprio nei misteri che continua a serbare, compreso quello sfondo quasi caotico che potrebbe essere uno, nessuno e centomila luoghi».

In merito alla Gioconda (di cui viene riportata l’immagine sulla destra della pagina), studiosi come Baldi, Giusso, Razetti e Zaccaria spiegano bene che in questo capolavoro convergono due scoperte fondamentali nell’arte della pittura leonardesca concepita come una forma di indagine scientifica della natura, e cioè la tecnica dello sfumato e quella della prospettiva aerea (chiamata anche atmosferica; il neretto è degli autori): «In primo luogo la prospettiva aerea: Leonardo si rende conto che l’aria non è del tutto trasparente, ma più lo sguardo si allontana dal punto di osservazione più essa appare densa, quindi i contorni si fanno meno nitidi, sfumati e i colori tendono verso un azzurrino indistinto. Così il paesaggio alle spalle della Gioconda viene dipinto in maniera sempre più rarefatta a mano a mano che si allontana dal soggetto del dipinto. In secondo luogo lo sfumato: gli oggetti dipinti erano stati definiti fino ad allora da un disegno preciso. Leonardo si accorge che in realtà noi vediamo i contorni delle cose in modo meno nitido, più digradante. Egli riproduce questo fenomeno visivo con una tecnica pittorica che sfuma i contorni delle figure con sottili e progressive gradazioni di luce e colore,  sempre più spenti. Possiamo riconoscere questa tecnica – concludono i quattro autori – nel volto della dama fiorentina qui ritratta, dalla definizione psicologica sottile e sfuggente, caratterizzato dal celebre ”sorriso enigmatico”» (cfr. G. Baldi-S.Giusso-M.Razetti-G.Zaccaria,, Le occasioni della letteratura, vol. I, Pearson-Paravia, 2017).

Infine, sull’ineffabile e sublime Gioconda, non si può fare a meno di riportare i pensieri di grandi storici e critici d’arte come Argan, Gombrich e l’inglese Walter Pater. Quest’ultimo, nel lontano 1873, scrisse quanto segue (cfr. Studies in the History of the Renaissance, Studi nella storia del Rinascimento): «La Gioconda è il capolavoro di Leonardo nel senso più vero; l’esempio rivelatore dei suoi modi di pensare e di operare; e in fatto di suggestività soltanto la Melancholia del Dùrer le può esser paragonata […]. Ella è più vetusta delle rocce tra le quali siede; simile al vampiro, fu più volte morta e conobbe i segreti della tomba; fu abitatrice di mari profondi e ne raccolse le luci declinanti; trafficò per strani tessuti con mercanti d’Oriente; e, come Leda, fu madre d’Elena di Troia, e, come sant’Anna, fu madre di Maria; e tutto fu per lei non altro che suono di flauti e di lire, e solamente ha vita nella delicatezza con la quale i mutevoli lineamenti s’improntarono ed ebbero colore le palpebre e le mani. L’immaginazione di una perpetua vita che accolga tutte insieme migliaia di esperienze, è di antica data; e la filosofia moderna ha concepito l’idea dell’umanità come elaborata su essa e come somma di tutti i modi di vita e di pensiero. Così, certamente, monna Lisa potrebbe essere considerata come forma della immaginazione antica, come simbolo dell’idea moderna».

Ernst Gombrich, nella sua Storia dell’arte (Einaudi), ha pure scritto alcune interessanti cose in merito alla tecnica leonardesca dello sfumato e alla sfingesca immagine di Monna Lisa (quello alle spalle della bellissima donna è definito«fantasioso sognante paesaggio dello sfondo»): «[…] A volte Lisa sembra beffarsi di noi, ma ecco che di nuovo ci sembra di cogliere un’ombra di tristezza nel suo sorriso. È una impressione misteriosa che ogni grande opera d’arte ci comunica. Ma Leonardo sapeva benissimo come aveva ottenuto questo effetto e con quali mezzi. Quel grande osservatore della natura conosceva meglio di chiunque prima di lui il meccanismo dell’occhio umano. […] Il pittore [secondo la visione a cui era giunto Leonardo, N.d.A.] deve lasciare allo spettatore qualcosa da indovinare; se i contorni non sono delineati rigidamente, se si lascia un poco vaga la forma come se svanisse nell’ombra, ogni impressione di rigidezza e di aridità sarà evitata. Questa è la famosa invenzione leonardesca detta lo sfumato: il contorno evanescente e i colori pastosi fanno confluire una forma nell’altra lasciando sempre un margine alla nostra immaginazione. Se ora ci volgiamo di nuovo a considerare Monna Lisa possiamo capirne in qualche modo l’effetto misterioso. […] Ora, sono precisamente queste parti [cioè: gli angoli della bocca e gli angoli degli occhi] che Leonardo ha lasciato volutamente  indefinite, immergendole in una morbida penombra. Ecco perché non siamo mai sicuri dello stato d’animo con cui Monna Lisa ci guarda. La sua espressione pare sempre sfuggirci. Ma, naturalmente, non è soltanto l’indistinto che produce un simile effetto: c’è ben altro. Leonardo ha osato ciò che forse solo un pittore della sua levatura poteva permettersi. […]».

Dal canto suo, uno storico e critico d’arte come Giulio Carlo Argan, nel secondo volume della sua celebre Storia dell’arte italiana (Sansoni), appare alquanto controcorrente rispetto a quanti cercano di scoprire e rivelare i misteri della Gioconda. Egli afferma che Leonardo ha espresso la sua poetica più profonda proprio in questo celeberrimo ritratto e che ogni sforzo di decifrare il sorriso di Monna Lisa è inutile, in quanto esso non è che la rappresentazione della perfetta armonia e del perfetto equilibrio della natura:«L’arte  è la ricerca del valore dell’esperienza che si fa della realtà visibile, del fenomeno; e il fenomeno vale quando, nel particolare, manifesta la totalità del reale. È stranoche sia stata considerata ermetica un’opera come la Gioconda, che è forse ilquadro più chiaramente esplicativo della poetica di Leonardo: cioè del rapportoch’eglistabiliscetraparticolareeuniversale,trafenomenosingoloerealtàtutta, echeavràun’importanzafondamentaleancheperlascienza,ilcuinuovocompito sarà appunto, da Galileo in poi, di dedurredai fenomeni particolariprincipi generali. Ed è significativo che Leonardo enunci la sua poetica proprio inun ritratto […]. Dietro la figurav’èunostranopaesaggio,infinitamenteprofondo,fattodiroccecorroseesfaldate tra corsi d’acqua, come un’atmosfera satura di vapori in cui si rifrange efiltralaluce.Nonèunpaesaggiovedutonéunpaesaggiofantastico:èl’immagine della natura naturans, del farsi e disfarsi, del ciclico trapasso dellamateria dallo stato solido al liquido, all’atmosferico: la figura non è più l’oppostodella natura, ma il termine ultimo del suo continuo evolvere. In questa unità oarmonia profonda di tutti i suoi aspetti la natura si dà come fenomeno universale, come bellezza: ciò spiega perché i contemporanei abbiano veduto in Leonardo,piùcheloscienziato,ilcreatorediunanuovaconcezionedelbello,nonpiù   legata a canoni o leggi proporzionali e quindi infinitamente più libera. La figuradella donna, infatti, è tutta costruita dalla luce che l’investe, l’avvolge, la penetra:progredisce dal fondo, la luce, via via rallentando il ritmo della sua vibrazione, siconcreta nella trasparenza dei veli, nell’increspatura della veste, tra i fili deicapelli,einfinedilagasulvisoesullemani,facendosentire,sottolapelle   diafana, il pulsare caldo e segreto del sangue. È inutile interrogare il famososorriso della donna per sapere quali sentimenti abbia nell’animo: nessuno inparticolare, ma il sentimento diffuso del proprio essere, pienamente essere e inuna condizione di perfetto equilibrio, nel mondo naturale».

In verità, La Gioconda è qualcosa davvero di imperscrutabile, un grandioso enigma, un’indecifrabile allegoria, quasi un mistero divino. Quella giovane donna in primo piano, che se ne sta con le mani incrociate, con il volto sereno e rasserenante, che tenta un timido, quasi impercettibile sorriso…: quella donna (vedova o in dolce attesa o meno che fosse) è davvero inquietante e conturbante e fa venire in mente, un celebre verso di Guido Gozzano: Donna: mistero senza fine bello! Quella donna risalta, giganteggia nella cornice che vediamo appesa a una delle pareti del Louvre, spazza via tutto ciò che le sta alle spalle, tutto quel confuso, caotico, disordinato, inspiegabile, quasi irreale e surreale paesaggio che appare anche poco bello e, anzi poco attraente, quasi come a voler simboleggiare la scarsa bellezza del mondo che ci circonda. In contrapposizione a questo mondo, in cui il caos, il disordine, la follia e l’irrazionalità degli uomini sembrano prevalere sempre di più, c’è lei, Monna Lisa, con la sua  straordinaria  bellezza, col suo misterioso, enigmatico e sfingesco  fascino, con la sua divina perfezione, la sua divina armonia e anche la sua razionale, classica e tridimensionale compostezza e imperturbabilità. Il suo indecifrabile  sguardo sembra contenere abissi di passato e di inconscio e pare rivelare, manifestare una certa arcana sensualità; i suoi occhi, che appaiono ora un po’ malinconici, tristi, di chi vuole esprimere, ma nasconde, un certo fastidio e un certo stato d’animo di interiore sofferenza e forse anche di irritazione, e ora un po’ sorridenti, gioiosi, sereni e rasserenanti ma anche un po’ “sfacciati”, “civettuoli”,  sono rivolti verso sinistra: chi o cosa stanno guardando o cosa vorrebbero guardare? Certamente, gli occhi della Gioconda sembrano guardare chi le sta di fronte e la sta guardando, probabilmente il pittore-creatore-spettatore che la sta rendendo eterna, immortale: per sempre. In ogni modo, quegli occhi così sfingeschi e tridimensionali, da qualsiasi parte tu li guardi, sembrano sempre seguire il tuo sguardo e, questo, è certamente dovuto alla particolare tecnica utilizzata da Leonardo.

Chiunque, Leonardo, abbia voluto immortalare (Caterina Sforza, Isabella d’Aragona, poi duchessa di Milano, Bianca Giovanna Sforza, figlia primogenita, poi legittimata, di Ludovico il Moro, Isabella Gualandi, Pacifica Brandani, altra amante del duca Giuliano de’ Medici, o  Maria Vergine, o la madre Caterina oppure semplicemente se stesso in versione femminile…), ebbene, quell’inquietante, immenso e abissale quadro, dalle piccole dimensioni, sembra come volerci dire: Tutto scorre… il tempo passa e scorre velocemente e il mondo potrebbe anche finire… ma io, io sarò immortale insieme al mio mistero! In verità, esso appare proprio come l’espressione artistica realizzata della leonardesca visione relativa del tempo e del suo incessante scorrere che lo rende inafferrabile.

Insomma, la Gioconda appare come la sintesi dell’assoluta modernità di Leonardo, modernità che giunge fino a noi postmoderni e continuerà a giungere ancora e della quale già  l’accortissimo, puntuale e lungimirante Vasari si era avveduto, tanto che, sia nella prima che nella seconda edizione delle sue Vite, lo esalta come l’iniziatore di quella terza maniera dell’arte che vuole definire moderna: «[…] Ma lo errore di costoro [dei pur grandi pittori del Quattrocento, prima di Leonardo, N.d.A.] dimostrarono poi chiaramente le opere di Lionardo da Vinci, il quale, dando principio a quella terza maniera, che noi vogliamo chiamare la moderna, oltra la gagliardezza e bravezza del disegno, et oltra il contraffare sottilissimamente tutte le minuzie della natura così apunto come elle sono, con buona regola, miglior ordine, retta misura, disegno perfetto e grazia divina, abbondantissimo di copie e profondissimo di arte, dette veramente alle sue figure il moto et il fiato». Aveva davvero ragione Giorgio De Chirico quando scrisse che: «Un’opera d’arte per divenire immortale deve sempre superare i limiti dell’umano senza preoccuparsi né del buon senso né della logica». E aveva ragione anche Edgar Degas: «L’arte non è ciò che vedi, ma ciò che fai vedere agli altri», e avrebbe dovuto aggiungere, secondo noi, che essa è anche: ciò che viene nascosto agli altri e che si vuole che venga trovato, rintracciato  in quel che si è voluto nascondere. E ci sembra proprio questo il caso dell’eternamente misteriosa, enigmatica e sfingesca Gioconda. E, allora, forse restano sempre attuali i versi che Charles Baudelaire ha dedicato al genio ne Les fleurs du mal: «Leonardo da Vinci, specchio profondo e oscuro/ in cui angeli incantevoli, con un dolce sorriso/ denso di mistero, appaiono all’ombra/ dei ghiacciai e dei pini che racchiudono il loro paesaggio».

*Salvatore La Moglie, scrittore