Leonardo da Vinci grande scrittore
La grandezza e il genio creativo di Leonardo in letteratura, lui omo-sanza-lettere
Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, Verbumpress propone ai lettori un capitolo del saggio di Salvatore La Moglie “Il caso Leonardo. Il misterioso fascino di un genio sempre attuale”, Edizioni Setteponti, Arezzo, pp.188.

Sappiamo che Leonardo era un uomo dal multiforme ingegno, dal multidisciplinare sapere e che la sua attività e i suoi interessi erano sempre tantissimi e la sua mente un vulcano sempre attivo. Ebbene, l’uomo conosciuto, universalmente, come scienziato e artista, era anche un grande e geniale scrittore, lui che si autodefiniva omo sanza lettere in polemica e in contrapposizione ai letterati, agli uomini con le lettere del suo tempo, quelli della Civiltà umanistico-rinascimentale legati alla classicità greca e latina. Leonardo possedeva una ricca biblioteca personale e aveva stilato una lunghissima lista dei propri libri, li aveva catalogati proprio come poi faranno tutte le biblioteche moderne. Il suo essere scarso nella conoscenza del latino (ma anche del greco) lo faceva vivere con una sorta di complesso di inferiorità (che, in verità, complesso non era ma forte indignazione e contestazione sì…) nei confronti dei letterati umanisti, così pieni di sé per le loro conoscenze di latino e di greco ma, allo stesso tempo, mostrava tutto il suo disprezzo per questi intellettuali gonfi e tronfi, tutti intrisi di cultura libresca, classica latina e greca; grandi imitatori, in genere, dei grandi classici e sempre pronti a citarli come auctoritates dall’incontestabile ipse dixit (Pitagora, Platone e, soprattutto, Aristotele, già tanto autorevoli durante il Medioevo); un ipse dixit come incorporato, introiettato nel proprio Io letterario, che finiva per non creare nulla di originale. E, così, Leonardo un bel giorno si sfoga contro i suoi contemporanei umanisti e classicisti bravi ad imitare ma meno a creare e ad essere originali: «So bene che, per non essere io litterato, che alcuno presuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll’allegare io essere omo sanza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch’io potrei, sì come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo: “Quelli che dall’altrui fatiche se medesimi fanno ornati, le mie a me medesimo non vogliano concedere”. Diranno che, per non avere io lettere, non potere ben dire quello di che voglio trattare. Or non sanno questi che le mie cose son più da esser tratte dalla sperienzia, che d’altrui parola; la quale fu maestra di chi bene scrisse, e così per maestra la piglio, e quella in tutti i casi allegherò» (così nel Proemio, in Leonardo. Scritti letterari. Scritti artistici e tecnici, Fabbri, 2006). Ebbene, forse Leonardo non poteva immaginare (o, probabilmente, lo aveva immaginato) quanto felice era stata la sua ignoranza delle lettere, cioè del latino: egli, pur appartenendo, a pieno titolo, alla civiltà umanistico-rinascimentale ed essendone uno dei maggiori rappresentanti, nello stesso tempo, quasi paradossalmente, non le appartiene per il suo anticlassicismo. Infatti, se Leonardo, da una parte è classicista in quanto conosce, studia e apprezza gli artisti e gli autori della classicità antica e tutti quelli che lo hanno preceduto fino ai suoi tempi, da un’altra parte è anticlassicista sia in merito al fatto di rifiutare il principio dell’imitazione e il principio di autorità, ovvero contro il richiamarsi ogniqualvolta all’autorità dei classici greci e latini, in nome della più autentica creatività e originalità artistica, sia, inoltre, in quanto la sua prosa in volgare, cioè nell’italiano che (dopo Dante, Petrarca e Boccaccio) si stava sempre più delineando e sviluppando come lingua letteraria a pieno titolo a fianco a quella latina imperante, e sia, ancora, in quanto la sua prosa era del tutto diversa da quella dei poeti e degli scrittori umanisti. E in cosa consisteva questa diversità? Consisteva nel fatto che mentre gli umanisti, che si rifacevano ai classici dell’antichità, erano ossessionati dal canone della letterarietà, cioè dal mito della perfezione della forma, anche a scapito del contenuto (cosa che si sarebbe prolungata fino ai nostri giorni…), Leonardo non aveva questa ossessione e, da quell’uomo e artista pratico che era, quando scriveva cercava di badare alla sostanza, cioè al contenuto, piuttosto che alla forma: a lui non interessavano le belle e ridondanti parole per spiegare una cosa o un concetto: andava subito al dunque e nella maniera più semplice possibile. Pertanto, anche come scrittore, Leonardo è stato geniale e anche oggi la sua prosa è accessibile a chiunque e, questo proprio grazie al suo (paradossale…) anticlassicismo che gli consente di creare una narrazione, una prosa, un modo di scrivere e uno stile antiretorico, antiletterario, antiaccademico che, come Dante, si avvale anche dell’uso del linguaggio e del parlato popolare, che non si fa problemi anche nell’utilizzare parole e frasi plebee, scurrili. La sua è, infatti, una prosa razionale, essenziale, asciutta, limpida, scorrevole, fluida e di facile comprensione. Lo potremmo definire il più grande prosatore scientifico del Rinascimento come poi Galileo lo sarebbe stato del Seicento, il secolo del Barocco e della Rivoluzione Scientifica (ma, per l’Italia, che aveva perso il primato culturale, il Seicento fu un secolo non propriamente così ricco a livello letterario).
In Italia, patria della civiltà umanistico-rinascimentale e del classicismo, degli Studia Humanitatis, delle Humanae Litterae, ovvero degli studi umanistici, letterari, quelli della tradizione illustre legata a filo doppio al canone della letterarietà, della bella forma, anche a costo di non offrire una letteratura popolare, facilmente fruibile da un pubblico di massa medio-basso piuttosto che medio-alto, ebbene in un’Italia come questa il genio enciclopedico e autodidatta di Leonardo non poteva essere che compreso se non soprattutto come scienziato e pittore ma non anche come scrittore, come letterato a pieno titolo. Tuttora si fa fatica ad accettarlo anche come prosatore a tutti gli effetti, e che prosatore! Ma per rendersi conto di come i letterati di professione considerano quelli che non lo sono, basterebbe solo fare l’esempio del caso Svevo: quando uscì La Coscienza di Zeno i professionisti della letteratura legati al canone della letterarietà e della forma (del resto quelli erano anni in cui era di moda la prosa d’arte, tutta forma e poca sostanza…), ebbene, questi altezzosi letterati dissero che Italo Svevo era sgrammaticato e che non sapeva scrivere…E noi sappiamo che Svevo è un gigante del Novecento e di statura europea, ma per la nostra cultura, sempre legata alla tradizione illustre e al mito-ossessione della forma, della bellezza e perfezione della forma, Svevo non poteva che essere sbrigativamente liquidato con la semplice frase: non sa scrivere…La verità era che Svevo ignorava la tradizione classicista della letteratura italiana. Insomma, lo stile del genio di Vinci era decisamente antiletterario, essenziale, rapido, chiaro e il linguaggio non poteva che essere quello della viva lingua parlata a Firenze. A questo proposito, ecco cosa scrive Francesco Tateo: «Leonardo rimarrà legato, nella scrittura, alla tradizione del linguaggio vivo fiorentino, mentre mostrerà di aver respirato il clima platonico integrando il continuo richiamo all’esperienza con la raccomandazione di penetrare la natura mediante la ragione, cioè la scienza matematica che permette alla mente di cogliere l’unità e l’essenza più profonda delle cose» (cfr. F. Tateo, Storiografi e trattatisti, filosofi, scienziati, artisti, viaggiatori in Storia della Letteratura Italiana, Il primo Cinquecento, vol. 8, diretta da E. Malato, Il Sole 24 Ore-Salerno Editrice, 2005).
Certamente, nel contesto che abbiamo delineato, Leonardo non poteva non vivere da intellettuale piuttosto appartato e isolato, eppure…: «Persino un isolato, dal punto di vista letterario, quale Leonardo da Vinci costellava i suoi manoscritti di motti e facezie, massime e aneddoti, che trasudavano umori quattrocenteschi, non a caso proprio burchielleschi e braccioliniani», cioèscritti con linguaggio “anticlassicista”, fa opportunamente notare Emilio Pasquini (cfr. Letteratura popolareggiante, comica e giocosa, lirica minore e narrativa in volgare del Quattrocento, in Storia della Letteratura Italiana. Il Quattrocento, vol. 6, diretta da Enrico Malato, Il Sole 24 Ore- Salerno Editrice, 2005).
Dal canto loro, sulla personalità poliedrica di Leonardo e anche letterato a tutti gli effetti, Franco Cardini e Cesare Vasoli, nel capitolo II, vol. 5, della Storia della Letteratura Italiana diretta daEnrico Malato e dedicato a Rinascimento e Umanesimo, scrivono quanto segue: «[…] Poi Leonardo da Vinci – che non fu affatto un “omo sanza lettere”, ma, sia pure da autodidatta, mirò ad impadronirsi delle idee e delle suggestioni della cultura del suo tempo più confacenti alla sua mentalità di grande artista, libero sperimentatore e tecnico o “ingegnere” di suprema qualità – avrebbe, in certo modo, realizzato alcune delle aspirazioni più proprie di un’esperienza intellettuale che muoveva dalla centralità dell’uomo per scorgere nella Natura la nascosta perfezione delle sue norme matematiche, un’infinita potenza generatrice e una sorgente inesausta di forza e di energia vitale. L’artista e tecnico che per gran parte della sua vita tentò di superare il limite dell’esperienza pratica nell’ordine del discorso teorico, concepì la sua “arte” come una forma inedita del sapere, capace di permettere agli uomini di controllare l’immensa potenza degli eventi naturali, ma senza violentarli o dissolverne il sapiente equilibrio. Non a caso fu, insieme ad altri grandi architetti rinascimentali, come Filarete, colui che si propose di costruire la città ideale, costruita secondo il principio dell’armonia umana e cosmica, nell’accordo razionale tra società e natura». I due autori, alla fine, concludono che se forse Leonardo non avrà letto tutti i tantissimi libri che si dice abbia letto, ebbene, avrà certamente avuto tra questi libri «l’enciclopedia di Giorgio Valla, ossia il più compiuto tentativo umanistico di ricostruire il “corpo” universale del sapere, secondo un disegno perseguito anche da Poliziano».
Anche storici della letteratura per le scuole superiori di secondo grado come Attalienti, Magliozzi e Crotoneo scrivono cose che meritano di essere riportate in merito a Leonardo letterato umanistico-rinascimentale a tutti gli effetti, dotato di una prosa asciutta, chiara, limpida, razionale, anticlassicista e in merito a Leonardo che, col suo metodo sperimentale, aprirà la strada agli studi di Galileo: «[…] Tuttavia, anche se si proclamava “omo sanza lettere”, non fu privo di cultura umanistica, come dimostrano i frequenti latinismi dei suoi scritti e la sua abilità di elaborazione letteraria, tendente sempre alla semplicità e alla chiarezza pur attingendo all’uso del linguaggio vivo e parlato. Perciò la sua prosa, anche se non ha la gravità e la complessità strutturale e classicheggiante di quella dei dotti umanisti, è sempre vigorosa, sapida ed affascinante. Leonardo rientra perfettamente nella cultura del Rinascimento, sia per la sua fede nella potenza creatrice dell’uomo e nel divino che è in lui e lo riscatta dalla miseria e dai limiti esistenziali, sia per la sua avversione ai fanatismi, alle superstizioni e ai pregiudizi, sia, ancora, per il suo metodo di ricerca fondato sull’osservazione dei fenomeni e sull’esperienza, da lui considerata “maestra vera” e madre della sapienza. “Senza le esperienze – egli diceva – nulla dà di sé certezza”. Il metodo sperimentale di ricerca nel campo scientifico, da lui intuito ed applicato, fu come il seme che poi germogliò vigoroso nel ‘600 per merito di Galilei e della sua scuola: Placet experiri, dirà Galilei» (cfr. C. Attalienti-E. Magliozzi-G. Crotoneo, Spazi e testi letterari, vol. I, Dalle origini al Cinquecento, Fratelli Ferraro Editori, 1998).
In merito a un Leonardo realista, scienziato, sperimentatore ma anche umanista a pieno titolo pur nel suo essere, allo stesso tempo, “antiumanista” e “anticlassicista” e in polemica con gli uomini di lettere succubi del canone della letterarietà e della bella forma a danno della sostanza, altri storici della letteratura, pure per le scuole superiori di secondo grado, come Baldi, Giusso, Razetti e Zaccaria scrivono cose molto interessanti: «Si è parlato di un atteggiamento preumanistico o antiumanistico insito nelle posizioni leonardesche, e c’è del vero, se si pensa che Leonardo non ebbe una particolare educazione letteraria, né ritenne che questa dovesse costituire la base fondamentale per la formazione dell’individuo. In realtà l’umanesimo di Leonardo, che per molti versi può apparire arretrato, si apre a nuove prospettive di ricerca, affiancando e sostituendo la dimensione scientifica a quella letteraria. Alla cultura teorica si unisce quella più propriamente pratica, in una direzione che anticipa le ricerche e i contenuti sperimentali della scienza moderna. Di qui l’orgogliosa affermazione con cui Leonardo può proclamarsi, senza complessi di inferiorità, “omo sanza lettere”, anteponendo le ragioni della “sperienzia” a quelle dell’”altrui parola” [cioè, degli autori classici imitati, citati e scopiazzati, N.d.A.]. La polemica nei confronti di una cultura attenta soprattutto ai valori formali conduce al rifiuto di “allegare gli altori” [gli autori della classicità, N.d.A.]: tale posizione, oltre a esprimere disprezzo nei confronti di coloro che passivamente si fanno “trombetti e recitatori delle altrui opere”, appare una condanna di quel principio di autorità su cui si basava, dogmaticamente e al di fuori di ogni verifica razionale, l’affermazione della verità» (cfr. G.Baldi-S.Giusso-M.Razetti-G.Zaccaria, Le occasioni della letteratura, vol. I, Dalle origini all’età della Controriforma, Pearson-Paravia, 2017). Insomma, quello di Leonardo è un umanesimo diverso, in cui al centro c’è sempre l’uomo ma non soltanto dal punto di vista letterario, poetico, meramente teorico e metafisico ma anche e soprattutto dal punto di vista della ragione e della razionalità, della scienza e della concretezza pratica, dell’esperienza e della sperimentazione in ogni campo e aspetto della Natura, della scienza e delle sue leggi e princìpi universalmente validi, in quanto, appunto, verificati scientificamente, attraverso la sperimentazione. E noi sappiamo che Leonardo aveva attuato una prima formulazione di alcuni importanti princìpi della Fisica moderna: quello di azione e reazione, di composizione delle forze, del piano inclinato e di inerzia. Inoltre, in merito agli studi dell’idraulica aveva scoperto il principio dei vasi comunicanti, mentre in merito a quelli del corpo umano era riuscito a comprendere il funzionamento degli occhi e quello della circolazione del sangue (che, un secolo dopo, sarà studiata più approfonditamente da William Harvey).
Sul polemico atteggiamento di Leonardo nei confronti dei letterati umanisti imitatori e sempre richiamantesi, dogmaticamente, all’autorità dei classici greci e latini e, insomma, alla tradizione antica che, lui viveva come una camicia di forza, ha scritto cose molto interessanti anche uno storico della Civiltà del Rinascimento come lo storico ceco Josef Macek: «Fu niente meno che Leonardo da Vinci a condannare giustamente tutti i tentativi di santificare, di dogmatizzare l’antica tradizione. Quegli umanisti che si erano adornati di citazioni di classici latini e greci, davano l’impressione, a Leonardo, di scolastici medioevali [di quelli, cioè, appartenenti alla Scolastica come, per es., San Tommaso d’Aquino, N.d.A.] privi di mordente, che avevano soltanto mutato un’autorità (la Bibbia) con un’altra (la tradizione antica). Il suo genio creativo si sollevava contro questa camicia di forza dei dogmi e della erudizione classica e disprezzava quei dotti che si nascondevano dietro le mura delle autorità. Una volta scrisse, irritato, che “chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ‘ngegno, ma più tosto la memoria” [come dire: procede mnemonicamente e pappagallescamente…, N.d.A.] e che chi perseguita il nuovo e le invenzioni è assai lontano dallo spirito creativo dei grandi pensatori. Leonardo irrideva chi lo disprezzava definendolo un inventore: “e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, non inventori ma trombetti e recitatori delle altrui opere potranno essere biasimati”. Questo atteggiamento di Leonardo verso la tradizione antica e verso qualsiasi tradizione, rappresenta il nerbo vitale del Rinascimento, la sorgente perennemente viva della creazione, del coraggio della ricerca, della vera scienza, della vera arte», conclude giustamente il Macek (cfr. J. Macek, Il Rinascimento italiano, Editori Riuniti, 1981).
Su Leonardo senza lettere e la sua dura polemica contro gli idolatri, i cultori della bella forma e, insomma, contro una cultura solo libresca e che si riduceva spesso a mera imitazione-esaltazione dei classici ormai assurti a nuove autorità, scrive cose di grande interesse anche Natalino Sapegno: «[…] Non c’è dubbio che una tale polemica colpisce prima di tutto i residui di una mentalità scolastica, medievale; e s’inserisce pertanto nel quadro di quella più vasta battaglia che Leonardo combattè, in quanto precursore e iniziatore di una più moderna metodologia scientifica e filologica, che all’immagine del filosofo immobile collocato al centro dell’universo e intento a ricostruirne l’ordine e le apparenze secondo un processo meramente speculativo contrappone quella dello scienziato che si piega ad osservare e sperimentare e tenta con mille prove la deduzione empirica delle leggi; che deride la “bugiarda e confusa scienza” di coloro (siano essi magi o alchimisti, astrologi o anche teologi) i quali si applicano a una sorta di studio che “principia e finisce nella mente” ovvero futilmente discorrono delle “cose ribelli ai sensi” (essenza di Dio, immortalità dell’anima), e sulle vane scienze mentali afferma con nettezza la superiorità di quelle “meccaniche”, e anche di queste postula sempre come scopo supremo la funzionalità, il legame con il mondo reale e con le esigenze della pratica […]. Ma è altrettanto certo – prosegue il grande critico – che un tale atteggiamento polemico investe anche, per molti riguardi, la mentalità umanistica e la preminenza che nell’umanesimo italiano tendevano a prendere in alcuni ambienti il culto della forma in se stessa, dell’imitazione letteraria, dell’erudizione linguistica e filologica. E tocca anche, diremmo, la letteratura per se stessa, e la poesia. Può darsi che a determinare una tale considerazione sprezzante dei puri letterati avesse il suo peso l’esperienza fatta da Leonardo dei mediocrissimi retori coi quali ebbe ad incontrarsi nelle corti da lui frequentate […]». Insomma, Leonardo si mostrava aspramente infastidito dalle “ciance” dei poeti, esprimeva «il fastidio di una mente vigorosa», aprendo «la via alla netta affermazione della superiorità di chi indaga il vero sull’esteta chiacchierone; e “ciance” sono, da un certo punto di vista e in certi momenti, anche le invenzioni dei poeti e il loro indefesso travaglio di perfezione stilistica e di intensità verbale». Infine, il Sapegno spiega abbastanza bene in cosa consisteva il particolare «umanesimo di Leonardo», il quale è, appunto: «Umanista, in quanto accoglie della nuova cultura l’essenziale attenzione all’uomo e alla realtà sentiti nei loro concreti e terreni rapporti, lo slancio ereticale e polemico, la scoperta della sensibilità e della sapienza “volgare” [popolare, del popolo, N.d.A.]; Leonardo è poi del tutto estraneo alle degenerazioni in senso formalistico ed estetizzante dell’umanesimo filologico. Il che significa che egli riporta il movimento rivoluzionario della cultura alle sue origini, gli restituisce la sua funzione popolare e la sua sostanza polemica e anche sul piano del linguaggio e dello stile si ricollega alla sua originaria esigenza realistica, adattando le scoperte linguistiche ed espressive dei trecentisti, i loro moduli liberamente popolareschi, la loro freschezza lessicale e sintattica, a una materia nuova di esperienza e di conoscenze […]». Pertanto, quella di Leonardo è una letteratura, in buona parte, composta «in funzione della pittura», e quello di Leonardo scrittore è un atteggiamento decisamente realistico, diretto a riprodurre con vigore ed esattezza la realtà oggettiva, rivolgendo particolare attenzione, oltre che alla mente, all’occhio stesso del lettore, fosse «pure metaforicamente» (cfr. Natalino Sapegno, Pagine di storia letteraria, Manfredi, 1969, citato in Carlo Salinari-Carlo Ricci, Storia della letteratura italiana, vol. 1, Laterza, 1981).
Non posso non riportare anche quanto fanno giustamente notare autori come Marchese e Grillini. La dura polemica di Leonardo autodidatta, omo sanza lettere, contro gli umanisti che si dilettavano ad imitare i classici e a scrivere belle cose senza sostanza, era diretta a mettere in discussione l’intero “apparato” culturale, la visione stessa su cui era fondata l’elaborazione intellettuale degli umanisti: lui si trovava su un’onda ben più lunga degli “uomini con le lettere” (solo pieni di vuota retorica, di vuota teoria e con poca pratica) e, insomma, era in anticipo sui tempi e guardava troppo in avanti, e non agli anni ma ai secoli: «Il posto che Leonardo assegna alla pittura comportava la rivalutazione e la difesa che egli ne fece per distinguerla dalle arti meccaniche, fra le quali era stata relegata nel passato. Ma la asserita superiorità della pittura rispetto alla poesia, così come il giudizio sui “discorsi mentali” […], aveva un’altra conseguenza di vasta portata, giacchè metteva in discussione il quadro culturale elaborato dagli umanisti, al cui centro stavano la poesia e le speculazioni filosofiche che non passavano “per le matematiche dimostrazioni”. Leonardo, che polemicamente si definisce “omo sanza lettere”, cioè privo di una sicura conoscenza del latino, e che fa appello all’esperienza, in realtà si trova su un’onda lunga rispetto ai “letterati”, in quanto anticipa esigenze e prepara materiali che solo nel nostro tempo sono stati apprezzati in tutto il loro valore» (cfr. Riccardo Marchese-Andrea Grillini, Scrittori e Opere, Storia e antologia della letteratura italiana, vol. I, Dalle origini al Quattrocento, La Nuova Italia, 1988).
Leonardo era ed è un letterato a tutti gli effetti come pure un filosofo di tutto rispetto, ma si fa tuttora fatica a riconoscerlo pienamente e sono tanti i testi scolastici che lo riportano solo brevemente e più che altro per quanto concerne l’arte o la scienza. Il suo era soltanto un modo diverso, originale di fare letteratura (quasi beffandosi di essa come Pascal aveva fatto con la filosofia, finendo per fare vera filosofia: «Beffarsi della filosofia è fare vera filosofia»); modalità che implicava la proposta di un Umanesimo alternativo a quello trionfante ma che stava degenerando nella maniera, nella mera, pedissequa imitazione dei classici e che, quindi, stava ormai perdendo tutta la sua forza propulsiva e di attrazione. Insomma, quello di Leonardo era un fare letteratura che si avvaleva della felice combinazione-contaminazione di generi e di linguaggi: generi letterari e “non letterari” (o d’uso pratico, come, per es., la lettera-curricumlum scritta per Ludovico il Moro o la stesura delle relazioni sulle sue varie osservazioni dei fenomeni naturali) e linguaggio antiletterario e scientifico e tecnico allo stesso tempo, funzionale alle sue molteplici attività artistiche e “meccaniche”. Del resto, Leonardo stesso ha lasciato detto nell’immenso Codice Atlantico (ovvero nel Proemio 12) che: «Le bone lettere son nate da un bono naturale, e perché si de’ più laudare la cagion che l’effetto, più lauderai un buon naturale sanza lettere, che un bon letterato sanza natura». Ma tutto questo non è stato, in gran parte, capito fino ai nostri tempi e figuriamoci allora, ai tempi di Leonardo, tempi in cui c’era il culto della bella forma, del monostilismo-monolinguismo e, quindi, dello stilo aulico, elevato (si pensi che in poesia c’era il culto di Petrarca più che del pluristilista-plurilinguista Dante e che, forte, sarebbe stato, per molto tempo, il filone poetico del petrarchismo). Se apro il Dizionario della Letteratura Italiana a cura di Ettore Bonora (vol. I, Rizzoli, 1977), alla voce Leonardo da Vinci, dopo aver precisato che «la prima difficoltà che pongono» gli scritti di Leonardo «è di natura filologica» per via della loro frammentarietà, si legge che: «Leonardo scriveva per sé, in una specie di soliloquio (nella sua caratteristica scrittura, quasi cifrata, che tracciava da destra a sinistra); quelli che annotava erano pensieri che la memoria non voleva perdere e che si collegavano spesso più idealmente che materialmente ad altri pensieri o presupponevano un ulteriore approfondimento. […] Un particolare valore letterario sembrerebbe di dover attribuire ai motti, alle facezie, alle favole, agli indovinelli, agli apologhi, che si incontrano numerosi nelle sue carte e si ricollegano al gusto popolaresco dell’età laurenziana [cioè, di Lorenzo de’ Medici, N.d.A.]. Sono, di solito, brevi racconti di carattere gnomico, condotti talora con fine gusto del particolare pittoresco». In Leonardo «non c’era la fiducia nella parola, propria dell’uomo di lettere», tuttavia in quella «vasta enciclopedia»che è il Trattato della pittura, che si presenta come un lavoro unitario e non frammentario, Leonardo presenta la pittura come una filosofia e mostra di avere momenti di grande poesia quando deve cogliere il divino mistero e la sublimità della natura e delle sue arcane e misteriose forze: «Attraverso la pittura egli, con un misto di stupore e di timore, vuole individuare nella natura l’orma del divino, e pertanto considera le cose e i vari fenomeni naturali senza aridità ma con viva commozione di chi sa di accostarsi ai misteri della vita, alla spiritualità che crea e governa le cose. Lo sfumato, il gioco delle ombre e delle luci, l’atmosfera di sogno dalla quale le figure sembrano emergere, nonostante la minuziosa precisione dei particolari, hanno la loro ragion d’essere appunto nel sentire il mondo delle forme legato a una misteriosa energia spirituale. Pertanto è nell’osservazione della natura e delle sue forze segrete che egli si rivela scrittore ineguagliabile, ben diverso dai grandi prosatori scienziati di cui è ricca la letteratura italiana. Soprattutto lo appassionano i fenomeni nei quali meglio si avverte la misteriosa potenza della natura: la crosta della terra segnata dalle rivoluzioni geologiche, una nube nel cielo, la fiamma, l’acqua con la sua forza latente o scatenata. Nello studiare questi aspetti della vita il tono, che vuol essere quello pacato dell’osservatore, si anima improvvisamente di una grande forza poetica […]».Infine, il Dizionario sostiene, giustamente, che proprio «nella volontà di interpretare unitariamente il reale», da parte di Leonardo, «sta il significato più vero e più alto dell’universalità del genio leonardesco: i moltissimi argomenti di cui si occupa sono i vari aspetti di un’unica realtà in cui tenta di cogliere l’essenza e le leggi universali».
Un altro dizionario, curato da un letterato come Vittore Branca, alla voce Leonardo da Vinci (scritta da Lino Lazzarini), dopo aver accennato alla polemica di Leonardo con le posizioni della cultura contemporanea e soprattutto con gli uomini di lettere, lui autodidatta, afferma che: «Sembra che L. non curasse o disistimasse la poesia: atteggiamento presente nella cultura italiana del medio ‘400, in lui non collegata soltanto a questa considerazione della poesia come esteriore costume ed esercizio di stile e anche alla polemica sulla superiorità della pittura, ma forse al fastidio per l’obbligo metrico, per l’idealizzazione petrarchesca, per le finzioni del mondo poetico, rimanendo estraneo alla verità della grande poesia. Solo la prosa gli parve adatta ad esprimere, pur con forti limiti, la visione della realtà e la sua interpretazione razionale forse avvertendo che il ritmo sintattico contribuiva a manifestare anche l’emozione profonda» (cfr. Dizionario critico della letteratura Italiana, vol. 2, diretto da Vittore Branca, Utet, 1974). Più avanti il Lazzarini(che dedica a Leonardo una dozzina di interessanti pagine) si sofferma sulla prosa del genio di Vinci citando alcuni giudizi critici dai quali emerge sia il fatto che Leonardo è un letterato a tutti gli effetti e sia il fatto che egli è stato variamente interpretato nell’’800 come affine ai romantici per via della teoria del genio creatore unico e irripetibile, e tra ‘800 e ‘900 come affine ai poeti e scrittori decadenti; alla fine viene menzionato il grande Attilio Momigliano, secondo il quale (giustamente), Leonardo è il più grande prosatore del ‘400 e uno dei massimi scrittori della letteratura italiana: «Della prosa di L. si cominciò a parlare nelle prime opere complessive su di lui (Sèailles, Münz, ecc.), iniziata la pubblicazione dei manoscritti, e nelle prime antologie (Richter, Solmi). Solmi chiamava L. “fondatore della prosa scientifica italiana”, (definizione negata più tardi dall’Olschki e ultimamente dal Nencioni, che nella liricità coglie il carattere che distingue L. dalla rimanente tradizione della prosa italiana e ne sottolinea l’adesione alle forme popolari). In tempi più vicini si svolse l’interesse per l’analisi del linguaggio (Marinoni). Intanto la figura di L. era stata riproposta dall’estetismo decadentistico (Pater) e molte tendenze letterarie del primo Novecento, quali la prosa poetica, l’attenzione alla suggestione della parola, il frammentismo [cioè,la poetica del frammento letterario che esaltava la potenza della parola poetica N.d.A.], contribuirono a una lettura più sensibile, anche se talora deformatrice, della prosa leopardiana. Riprendendo la felice definizione di Isidoro Del Lungo (1906), “soliloquio continuo”, il Momigliano e la Fumagalli vi approfondirono il carattere di “liricità”. La Fumagalli, dopo una prima scelta (1915), si impegnò in un appassionato, ampio commento a un’antologia di prose (1938), che tuttavia risentiva del gusto decadentistico e che suscitò discussioni e approfondimenti. Veramente il Momigliano, nella sua Antologia della letteratura italiana (1928) e nella Storia della Letteratura (1932) aveva già parlato di un “continuo e religioso stupore” di L. di fronte alle cose, quel suo sentirsi “lontano dalla materia, quanto più vi si immergeva con l’occhio infaticabile”, sentimento espresso dalle sue “parole piene di silenzio”; aveva riconosciuto che erano poche le pagine soffuse di poesia, ma bastevoli per farne “il prosatore più grande del quattrocento ed uno dei sovrani della nostra letteratura”». Lo stesso Momigliano (1940) sosteneva che i Pensieri erano certamente «più perfetti», in quanto «esprimono il senso arcano delle cose, ma senza tendere all’indeterminato e all’ineffabile, come i moderni decadenti».
Il Dizionario cita poi lo studio di Giuseppe De Robertis (La difficile arte di Leonardo, 1939), secondo il quale «la sua [di Leonardo, N.d.A.] espressione più alta […] sono quei passi che permettono di misurare la lunga fatica del pensiero e della parola, quando, nella ricerca, della massima aderenza con la massima brevità, balena l’immagine illuminante». Contemporaneamente al De Robertis, anche Francesco Flora (1941 e poi nel 1952 e 1954), nella sua Storia della letteratura italiana, in sintonia «con questi critici nella diffidenza a considerare poesia in prosa quella leonardiana, se ne discostava definendola “la prima prosa come scienza, come discorso logico e storico, sebbene abbia in sè diffusa e sciolta un’essenza lirica”, accanto a una “prosa morale, più orgogliosa ed energica”. […]». Vicina alla posizione del Flora, secondo il quale quella di Leonardo era “vera prosa di concetti”, c’erano quella di Cesare Luporini (1953) e quella di Carlo Dionisotti (1962) «che non esclude però un emergere di momenti poetici improvviso ed eccezionale. Il Dionisotti considera gli interessi letterari di L. legati soprattutto alla tradizione fiorentina del periodo 1470-80 di carattere popolareggiante (Pulci, Burchiello), in cui permangono elementi trecenteschi (proverbi, sentenze): interessi svolti nell’ambiente milanese, dove L. acquistò più chiara coscienza del prestigio della lingua toscana». Infine, vengono citati storici della letteratura del calibro di Carlo Muscetta e del già menzionato Natalino Sapegno e uno storico della civiltà umanistico-rinascimentale come Eugenio Garin: «La determinazione di intonazioni, di momenti diversi della prosa leonardiana e di un loro diverso valore è presente anche in altri critici di questi anni, nel Muscetta (1938) e successivamente nel Sapegno (1953), che nega la suggestione religiosa alle pagine di L., nate per lo più in funzione della pittura o dalla osservazione scientifica, riconoscendo in un “naturalismo poetico”, rivolto “a una rappresentazione piena e netta, concreta e definita”, la tonalità più autentica del suo stile, e le pagine più famose di carattere oratorio, nelle quali, con la volontà di conoscere, è presente la passione e scoperto l’entusiasmo, altrove implicito. Il Sapegno infine nega la frammentarietà delle prose, riconoscendovi invece uno squilibrio fra tensione espressiva e risultati raggiunti. Nel complesso, pur distinguendo tra prosa e prosa, se ne ricosce sempre più la qualità altissima e l’originalità: il Garin, considerando nel loro limite gli apporti di L. nel campo filosofico, scientifico e tecnico, esalta, con l’artista mirabile, quella prosa veramente unica, in cui si esprime una autentica universalità».
Alla fine il Lazzarinifa una bella e condivisibile conclusione in merito alla prosa di Leonardo: «[…] Senza questa forza espressiva, le pagine di L. sarebbero state testimonianze fondamentali nella storia delle scienze e di uno spirito altissimo, ma non ce ne avrebbero dato la viva voce. Invece sono il fatto unico, allora e poi, di una così aperta indagine e lunga meditazione sulla natura delle cose e anche sul mondo dell’uomo, espressa volta a volta con la immediatezza di una scoperta e l’emozione di un personale incontro, da cui l’originale, cioè riportata all’origine, forza espressiva. E tuttavia questa costante presenza di L. non vuol dire la confessione e il parlar di sé, ma le sue prose sono come una autobiografia riflessa nella realtà che contempla o immagina, di cui noi riceviamo la luce indiretta, nitida e suggestiva. Un soliloquio, come s’è detto, che nel tempo rivela la sua vera natura, di colloquio profondamente umano».
Leonardo, emblema e metafora stessa dell’unità del sapere, da quel genio che era, aveva anticipato la necessità, appunto, dell’unità del sapere e cancellava, già più di cinquecento anni fa, la secolare distinzione tra sapere scientifico e letterario, tra discipline scientifiche e umanistiche: il sapere è unico, è uno solo e non c’è cosa più stupida e controproducente che separarlo, distinguerlo e mettere la cultura tecnico-scientifica e quella delle materie umanistiche l’una contro l’altra e farsi guerra.
Della contrapposizione tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica si è occupato Charles Percy Snow con il saggio Le due culture (uscito in Gran Bretagna nel 1959). Da quel testo emerge benissimo il fatto che la reciproca diffidenza e incomprensione, ovvero la contrapposizione tra le due culture, ha costituito uno dei grandi mali della Civiltà Occidentale e, quindi, delle loro società. Il sapere può e deve essere multidisciplinare e interdisciplinare e, comprendere questo punto, vuol dire mettere in collaborazione, e non in bellicosa competizione, le forme e le espressioni del sapere al fine di arricchire le conoscenze di un paese, come quelle di tutti gli altri e, alla fin fine, le conoscenze e il sapere dell’intero mondo in cui viviamo, soprattutto un mondo così complesso come il nostro basato sulla globalizzazione dell’economia, dei mercati, ecc. Ecco: bisognerebbe che le classi dirigenti, ai vari livelli, e soprattutto quello politico, si adoperassero affinchè vi fosse una reale, effettiva globalizzazione del sapere e della conoscenza e, questo, per il bene dell’umanità. Noi crediamo che Leonardo avrebbe voluto proprio questo e che la sua personalità artistica sia proprio emblematica, una straordinaria metafora dell’unità del sapere, unità che appare sempre più necessaria per la gestione della complessità. E non si può fare a meno di riportare un pensiero di Eugenio Garin su artista e civiltà rinascimentale, che sembra davvero calzante in merito a Leonardo e al suo essere artista universale e un microcosmo immagine, riflesso e perfetta sintesi del macrocosmo, cioè del mondo: «L’artista, o meglio un certo tipo di artista “universale”, costruttore di un cosmo in cui l’uomo è inserito, è l’espressione più alta e completa di questa civiltà. E l’arte, questo tipo di arte, contrae in sé tutto: scienza concezione del mondo, poesia, morale, politica» (cfr. E. Garin, La cultura del Rinascimento, Laterza, 1967).
*Salvatore La Moglie, scrittore