VerbumPress

Gabriele Bonavera: intervista all’artista messinese 

Dai primi disegni alla “Stanza Blu”

«Attraverso la mia arte e i miei progetti voglio fare in modo che le persone trovino il modo di esprimersi liberando il loro potenziale. L’arte astratta nelle sue varie forme è il mezzo che ho per portare la mia espressione più autentica nel mondo»: si presenta così Gabriele Bonavera sulle pagine del sito a lui dedicato, puntualizzando con orgoglio che tutta la sua arte, in qualsiasi forma di espressione, è profondamente legata alla terra natìa, un’isola unica al centro del Mediterraneo, ovvero la Sicilia. Originario di Messina, classe 1984, la Sicilia e la sua città natale hanno influenzato profondamente la sua identità e il suo immaginario artistico, che oggi continua a sviluppare a Milano, dove vive e lavora come artista e graphic designer.

Per comprendere meglio il suo lavoro e le sue premesse concettuali abbiamo pensato di ‘raccontare’ l’artista, la figura e l’opera, attraverso un’intervista, perché un suo magnifico dipinto compare sulla copertina di questo numero di Verbum Press. Per il n. 31 del bimestrale ha scelto un’opera che si intitola “Pesci Astratti n. 54” «ed è realizzata su una base di gesso e con acrilico e acqua di mare dello stretto di Messina, luogo da cui provengo. – spiega – Rappresenta in modo astratto dei pesci, simbolo del mio legame con il mare e con il territorio. È realizzata con una tecnica da me creata chiamata non-pittura, dove creo le forme ed i segni attraverso un processo di eliminazione del colore attraverso spatole in silicone. Una tecnica elaborata per comunicare il tema della semplicità e dell’imperfezione propria della mia arte».

Come ha avuto origine il tuo rapporto con la pittura e cosa ti ha avvicinato a questo mezzo?

Mi esprimo attraverso le immagini fin da quando avevo tre anni. Ricordo e conservo ancora il mio primo disegno, un ritratto di mio zio. Non ho mai smesso di disegnare dal momento in cui ho capito che era un mezzo perfetto per dare forma a tutto ciò che immaginavo e per comunicare con le persone in modo unico. L’ho fatto fino al giorno in cui, durante la pandemia, si è rotto qualcosa. In quei giorni così particolari per tutti noi, ho realizzato che ero arrivato al punto di fare arte unicamente per cercare un riconoscimento e un apprezzamento da parte degli altri. Quella solitudine obbligata mi ha portato a fare arte per cercare like, contatti, approvazioni. E la reazione è stata drastica: per la prima volta ho smesso di creare. 

Questo è durato fino al giorno in cui è accaduto qualcosa che ha cambiato tutto e che ricordo bene ancora oggi. Mi trovavo a casa di un amico, davanti una tela completamente nera. Osservandola, dentro di me è avvenuto qualcosa: è stato come trovarsi davanti una finestra di infinite possibilità che dava accesso ad una stanza buia, in cui nessuno poteva vedere ciò che avrei voluto sperimentare. Ho immaginato quella grande tela nera piena di segni, linee, forme… Così da quella stessa notte ho iniziato a sperimentare con la pittura e con l’arte astratta. Ed è successo qualcosa di unico: mi sono sentito pervaso da una libertà talmente grande che il passo successivo è stata una profonda sensazione di gioia e armonia. Nessuno vedeva quello che creavo e questo mi faceva sentire bene. Libero da ogni giudizio. Creavo solo per me stesso, senza pensare a cosa gli altri potessero pensare del mio lavoro. Senza nessuna intenzione di pubblicare nulla o di cercare like.  Quell’esperienza mi ha cambiato radicalmente e da quel momento ho deciso di voler farla provare anche alle altre persone, in modo che vivessero i benefici che aveva dato a me. Da qui si è radicato in me un approccio all’arte come qualcosa capace di migliorarti e farti evolvere come persona. Un mezzo per conoscerti e per entrare in relazione con gli altri senza sentirti giudicato. Un modo di essere nella tua forma più autentica.

Come si evolve un’idea fino alla sua forma finale? Quali sono i temi alla base del tuo lavoro?

Mi piace vedere le idee come piccolissime scintille, che possono spegnersi velocemente o diventare grandi fiamme che bruciano. Sta a noi alimentare quelle deboli fiamme e scegliere se farle diventare qualcosa di più. Non sempre le idee che abbiamo sono buone ma è nostra responsabilità coltivarle come semi e vedere come cresceranno. Siamo come dei giardinieri! Personalmente mi piace spargere più semi possibile e curare la loro crescita poco per volta. Scrivo molto quello che mi viene in mente, leggo per prendere spunti, osservo quello che mi sta intorno e soprattutto mi pongo una domanda semplice: quest’idea mi fa stare bene? La risposta positiva a questa domanda sarà il carburante che alimenterà quella fiamma. Il fertilizzante di quel piccolo seme.

Devo gran parte della mia ispirazione al mare. Mi piace vedere il mare come un maestro da cui imparare molte cose, prima tra queste il cambiamento. Puntualmente, quando torno a casa a Messina, lo vado a trovare, ed ogni volta è sempre uguale, ma contemporaneamente non passa un singolo secondo che il mare sia statico, uguale a se stesso. È cambiamento allo stato puro. Ma il mare è anche natura, imperfezione che non puoi controllare ma solo osservare nella sua magnificenza. E poi ha un simbolo che ho fatto mio in tante forme diverse: i pesci. Questo simbolo universale è stato spesso oggetto delle mie esplorazioni artistiche fino ad arrivare a tratti stilizzati e quasi astratti come nell’opera che ho proposto per questa copertina.

Nella tua pratica artistica, accanto alla produzione personale, conduci workshop di arte astratta per avvicinare le persone all’arte come strumento di espressione, benessere e conoscenza di sé: una visione dell’arte profondamente inclusiva, uno spazio libero, accessibile a tutti, in cui esplorare e riscoprirsi, dunque…

Assolutamente sì. Più vado avanti nel mio percorso artistico, più sono convinto che l’arte esprima il suo massimo potenziale quando viene condivisa e utilizzata come mezzo di connessione con gli altri. Puoi stare tranquillo nel tuo studio creativo a creare l’opera più bella del mondo, ma se quell’opera non tocca l’anima delle persone (e di rimando la tua), quell’opera è solo decorazione da parete. Con il mio lavoro dei workshop di espressione visiva voglio fare in modo che le persone provino la stessa sensazione di libertà e benessere che ho provato io dal primo momento che ho iniziato a dipingere e che al tempo stesso si liberino di tutti quei blocchi autoimposti rispetto all’arte. Tutti noi siamo potenzialmente artisti. La grande differenza sta solo in quanta voglia hai di tirare fuori quello che hai dentro in modo autentico, senza curarti di cosa possano pensare gli altri. Per questo i miei workshop sono adatti a tutti, anche a chi non ha alcuna esperienza artistica. Ci sono cose di noi stessi oltre quella linea sottile che aspettano solo di essere scoperte, e posso garantire che sono capaci di darci emozioni incredibili.

A Milano hai dato vita a La Stanza Blu, un evento mensile ideato per offrire agli artisti uno spazio autentico e gratuito dove condividere la propria arte, lontano dalle dinamiche dei social network e del mercato dell’arte. Hai finora riscontrato risultati tangibili o comunque accoglienza da parte dei partecipanti?

La Stanza Blu nasce come un’idea per dare agli artisti la possibilità di condividere con le persone la propria arte lontano dalla vuota finzione dei social network, in uno spazio fisico e soprattutto in modo gratuito. E sono stato io stesso, in quanto artista, ad avere questa necessità. Immaginavo un’occasione in cui poter guardare negli occhi una persona che guarda una mia opera e cercare quella scintilla che le viene da dentro. È un progetto in cui, per scelta, ho voluto tenere fuori l’aspetto economico, seppur in parte autofinanziandolo, ma questo non vuol dire che non renda un profitto. Bisogna solo capire qual è la tua definizione di profitto. Per me questo è dato da tutto quello che poco alla volta si sta creando: una rete di connessioni autentiche tra artisti, persone e luoghi. Questo è quello che cerco: creare un ambiente in cui sono io stesso il primo ad avere il piacere di vivere. Un ambiente fatto di proposte creative, di passione, di curiosità, di voglia di entrare in relazione con l’altro. Milano è la città che mi ha dato la possibilità di fare ciò che ho sempre amato, ma come tutte le città ha anche delle difficoltà. Una di queste è che corre così tanto da puntare sempre al vantaggio finanziario a tutti i costi. Questo può essere visto come positivo per la crescita ma quando si entra nel campo di arte e cultura, a mio giudizio il discorso cambia. Non tutto può essere monetizzato, spremuto, accelerato e ingrandito. L’arte che io vedo è qualcosa di molto più grande e importante per tutti noi e non ha nulla a che fare con il denaro ad ogni costo. Che dire poi della risposta del pubblico? Hanno amato il progetto sin dal primo evento di gennaio e questo mi ha riempito di entusiasmo e voglia di migliorare sempre di più. Fino al punto che presto La Stanza Blu diverrà un’associazione culturale. C’è ancora molto lavoro da fare ma ci aspettano cose davvero interessanti. Non solo a Milano ma anche in altre città…

Con quali artisti, movimenti o contesti storici ti senti in dialogo? Quali sono, se ci sono, le figure artistiche che ti ispirano di più?

Mi piace pensare che in quanto esseri umani siamo sempre uguali in ogni tempo e in ogni luogo. Nel corso della storia, compresa quella dell’arte, si sono succeduti moltissimi movimenti che hanno giustamente espresso le esigenze del momento. Partendo da questo presupposto, non posso dire di avere un legame definito con un movimento o artista in particolare, anche se ci sono certamente figure, periodi o forme espressive a cui mi sento più vicino. Ho sempre amato, ad esempio, l’approccio artistico sempre in evoluzione di Picasso, la potenza delle idee e la speranza degli anni 60, l’aspetto visionario del futurismo e la libertà del dadaismo e dell’arte astratta. Quello di cui però sono convinto è che ogni movimento o moda estetica sono passeggere e cicliche. Quello che è importante per me, soprattutto oggi, è che le persone ritrovino la propria individualità, la propria voce e il proprio pensiero. Che vivano la loro vita al massimo del loro potenziale creativo. Questo può essere messo in pratica con qualsiasi stile o forma espressiva. Non importa davvero secondo me. Dobbiamo rifocalizzarci su noi stessi come individui capaci di dare qualcosa, di lasciare un segno. Per questo l’arte astratta è forse la forma espressiva che più di ogni altra mette l’interpretazione dello spettatore al centro e al tempo stesso rende libero chi la mette in pratica. 

Siamo curiosi delle sfide che hai dovuto affrontare mentre lavoravi e di quelle con le quali pensi di doverti cimentare.

Fare arte, come dicevo, è qualcosa capace di farti conoscere e rendere la tua vita e quella degli altri migliore, ma al tempo stesso può presentare delle difficoltà. Quelle con cui più frequentemente mi trovo a confrontarmi e con le quali mi confronterò sempre riguardano vari aspetti, dai più grandi ai più piccoli e personali. Il primo è sicuramente la concezione che la maggior parte delle persone nutre rispetto all’arte come qualcosa destinata a pochi eletti, come un semplice passatempo o peggio, qualcosa che non ti porterà a nulla. Mai nulla di più sbagliato per me. Subito dopo c’è il sistema malato costruito dal mercato dell’arte, da chi vede l’arte come puro mezzo per far girare denaro su larga scala, dalle gallerie chiuse e asettiche. Questi sono i due blocchi più grandi che contribuiscono a creare un muro tra arte e persone: un sistema finto per garantire che le cose restino così come sono e che vuole il mondo diviso tra chi fa arte e chi la compra e chi ne è estraneo. Questo è quello su cui personalmente lavoro di più per cambiarne le dinamiche. Poi ci sono le piccole difficoltà con cui mi fronteggio ogni giorno, come l’organizzazione del tempo da dedicare ai miei progetti e la voglia di fare sempre di più e meglio. Pensare a nuovi modi di arrivare alle persone, di coinvolgere altri artisti e di utilizzare l’arte per migliorare concretamente la vita delle persone. Ma tutto questo fa parte di un gioco bellissimo che vale la pena di vivere ogni giorno.

*Mary Attento, giornalista ed editor