VerbumPress

FUORI – Un film di Mario Martone

“Fuori” non racconta solo la vita di una scrittrice, ma va molto oltre l’immagine di una ribelle fuori dal comune.: è una discesa vertiginosa nella coscienza di una donna che ha trasformato il carcere in laboratorio esistenziale e la scrittura in una forma estrema di sopravvivenza. 

Mario Martone ci accompagna nei giorni e nei pensieri di Goliarda Sapienza dopo la prigione, ma non per mostrarci la redenzione o la ricostruzione — bensì per raccontare cosa resta di una persona quando il mondo fuori non somiglia più a casa, e il dentro non si riesce più a dimenticare.

Nel film, la vita non viene raccontata: si sente, si spezza, trabocca. 

Goliarda cammina per le strade, fuma, osserva, scrive, parla come se ogni parola le uscisse da dentro le ossa. Non è una sopravvissuta, è una donna ancora immersa nel trauma, che non vuole uscirne pulita ma vera. 

Tra lei e le donne conosciute a Rebibbia si è creata una rete invisibile, fatta di corpi, confidenze, lettere clandestine e piccoli gesti che hanno assunto il peso dell’eternità. 

Dice che ci sono donne che “stanno dentro anche quando stanno fuori”, ed è una delle frasi più sincere e spiazzanti del film. Perché il carcere, per alcune, non è solo una condanna, ma diventa rifugio, tana, spazio in cui finalmente si viene viste, toccate, amate senza la mediazione del ruolo sociale o della maschera. E a quel luogo ti ci affezioni. Non alla cella in sé, ma al senso di presenza che nasce da un dolore condiviso.

È lì, in quei giorni durissimi, che Goliarda trova la sua forma più limpida di libertà. 

“Con loro ho sentito la libertà”, confessa. Una libertà che non ha niente di retorico, ma che nasce dalla carne, dai silenzi, dalla complicità tra donne che hanno toccato il fondo e che, per questo, possono abbracciarsi senza paura. 

In mezzo a quel dolore e a quella rinascita, emerge anche l’amore impossibile per Roberta, la compagna di cella. Goliarda, che dal marito non ha mai avuto l’amore né l’attenzione che desiderava – nonostante la sua ricchezza e il fatto che lui non abbia mai letto il suo libro “L’arte della gioia” – trova in Roberta una presenza viva e vera, un rifugio e una passione che la scuotono e la consolano.

In quella verità sporca e profonda, lei rinasce come scrittrice, ma a caro prezzo. Perché scrivere, per Goliarda, non è un atto pacificato o estetico, è una forma di autolesionismo consapevole. 

Lo scrivere mi serve per stronarmi, come è l’eroina per te”, dice a Roberta, la compagna di cella tossicodipendente. Ed è lì che si svela la sostanza della sua scrittura: non uno slancio artistico, ma un’abitudine necessaria al dolore. Scrivere come siringarsi, per provare qualcosa, per anestetizzarsi, per sentirsi viva a modo suo.

Martone non nasconde la durezza delle cose, non illustra: lascia che la voce di Goliarda guidi tutto. 

Una voce che confonde, innamora, disorienta. 

Si definisce una ladra di storie, e in fondo è esattamente ciò che fa: ruba le vite delle altre, le custodisce, le restituisce al mondo attraverso la parola. Non le ruba per vanità, ma per amore. Perché il vero furto, per lei, sarebbe lasciarle svanire nel silenzio. 

Anche le frasi più scandalose diventano momenti di rivelazione, come quando afferma: 

“Non c’è più bello di un rapporto incesto”. Non è un’affermazione morale, ma un crollo deliberato di tutte le barriere imposte dalla società: è la voce di chi ha capito che l’amore, quando è autentico, non ha luogo, non ha norma, non ha giustificazione.

Ed è lì, tra quelle mura, che prende forma l’amicizia – mai chiaramente definita, e per questo tanto più intensa – con Roberta, giovane detenuta, tossicodipendente e coinvolta nella lotta armata.

Roberta cerca in Goliarda una madre che non ha avuto, o che l’ha ripudiata, e al tempo stesso – quasi incestuosamente – anche una compagna, una donna in grado di comprenderla fino in fondo, di accettare le sue scelte radicali senza giudizio.

Su di lei incombe l’ombra pesante della dipendenza, ma dentro quel legame spezzato e viscerale c’è una forma di amore che non si lascia catalogare, che brucia e consola insieme.

Eppure, accanto al desiderio bruciante, c’è anche la stanchezza. 

“Ho voglia di pace”, dice, e in quelle parole c’è tutta la fragilità di una donna che ha lottato troppo, pensato troppo, amato troppo. Ma che non ha mai voluto smettere. 

Uno dei momenti più suggestivi del film avviene nella stazione, che lei descrive come un “rilevatore dell’anima”. 

La stazione, non un luogo di transito, ma uno specchio. Un luogo in cui ogni volto in viaggio sembra trascinarsi dietro un pezzo di sé, e Goliarda lì si sente nuda, senza difese. È in quegli istanti di passaggio che si misura il senso della libertà: non come qualcosa da possedere, ma come una condizione interna, impossibile da spiegare.

E poi c’è la fine, che arriva piano, come un’eco. 

Dopo la narrazione, dopo la finzione, compare lei, Goliarda vera, in un frammento di intervista con Enzo Biagi. Il film è finito, ma la verità resta lì, sospesa, disarmante. 

“Io parlo per quelle che non sanno scrivere. Per quelle che non sanno parlare. Per quelle che non hanno voce.” 

In quel momento si capisce davvero il senso di tutto: il coraggio di chi ha scelto di farsi sentire, di gridare senza filtri, di mettere a nudo una vita troppo grande per essere contenuta.

“Fuori” è un film che non concede sconti. Non cerca di compiacere. È un omaggio potente a chi ha vissuto ai margini, a chi ha amato in silenzio, a chi ha fatto della parola la sua unica ancora di salvezza. 

Goliarda Sapienza non voleva essere un’eroina da incorniciare: voleva solo essere ricordata come una donna che ha guardato il buio senza mai distogliere lo sguardo, e che ha trovato nella verità la sua forma più autentica di libertà.

*Sonia Liccardi, collaboratrice