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Conseguenze economiche e sociali della rivoluzione industriale

Cosa cambia a livello economico nel momento in cui  il lavoro viene organizzato all’interno di una fabbrica rispetto a quando si produceva in maniera artigianale, ognuno per conto proprio, all’interno delle proprie case? 

Prendiamo ad esempio la produzione tessile perché è in questo campo che nascono le prime fabbriche. 

Nel passato era presente un solo telaio per ogni casa su cui lavoravano le persone di un nucleo famigliare. C’era dispersione di tempo per reperire le materie prime e poi per andare a consegnare i manufatti casa per casa. Con la nascita dell’industria c’è la concentrazione di macchinari in un solo luogo, la “fabbrica”, e una maggiore facilità di controllo sulle fasi del lavoro: si sorvegliano meglio sia il lavoratore che il prodotto del lavoro. È possibile coordinare meglio le diverse fasi della lavorazione perché ognuno svolge un compito ben preciso: c’è chi infila la macchina della tessitura, chi si occupa di controllare che la spoletta vada da una parte e da un’altra e che quindi la trama del tessuto si sviluppi in maniera corretta, chi si occupa di raccogliere i manufatti pronti e prepararli per poi essere messi in commercio. La cosa più importante è che diminuiscono notevolmente i costi di produzione. 

Pertanto si può affermare che il bilancio in riferimento alle conseguenze economiche è assolutamente positivo.

Non altrettanto si può dire in riferimento alle conseguenze sociali. 

Nel momento in cui i lavoratori si devono recare in un unico posto di lavoro chiamato “fabbrica” si ha un distacco dalle proprie famiglie e questo per diverse ore al giorno spesso, nei primi tempi della seconda rivoluzione industriale, dall’alba al tramonto ma il lavoro può anche prolungarsi nelle ore notturne in quanto agli inizi gli operai , sia gli uomini che le donne e anche le madri di famiglia, lavorano fino a 14 o 15 ore di seguito. Soltanto i figli piccolissimi rimangono a casa con i nonni ma appena diventano autosufficienti vengono portati dai genitori a lavorare nelle fabbriche. Oltre al distacco dei lavoratori dalle proprie famiglie, c’è anche uno sfruttamento delle donne e dei bambini. Queste due ultime categorie vengono pagate di meno  perché considerate  “fragili “ rispetto agli uomini adulti. Considerato il fatto che donne e bambini rappresentano il numero maggiore dei lavoratori perché nel settore tessile c’è bisogno di mani piccole, di destrezza, di velocità a cui erano più adatte le donne molto di più degli uomini che invece rappresentano solo un terzo all’interno di queste fabbriche, lo sfruttamento è fortissimo.

Un altro aspetto negativo di decadimento della vita dei lavoratori è il tipo del lavoro a cui adesso devono adeguarsi. È un lavoro che richiede precisione e velocità: c’è una produzione standard da fare e da rispettare. Quindi, non c’è tempo per il riposo. 

I primi lavoratori di queste industrie tessili sono ridotti a macchine umane. La fabbrica inoltre è un ambiente malsano: non circola l’aria perché poche sono le finestre e molti invece  i rischi per i lavoratori . Si usano sostanze chimiche come coloranti dei tessuti e la lavorazione delle materie prime è sempre sottoposta all’uso di agenti nocivi. Inizialmente non viene rispettata neppure la settimana lavorativa con il riposo settimanale: vengono abolite le feste comandate e il riposo della domenica. Ci si riposa “quando” e “se” è possibile. 

Mentre nella proto industria, quando cioè si lavorava a casa, i salari erano “a cottimo” ossia più si riusciva a produrre e più si veniva pagati ma si lavorava quando si poteva , ad esempio nel momento  in cui non si andava in campagna perché pioveva,   nelle fabbriche  se l’operaio  non  rispetta la produzione stabilita che è standard  perde il  lavoro e non viene pagato. Ciò significa che per essere pagato il lavoratore della fabbrica è costretto a mantenere un ritmo di lavoro massacrante senza stare a pensare né  al tempo che impiega per lavorare né tanto meno al riposo. Tra l’altro il salario delle donne è molto più ridotto rispetto a quando si lavorava a casa e si veniva pagati a cottimo. 

Nascono così due classi sociali nettamente distinte: da una parte quella del capitalista, cioè dei proprietari delle fabbriche che investono il proprio “capitale” e dettano le regole e dall’altra la classe degli operai detta anche classe del “proletariato” in quanto come ricchezza ha solo la prole. 

Le condizioni di vita dunque anziché migliorare, peggiorano. 

E’ dunque inevitabile che gli operai si organizzino per cambiare questa situazione. 

Nel giro di alcuni anni nascono le prime associazioni operaie che organizzano delle vere e proprie sommosse. Il primo movimento operaio di protesta è il “luddismo” nato in Inghilterra tra il 1811 e il 1817, noto per la distruzione organizzata di macchine industriali e telai meccanici. I luddisti prendono il nome da Ned Ludd, operaio che già nella seconda metà del Settecento, durante la prima rivoluzione industriale nata e rimasta circoscritta in Inghilterra, aveva distrutto i macchinari della fabbrica in cui lavorava in quanto vedeva in loro una minaccia alla sopravvivenza dei lavoratori. Conseguenza di questo forte disagio è un fenomeno molto preoccupante che si allarga a macchia d’olio: il consumo di gin, liquore molto diffuso in Inghilterra, aumenta a tal punto tra gli operai che si ubriacano per dimenticare le loro condizione miserrime che nel 1751 viene varata una legge per vietare il consumo di questo distillato.

*Marilisa Palazzone, docente