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VerbumPress

CHOPIN: L’amore per la patria, i primi componimenti, la Parigi del XIX Secolo

Si può a buone ragioni asserire che Fryderyk Chopin (1810-1849) sia il compositore più emblematico, nella storia del pianoforte. 

Con Chopin, quest’ultimo acquisisce le medesime caratteristiche dell’orchestra, essendo in grado di “imitarla”, come qualsiasi strumento.

Insieme all’amico, Franz Liszt (1811-1886), conferisce al pianoforte tale statuto e si può esibire presso la prestigiosa Salle Pleyel, confrontandosi -come sempre- con 88 tasti, che racchiudono un’infinità di interi brani. 

Ciò, sia per i 24 “Studi” del polacco, sia per i 12 “Studi trascendentali” dell’ungherese.

Chopin attribuisce all’interprete la facoltà di “fare proprie” le partiture, che sono, sempre, scritte in modo estremamente chiaro.

Consideriamo alcune testimonianze da parte dello stesso Schumann (1810-1856), ne La musica romantica

In primo luogo, Schumann elogia Chopin, per via delle sue sonorità assolutamente inaudite: così è, per lo Studio Op.25 n.1, noto come l’“Arpa eolica” e il fatto che riproduca i suoni di una vera e propria arpa. L’autore afferma di essersi addormentato come in un sogno, in cui compariva lo strumento sopracitato.

In secondo luogo, se, da un lato, Liszt è un impareggiabile compositore e mecenate di artisti, nella Parigi dell’Ottocento, stando a quanto dice Schumann, Chopin è il più amato pianista che Liszt stesso richiami, presso di sé, nelle élites parigine, quando il polacco di allontana dalla patria. Ciò corrobora quanto scritto poc’anzi: il pianoforte merita la dignità di strumento indipendente, grazie al quale, il musicista è in grado di dare luogo a temi singolari, proposti e riproposti.

Last but not least: perché Chopin abbandona la Polonia?

È evidente che la temperie culturale del suo Paese non lo affascini, in modo particolare.

In una lettera, scrive -riferendosi ai connazionali, criticandone il tradizionalismo-, che si tratta di “canzonette di osterietta”. 

Eppure, i paesaggi agresti lo portano a scrivere Mazurkas e Polonaises, dall’istinto potentemente patriottico. 

In un periodo approssimativamente riconducibile ai suoi 19-20 anni, nonché corrispondente alla partenza definitiva per Parigi, compone i suoi 2 Concerti per pianoforte e Orchestra, tuttora ritenuti dei capolavori.

Non tornerà più in Polonia, ma l’amore per la patria riecheggerà in quasi tutti i suoi componimenti. Tra questi: 4 Ballate, 4 Scherzi, Sonate n.2 e n.3, Studi e Preludi –oltre alle precedenti Mazurkas e Polinaises-.

La sua estrema disillusione per la vita lo porterà al concepimento di uno dei massimi capolavori: la Sonata Op.35, n.2.

Altrimenti nota come “Marcia Funebre”, la Sonata si configura come una vera e propria meditatio mortis che illustra, in modo sinestetico, la sofferenza umana, l’ineffabilità della musica, l’orrore per il nulla; ma anche, un’auspicabile redenzione, da parte dell’arte.

Tali tematiche sono degne di essere spiegate mediante 4 filosofi: Schopenhauer, Kierkegaard, Sartre e Jankélévitch.

Il tutto, sarebbe meritevole di ulteriori approfondimenti.

*Stefano Chiesa, scrittore