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VerbumPress

Chopin, la tradizione coeva e il superamento del Romanticismo

Sebbene la communis opinio tenda a relegare Chopin al solo «Romanticismo», tale idea merita di essere rivista e rivisitata.

Senza alcun dubbio, nei 2 Concerti per pianoforte e orchestra, insieme all’Andante spianato e Grande Polacca Brillante Op.22, la Ballata n.3, lo Scherzo n.4, i Waltzer, i Notturni, i Preludi,gli Studi Op. 10 e 25, viene rispettato il canone romantico.

Ma la cesura netta con la tradizione precedente, accade nella Sonata Op.35 n.2.

A ciò, si aggiunga una fitta tradizione filosofica, che si situa sia nel Romanticismo, sia nell’Esistenzialismo.

Nel primo caso: Schopenhauer e Kierkegaard.

Per Schopenhauer, nel Mondo come volontà e rappresentazione, il genio creatore si contraddistingue per la sua innocenza; detto altrimenti: è inconsapevole, nell’atto compositivo, di dar vita a capolavori. Ma “innocenza” rispecchia anche la purezza e la limpidezza delle Opere chopiniane.

Per Kierkegaard, invece, la musica intrattiene un rapporto costante e continuo, con il “maligno”: essa è connotativa di dissonanza e non vi è parere espresso-da parte del filosofo- conciliante, nei confronti del repertorio pianistico.

Nel secondo caso: Sartre e Jankélévitch.

Malgrado paia che Sartre abbia «poco a che fare» con la musica, ne L’essere e il nulla dedica qualche pagina alla «metafora dello scrittore» che, in preda all›estro artistico, custodisce un profondo senso di malinconia e incompiutezza.

Ed è precisamente ciò che avviene, nel pianoforte di Chopin.

Jankélévitch, invece, dedica intere opere alla musica; tra le più importanti: La musica e l’ineffabile, L’irreversibile e la nostalgia, Da qualche parte nell’incompiuto.

Ma il vero capolavoro di Jankélévitch è La morte, in perfetta consonanza con la sopracitata Sonata n.2, in cui Chopin -dopo il terzo movimento, “Marcia funebre”– si proietta verso l’universo del Novecento, mediante il quarto movimento, che tanto si avvicina ai linguaggi di atonalità e disarmonia. 

Ed è in questo senso che la morte viene vista, ora in termini ad essa opposti (Schopenhauer, Sartre) o ineluttabili (Kierkegaard, Jankélévitch).

Tutte queste emozioni, tutti questi sentimenti, descrivono una parabola critica in merito alla meditatio mortis di Chopin, di cui Jankélévitch mette in luce «il profumo delle cose che periscono e l›istante irreversibile».

Ecco perchè, in ultima analisi, la figura di Chopin rimane “senza tempo”: la sua musica tocca nel profondo l’animo umano e costringe i posteri (tra cui, il Sottoscritto) a elogiarla, mettendone in luce ciò che Jankélévitch definisce “ineffabile”.

Ossia: il suo carattere eminentemente immateriale e sovrasensibile.

*Stefano Chiesa, scrittore