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VerbumPress

La Sinistra non è Woke

Riflessioni intorno al saggio di di Susan Neiman

Il testo di Susan Neiman è interessante e ricco di argomentazioni. Mi limiterò qui ai suoi due nuclei fondamentali: da una parte la cultura della sinistra e l’universalismo, dall’altra la cultura woke e il tribalismo.

Neiman rivendica il diritto di definirsi di sinistra, pur criticando una cultura woke che, a suo giudizio, ha colonizzato ampi settori di quest’area politica. È una posizione che condivido: nonostante molti abbiano preferito definirsi comunisti o socialisti, ritengo difficile abbandonare l’insieme di pensieri, sensibilità e simboli attraverso cui la sinistra ha costruito la propria identità. Socialismo e comunismo ne sono parte integrante: la cultura woke vi si è inserita per ragioni storiche e culturali e va sottoposta a una critica interna, non utilizzata per espellere dalla sinistra chi non la condivide.

L’universalismo rappresenta per Neiman la caratteristica fondamentale della tradizione di sinistra: tutti gli esseri umani, al di là delle differenze culturali, condividono diritti fondamentali, a partire dalla libertà e dal rifiuto della sofferenza. Da qui deriva anche la tradizione internazionalista socialista e comunista. Diritti individuali e diritti sociali non sono alternativi: libertà di espressione, associazione e sciopero sono anch’essi strumenti dell’emancipazione dei lavoratori.

Neiman difende inoltre l’universalismo illuminista dalle accuse di essere soltanto una giustificazione ideologica del colonialismo. La storia è naturalmente più contraddittoria: gli ideali occidentali furono utilizzati anche per legittimare il dominio, ma furono contemporaneamente fatti propri dai popoli colonizzati per combattere i loro oppressori. Lo dimostra, su scala mondiale, anche la diffusione delle idee di Marx.

Su questo punto, tuttavia, non condivido la critica dell’autrice a Foucault, Adorno e Horkheimer. La Dialettica dell’Illuminismo non propone di abbandonare gli ideali illuministi, ma mostra come la ragione possa trasformarsi in strumento di dominio quando viene ridotta a efficienza e controllo. È una critica dell’Illuminismo dall’interno, non il suo rifiuto. Analogamente, il Foucault che conosco non coincide con l’immagine di un intellettuale nichilista e disimpegnato.

Nella seconda parte Neiman contrappone all’universalismo il tribalismo della cultura identitaria: gruppi costruiti intorno a sesso, etnia o religione, che rischiano di trasformare una caratteristica particolare in fondamento dell’identità politica. La ricerca dei diritti di gruppi specifici può così entrare in tensione con l’idea di diritti universali, alimentando una politica fondata sulla contrapposizione tra vittime e carnefici.

È qui che, a mio avviso, il discorso dovrebbe essere portato fino alle sue conseguenze. La nostra società tende sempre più a riconoscere e ascoltare i gruppi capaci di organizzarsi come lobby, mentre altri interessi rimangono marginali. Anche la figura della vittima può diventare un’identità politica: essere stati vittime non impedisce, infatti, di diventare a propria volta responsabili di ingiustizie.

Penso soprattutto al femminismo, che considero oggi uno degli elementi centrali dell’ideologia dominante. La stessa Neiman, pur criticando il tribalismo, evita di applicare questa categoria in modo conseguente al femminismo. Non riesco a non vedere, in questa scelta, la malcelata paura di attirarsi gli strali delle potenti lobby femministe, capaci di creare non pochi problemi soprattutto agli intellettuali.

A mio avviso, anche l’interpretazione della violenza di genere può trasformarsi in una profezia che si autoavvera: se si parte dall’idea della donna come vittima dell’uomo e si selezionano prevalentemente le conferme di questa interpretazione, concentrando l’attenzione sulla violenza subita dalle donne e rendendo poco visibile quella subita dagli uomini, si finisce inevitabilmente per rafforzare la premessa da cui si era partiti.

Il problema, dunque, non è negare i diritti delle minoranze o le discriminazioni esistenti, ma chiedersi se la sinistra debba perseguire una politica fondata sull’universalismo dei diritti oppure sulla competizione tra identità e gruppi. È questa, a mio avviso, la contraddizione fondamentale che il dibattito sulla cultura woke dovrebbe affrontare.

*Renato Rapino, scrittore