La maschera Quanti personaggi vivono in noi? Chi può dire di averli conosciuti tutti, accettati, amati?

La maschera Quanti personaggi vivono in noi? Chi può dire di averli conosciuti tutti, accettati, amati?

Ogni essere umano possiede una personalità variegata con diversi copioni da recitare, maschere da indossare, come abiti, nelle occasioni della vita. 

Ma, in questo diversificarsi e mutare dei volti, l’uomo si smarrisce, perdendosi nelle sue contraddizioni, in balia delle emozioni che lo costringono ad assumere ogni volta un ruolo diverso. 

Eppure, uniti, insieme questi volti formano il grande album della nostra vita. 

Guardiamolo e scopriremo: bambini tristi, adolescenti arrabbiati, uomini duri, intellettuali, poeti. 

Sotto la maschera il nostro spirito freme per la sua continua mutabilità, ma ci freniamo sia per non urtare contro i pregiudizi della società, sia per la nostra tranquillità, perché nel mondo mutevole ed enigmatico in cui viviamo, quella nostra “forma”, o maschera fissa è l’unico punto fermo al quale ci aggrappiamo disperatamente per non essere travolti dalla tempesta. 

Ma, a volte capita che l’anima istintiva, che è in noi, esploda violentemente, in contrasto con l’anima morale, facendo saltare ogni pudore o freno inibitorio.

Allora la maschera si spezza e siamo come un violino fuori di chiave, cioè stonato, come un attore che si mette a recitare sulla scena una parte del copione che non gli è stata assegnata. 

Anche in questo caso, tuttavia, non abbiamo motivo di rallegrarci, perché una volta usciti dalla vecchia maschera, il senso di libertà che proviamo è di breve durata, in quanto il nuovo modo di vivere ci imprigiona in un’altra “forma”, diversa sì dalla prima, ma altrettanto soffocante, e allora tanto vale rientrare nell’antica “forma”: un ritorno che però si rivela impossibile per il continuo mutare della realtà. Quando l’uomo scopre il contrasto tra “forma” e “vita” può reagire in tre modi, passivamente, ironicamente, tragicamente. 

La reazione passiva è quella dei deboli che si rassegano alla maschera che li imprigiona, incapaci di ribellarsi o delusi dopo l’esperienza di una nuova maschera: chi si rassegna vive quel senso doloroso tra la frattura della vita che vorrebbe e quella che è costretto a vivere.

La reazione ironico-umoristica è caratteristica di chi non si rassegna alla maschera, e poiché non se ne può liberare, sta al gioco delle parti, però con un atteggiamento ironico, polemico, aggressivo e umoristico.

Infine, la reazione drammatica quella di chi, sopraffatto dalla disperazione, né si rassegna, né riesce a sorridere alla vita, allora si chiude in una solitudine disperata che lo porta o al suicidio o alla pazzia.

Il disagio dell’uomo non deriva dunque solo dall’urto con la società, ma anche dalla continua ribellione del suo spirito che non gli permette di conoscere bene se stesso, né di cristallizzarsi nel rapporto vita-forma in una personalità definitiva. 

La maschera è un mezzo ambiguo, dietro il quale da un lato la verità ama nascondersi per salvaguardare la propria profondità, ma che dall’altro noi utilizziamo per non vedere la realtà, per sfuggire da essa.

Citazioni:

“A chi dire “io”? Che valeva dire “io”? se per gli altri aveva un senso e un valore che non potevano mai essere miei; e per me, così fuori degli altri, l’assumerne uno diventa subito l’orrore di questo vuoto e di questa solitudine?”, in Uno, nessuno e centomila di L. Pirandello.

“Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri, e fuori intanto dalla mia?”, in Uno, nessuno e centomila di L. Pirandello.

“…deve sapere che abbiamo tutti come tre corde l’orologio in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile, per cui sta qua, in mezzo alla fronte.–Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati.–Non si può. E che faccio allora? Do una giratina alla corda civile. Ma può venire il momento che le acque si intorbidano. E allora..e allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, per rimettere le cose a posto ,dare le mie ragioni, dire quattro e quattr’otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio.”, in Il berretto a sonagli di L. Pirandello. 

*Regina Resta, editore Verbumpress

Regina Resta