Lo zio d’India

Lo zio d’India

Ci sono episodi che gli storici, anche i più meticolosi e attenti, non potranno mai raccontare. Sono le storie della gente comune, quella che ha vissuto eventi tanto insoliti da risultare, spesso, incomprensibili agli stessi protagonisti: eventi vissuti con spirito di adattamento e sacrificio, che li hanno trasformati in involontari testimoni e che sono diventate indelebili memorie.

L’ultimo conflitto mondiale ha visto, per la prima volta, il coinvolgimento massiccio delle popolazioni civili nel grande massacro che costò la vita a un centinaio di milioni di individui. I civili pagarono un tributo di sangue altissimo, subendo indicibili privazioni, contando i morti e le distruzioni che le precedenti guerre avevano loro risparmiato.

Quelli della mia generazione, nati nei primi anni cinquanta e prossimi ormai ai settant’anni, hanno avuto la possibilità di vivere accanto ai testimoni oculari di quanto era accaduto solo qualche anno prima. I nostri genitori, i nostri parenti, i conoscenti, che hanno vissuto quegli anni, sono diventati i depositari di memorie che hanno poi travasato alle nuove generazioni e che gli storici non potranno mai riportare. Un sottobosco fatto di aneddoti, di vita e di morte, di esperienze vissute all’ombra degli eventi scritti nei libri di storia.

Mio padre, classe 1923, evitò la ferma perché il più giovane di un nugolo di fratelli ai quali il regime aveva affidato il compito di conquistare il mondo…con scarpe di cartone, carri dalla robustezza di una scatoletta di sardine, una flotta senza carburante, ma con un milione di baionette, buone per pelare le patate, quando si trovavano.   

Mio padre festeggiò il suo ventesimo compleanno lo stesso giorno in cui il generale Patton e le avanguardie della sua VII armata, arrivando dai Peloritani e giù per la Via Palermo di Messina, gli passarono davanti casa. Gli altri tre fratelli, tornati tutti incolumi dal conflitto, avevano portato con loro, oltre alla vita, le loro preziose storie. 

Ricordo, bimbetto, nei primissimi anni 60, gli interminabili pranzi domenicali, quando ad affollare la tavolata ospitavamo gli zii con le loro famiglie. L’unico che aveva rinunciato a crearsene una era il più anziano dei fratelli, Lorenzo, una sorta di pater familias, che sovrastava gli altri fratelli per il suo carisma e autorevolezza e per il suo passato che tutti rispettavano. A lui era riservato il posto a capo tavola. Tra una portata e l’altra dei pranzi di una volta, venivano fuori i racconti che scaturivano dalle memorie dei fratelli. Spesso e volentieri il discorso cadeva sui fatti che, solo qualche anno prima, riguardavano quei giorni quando la guerra, la fame, i bombardamenti, avevano fatto irruzione drammaticamente nelle loro vite. Papà, a cui non mancava lo spirito e anche un senso autoironico che credo di aver ereditato, si vantava della velocità da olimpionico che riusciva a raggiungere quando le sirene annunciavano l’arrivo degli stormi di Fortezze Volanti B-17 o dei Liberators, che venivano puntualmente a bombardare la città. Raccontava che quando doveva raggiungere il ricovero più vicino, era sempre il primo a scattare e, battendo tutti sul tempo, il primo ad arrivare.  Questo suo presunto merito suscitava le risate e lo sfottò degli altri fratelli che la guerra l’avevano vissuta realmente.  Ascoltavo affascinato questi racconti per me lontanissimi nel tempo, ma che per loro erano ancora vivi e presenti come fossero accaduti solo qualche giorno prima. Quelli che più mi appassionavano erano narrati da zio Lorenzo, quando a fine pranzo si lasciava andare ai ricordi. Innanzi tutto, quando parlava lui tutti tacevano, grandi e piccoli. Parlava lentamente, senza fretta, riuscendo a creare un clima di continua aspettativa. Alternava boccate della immancabile sigaretta a sorsi del suo rituale cognac di fine pranzo, parlandoci dell’India, di quella terra così lontana ed esotica dove aveva vissuto per quasi sei anni, “ospite” in un campo di prigionia inglese. Ci descriveva sapori di frutti e pietanze sconosciute e spezie che erano diventate una presenza anche nella nostra cucina: tutte espressioni concrete della natura rigogliosa, della mitezza e spiritualità di quel popolo antico.

Lo zio era stato imbarcato su un trasporto della Regia Marina, alla fine del 1940; il convoglio, al largo delle coste orientali africane, si era imbattuto in una squadra di cacciatorpediniere inglesi. Con qualche salva ben assestata, il nemico aveva avuto la meglio affondando diverse unità italiane. La nave su cui era imbarcato lo zio fu una di quelle che si inabissarono per sempre nelle profondità dell’oceano indiano. Mentre ci raccontava il caos di quei momenti, la paura, la vista dei suoi compagni morti, la nave che inesorabilmente sprofondava trascinando con sé uomini e cose, i suoi occhi si velavano di un’ombra di tristezza e nostalgia. Era stato uno dei pochi a salvarsi e gli inglesi lo avevano tirato su una loro scialuppa, portandolo, insieme con altri naufraghi, su una delle loro navi. I suoi occhi allora si ravvivavano di nuova luce quando iniziava a descrivere in suo arrivo a bordo dell’unità della Royal Navy. Le prime cure – lui fortunatamente era rimasto quasi del tutto illeso –, poi la distribuzione di indumenti nuovi e puliti, la successiva tappa alla mensa dove avevano ricevuto in abbondanza, cosa che sottolineava con enfasi, generose porzioni di quel loro  pane bianco, con burro e marmellata, le caraffe di tè bollente, gallette e ogni sorta di cibarie. Qualche pacchetto delle forti Sobraine nella loro scatola di latta, saponette, spazzolino e dentifricio. Qui si soffermava e ci descriveva con tutti i particolari il ritrovato piacere, dopo mesi, di potersi finalmente lavare i denti! 

Il convoglio approdò a Colombo, capitale di Ceylon, e i marinai italiani superstiti furono riuniti in un centro di raccolta nell’attesa di essere trasferiti nei vari campi di prigionia dell’India. 

Esistevano, specificava lo zio, due tipologie di campi; quelli nei quali venivano confinati i fedeli al regime di Mussolini in cui vigeva una disciplina più dura, e gli altri, nei quali invece erano destinati i militari di leva, non politicizzati, richiamati per il conflitto, in cui le condizioni di vita erano decisamente più accettabili e tollerabili. Lo zio fu destinato ad uno di questi ultimi.

Prima del suo richiamo in marina, la sua esperienza lavorativa lo aveva visto impegnato nel laboratorio di una pasticceria messinese: questa sua pregressa esperienza gli fu utilissima perché gli fece ottenere un incarico nella mensa ufficiali del campo. Quando si dice “prendere qualcuno per la gola”! Lui ci riuscì alla grande, guadagnandosi le simpatie ed il rispetto degli antichi nemici. 

Dopo la fine del conflitto, nell’agosto del ’45, gli inglesi, chiusi i campi e rimpatriati molti ex prigionieri, gli affidarono un nuovo incarico fino al ’46, quando anche lui fu rimpatriato. Fornito di una divisa inglese e ormai padrone della lingua, aveva il compito di accompagnare in treno, dagli ospedali ai centri riabilitativi, i militari del Commonwealth convalescenti. Fu durante una di queste trasferte che gli accadde qualcosa di veramente insolito e che amava raccontare sempre con piacere e con nuovi particolari. 

Quella volta trovò nello stesso scompartimento un militare inglese di chiare origini indiane. Le armate inglesi avevano attinto al potenziale umano di tutti i paesi del loro vasto impero. Indiani, Pakistani, Australiani, Neo Zelandesi e Canadesi, avevano integrato il malconcio esercito inglese sopravvissuto all’assalto tedesco in Europa e a quello Nipponico nel Pacifico. 

I tratti somatici indo-europei dello zio erano tendenti più verso la parte Indo, piuttosto che verso quella europea; la carnagione scura cotta dal sole, i capelli corvini, i baffetti curati lo rendevano più simile ad un autoctono anziché ad un europeo e quindi fu naturale che il suo compagno di viaggio, per rompere il ghiaccio, gli si rivolgesse con il suo idioma Hindi, incomprensibile allo zio. La sua risposta in un inglese che esprimeva accenti e cadenze straniere, suscitò la curiosità del suo interlocutore: “Where are you from?”, gli chiese per prima cosa l’indiano. “From Italy”, rispose lo zio. “I’ve been in Italy in 1943 fighting in the 8° Army. What is your city?”. Quando lo zio pronunciò la parola Messina, il tipo fece quasi un salto sul sedile, si portò le mani alla faccia e ridendo gli rispose: “This is truly amazing! my wife, whom I married in 43, was born and lived in Messina! I met her when we conquered the city, I fell in love with her right away and married her after a few weeks. Now she lives here and we have two beautiful children” e concluse il racconto abbracciandolo, chiamandolo “Paisanou” e facendosi promettere di venire a trovarlo a Bangalore, dove viveva.

Questa storia mi ha sempre affascinato e la porto da allora nella mia memoria, insieme a quella dello zio che ormai non c’è più ma che mi ha lasciato, oltre alla passione per la cucina, valori, princìpi, canoni di lealtà e onestà che ho sempre cercato di rispettare: il mio cosmopolitismo e il mio giudizio negativo su ogni forma di nazionalismo nascono, forse, da qui. 

Furono tantissime le donne, siciliane, italiane ed europee che si crearono una nuova vita nelle nazioni dei vincitori; un fenomeno diffuso che coinvolse una gran parte della generazione femminile dell’epoca; spesso vedove, o donne sole rimaste senza alcun parente o sprofondate nella miseria più nera, convolarono a nozze con soldati stranieri. 

Fu opportunismo? 

Fu il fascino di quei giovani e aitanti vincitori? 

Fu la speranza di dimenticare le atrocità della guerra con una nuova esistenza?

*Giuseppe Donato, scrittore

Giuseppe Donato