Giampaolo Mastropasqua

Giampaolo Mastropasqua

Poeta, Psichiatra, Maestro di Musica, clarinettista

Mediterranea
Quando eravamo dèi e camminavamo con gli alberi
e le vesti erano anime e animali vivi
e ancora festeggiavamo i compleanni delle nuvole
e all’ora danzavamo sulle acque come anemoni
e chiamavamo Israele la neve del deserto
e l’arcangelo bambino affacciato sull’abisso
e le sorgenti cantavano dai mari alla fonte
e le foglie erano velieri e lingue all’unisono
e i rami ponti trascendenti della luce
e l’impossibile mostro era libero di amare
e ogni passo un sapore e un nome pedante
e le caverne erano occhi appena aperti sull’ignoto
e le pietre dialogavano nel concentrico giorno
ora che passeggiamo senza gambe strisciando
tra la folla calpestata dal silenzio assassino
e le feste nucleari ci attendono al varco
e sogniamo a brandelli tra i respiri delle bombe
e chiamiamo vita eroica l’abbraccio del piombo
e le pietre sono masse che lapidano al pascolo
e le foglie e gli alberi hanno finito la primavera
e il mare dalla lingua di petrolio più non parla
e le lucciole sono nere e il gabbiano viene corvo
e il becco una lamalenta che vibra che penetra
e logora la fauna che affolla in cadaveri pensieri
e l’impossibile mostro è già in gabbia da tempo
e i pugni si combattono nell’aria sanguinaria
e le cave hanno il profumo delle fosse comuni
e ogni passo è una palude da cui uscire vivi
procediamo non siamo nessuno sa perché dormiamo.

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Il lavoro rende liberi
Ci raccolsero casa per casa fino
alle rotaie, promettendoci il lavoro,
la terra biblica, l’estrazione dal ghetto
del vuoto occidentale, invocando
la fioritura di una preghiera, il sogno
che cammina dalla genesi. E li seguimmo
come si fa coi millenni, chiudemmo Abramo
in una valigia, viaggiando col treno dei santi
come anime marchiate per la macelleria
del tempo, tutti sorridenti nel vagone
dei famosi, scortati dagli idioti della casa
delle libertà, pronti per il ministero
della pubblicità: i visionari, i visigoti, i visi
pallidi, le donne copertina, i bambini
gemebondi, i docili disabili e i malati
di nostalgia, furono i primi esseri liberi:
lasciarono vesti e valigie sul binario
dell’allegria, e respirarono l’aria ciclica
dei sassi azzurri, per distendersi beati
nei pascoli celesti. Gli operai rimasti
condannati alla quotidianità, invitati
al lavoro, ammirarono la grande scritta
in ferro battuto, la fiera banda in uniforme
che li accoglieva in fabbrica, numerandoli
al ritmo di grancassa, fu la rivoluzione
industriale infernale, uno spettacolo
immemorabile: l’accensione reattiva
del primo forno, il fumo familiare
che salutava dai camini, quell’odore
di pane buono, fraterno, invisibile.
Noi della squadra speciale, esemplari
di perfetta integrazione, multietnici
e assistenziali, nutriti e più robusti
dalla nascita, esperti dell’igiene finale
traghettavamo i lavoratori dalle docce
alla scampagnata abituale, tagliavamo
i loro capelli, ripulivamo con cura i denti
macchiati d’oro, li profumavamo ben bene
con il miglior sapone umano, li conciavamo
per le feste, per il grande accoppiamento
di primavera, l’antico e colorato carnevale
dell’utopia, che apre la stagione degli amori
nell’orgia benedetta dei crisantemi e dei cipressi
fu un solo ammasso monumentale, un unico
corpo, tutt’uno con la terra, con due tonnellate
di capelli, pronto per le bambole e le parrucchiere
dell’Europa; accumulammo i loro risparmi,
riempimmo trenta baracche fino al cielo,
un boom economico senza eguali, il Canada
Due. I più fortunati andarono in cassa
di disintegrazione, documentammo ogni falò
con fotografie di fortuna, anche quelli appiccati
in silenzio, tra il reparto dieci e undici
dove nessuno ascoltava, dove i muri
perdevano gli sguardi, dove tutti sapevano
i sassi, s’accumulavano in fila i presagi
dell’aria, il vento ha sempre testimoni.
E giunsero i russi russando rossi
scoperchiando la macchina a cielo aperto
innevati dalla consapevolezza sterminata
dei campi, timidi come parenti prossimi
che non scoprono il velo sul volto smunto
di un fratello, per timore della somiglianza.
(Auschwitz- Birkenau)

*Claudia Piccinno, poetessa, docente

Claudia Piccinno

Claudia Piccinno