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Roma: la casa della bambina giuliana e dalmata

Storie di accoglienza dei primi esodati da Pola

Nel quartiere giuliano-dalmata a Roma, tra le strutture residenziali e quelle commerciali, si trova un edificio recentemente restaurato che reca all’esterno una curiosa scritta: “casa della bambina giuliana e dalmata”. Si aggiungono i due nomi di Marcella e Oscar Sinigaglia, sotto ai quali è collocato un bassorilievo con il leone Marciano e quattro formelle simboliche che rappresentano Trieste, Dalmazia, Istria, Fiume. Opera del 1953 dello scultore e docente Pietro De Laurentis (1920-1991), tale manufatto in travertino si spiega facendo riferimento a un’iscrizione presente sull’altro lato dell’edificio, dove è apposta una targa commemorativa, che reca la data del 1947, anno in cui vennero accolti nel quartiere i primi esodati da Pola e le prime “ospiti”. Infatti, i coniugi Sinigaglia affiancarono al lavoro nel settore industriale la pratica benefica a favore dei profughi giuliani anche perché Oscar, che era ingegnere civile presso la Scuola di applicazione di Roma, era stato un acceso sostenitore dell’italianità di Fiume per la quale si era impegnato in un’opera di raccolta di fondi presso banchieri e uomini d’affari; Marcella, invece, era la figlia del fondatore del quotidiano “il Piccolo” di Trieste, Teodoro Mayer. In quegli anni, del resto, la fuga dai territori posti lungo l’allora confine italo-jugoslavo stava assumendo caratteri importanti e, a causa della difficile situazione geopolitica, moltissimi italiani avevano iniziato – già sul finire della seconda guerra mondiale – a tornare in Italia per sfuggire all’ideologia e al potere di Tito. 

Bassorilievo con il leone Marciano e quattro formelle simboliche che rappresentano Trieste, Dalmazia, Istria, Fiume (ph. Valentina Motta)

Dal 1948 le giovani, che allora risiedevano nell’E42 (il villaggio creato per gli operai di quell’Esposizione Universale che avrebbe dovuto tenersi nel 1942 e che non si fece mai per via della guerra), furono poste sotto la Direzione Amministrativa di Suor Ambrosina Barzellato, nativa di Rovigno d’Istria, Madre Superiora dell’Ordine delle Figlie di San Giuseppe di Venezia, che giunse a Roma con un gruppo di suore del suo stesso ordine e rimase in carica fino al 1969. Le bambine erano educate ai valori della religione cristiana e si insegnava loro cultura istriana; inoltre, furono creati laboratori di taglio, cucito, maglieria e ricamo per consentire una formazione completa alle giovani. Anche le istitutrici, almeno all’inizio, erano di provenienza istriana (in seguito tale ruolo passerà alle ex alunne), cosicché si venne a creare un’”isola” a Roma di cultura “di frontiera”.

La casa vera e propria, invece, fu costruita fra il 1953 e 1955 poiché gli ambienti dell’E42 erano ridotti e si rivelarono inadeguati ad accogliere un numero di ospiti sempre maggiore; ad essa seguì la creazione di un convitto femminile, intitolato pure a Marcella e Oscar Sinigaglia. Infatti, quando le ex-bambine crebbero, si sentì la necessità di continuare a offrire protezione alle ragazze orfane, che nel frattempo avevano iniziato a frequentare le scuole superiori, l’Istituto magistrale o anche il Liceo classico. Perciò, in tempi da record (tra il 1956 e il 1957) venne creato un convitto, nel quale le ragazze beneficiavano delle cure di Licia Zucchieri, ex istitutrice della Casa. La posa della prima pietra avvenne il giorno 15 maggio 1956 alla presenza dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. 

Oltre a ciò, Marcella istituì il Madrinato Italico, composto da signore della buona società romana (mogli di uomini politici o di funzionari dello Stato) e, in seguito, anche di altre città italiane; esse, con grande generosità e altruismo, si impegnarono a versare una quota mensile per il buon funzionamento dei collegi dei figli dei profughi. Ogni madrina “adottava” una bambina, cosa che comportava inviti durante le festività o la domenica nonché, in generale, la cura della bambina stessa sia in occasione di Comunioni o Cresime sia in età adulta per i matrimoni o i battesimi dei figli. Spesso, poi, le signore romane riuscivano a ottenere fondi per l’acquisto di tessuti, vestiti o divise per le bambine in modo da non fare mai mancare loro nulla.

Fino al 1979, quando la casa e il convitto vennero chiusi a seguito della legge per la soppressione degli enti inutili, questi ambienti ospitarono bambine, ragazze, giovani donne e furono un punto di riferimento per il quartiere giuliano-dalmata che nel frattempo si era andato costituendo attorno con le sue Chiese, piazze e monumenti commemorativi.

*Valentina Motta, scrittrice