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Riscoprire il valore dei legami tra neurobiologia e consapevolezza.

Da “Il mondo con i tuoi occhi” a “Lascia che la felicità accada” per comprendere le difese emotive e il coraggio della responsabilità relazionale

Esistono ferite che non sanguinano, ma che riscrivono profondamente il modo in cui il nostro corpo abita il mondo e si relaziona con gli altri. 

Spesso ci chiediamo perché, in una società apparentemente così connessa, i rapporti umani siano diventati tanto fragili; perché alcune persone reagiscano con freddezza davanti a un gesto di cura o spariscano proprio quando un legame si fa più autentico. 

La risposta a questi interrogativi non va cercata solo nelle intenzioni dei singoli, ma nei complessi meccanismi che regolano la nostra mente e il nostro corpo. 

Recentemente mi sono dedicata alla lettura incrociata di due testi che considero fondamentali per decodificare queste dinamiche: Il mondo con i tuoi occhi e Lascia che la felicità accada

Non si è trattato di una semplice analisi accademica, ma di una rivelazione necessaria per comprendere l’incapacità di restare nei legami, una condizione che oggi sembra diventata una patologia silenziosa e socialmente accettata.

Uno dei concetti più illuminanti trattati è la formazione reattiva: un meccanismo di difesa che spinge le persone a mostrare un atteggiamento opposto a ciò che sentono davvero per proteggersi da vissuti interiori spaventosi. 

Spesso ci troviamo di fronte a manifestazioni esasperate di distacco o di sicurezza ostentata: persone che si dicono libere ma che sono, in realtà, schiave delle proprie paure. 

Chi “fa il fenomeno”, chi ostenta un distacco gelido o sceglie la via del silenzio, sta quasi sempre mascherando un vuoto o una fragilità che non ha il coraggio di nominare. 

Imparare a riconoscere queste manifestazioni esasperate ci permette di guardare oltre la superficie con un occhio più attento, smettendo di essere passivi spettatori o vittime dei comportamenti altrui.

In questo scenario, il rifiuto del gesto di cura — del regalo inteso come simbolo di attenzione — emerge come uno dei meccanismi di difesa più emblematici della moderna società del disimpegno. 

In psicologia relazionale, accettare un dono significa accettare di entrare in una transazione emotiva complessa: significa riconoscere l’altro e assumersi la responsabilità di un legame. 

Per chi vive nel timore del coinvolgimento, il dono viene percepito erroneamente come un debito che vincola. 

Rifiutare un gesto gentile diventa quindi un atto di controllo repressivo: serve a illudersi di non dovere nulla a nessuno, permettendosi il lusso di essere presenti a intermittenza o sparire senza provare il senso di colpa che deriverebbe dall’aver accolto la generosità altrui. È la scelta deliberata della solitudine come zona di comfort per evitare il rischio di essere visti nella propria interezza.

Tuttavia, questi libri ci insegnano che il cambiamento non può avvenire per sola volontà razionale, poiché questi vissuti sono iscritti nei nostri tessuti e nei nostri collegamenti neurochimici. 

Se il nostro organismo vive in uno stato di allerta costante per paura del giudizio o dell’abbandono, consumerà ogni risorsa per difendersi invece che per crescere. 

La vera guarigione consiste nel trovare entro sé stessi la propria fonte di sicurezza primaria, quella bussola interiore che ci permette di non cercare più affannosamente all’esterno qualcuno che ci dia valore o ci regoli emotivamente. Smettere di essere succubi del mondo relazionale significa proprio questo: capire che, sebbene non possiamo controllare i comportamenti altrui, siamo pienamente responsabili delle nostre risposte emotive.

Essere adulti consapevoli significa uscire dal ruolo di chi subisce le relazioni e rivendicare il proprio diritto all’intimità e alla vicinanza. Come suggeriscono le riflessioni contenute in questi testi, la cooperazione e il legame non devono più essere visti come un rischio da cui fuggire, ma come un diritto umano da onorare. 

Consiglio vivamente la lettura di questi due libri a chiunque desideri trasformare il proprio bisogno di contatto da fardello a risorsa, tornando a dire un “sì” corporeo e consapevole alla propria presenza.

Pertanto, in un mondo che teme la profondità, avere il coraggio di restare autentici, di donare e di ricevere con consapevolezza, resta l’unica vera forma di ribellione possibile.

*Sonia Liccardi, collaboratrice