Nostalgia paninara
Ritorno agli anni Ottanta
C’erano una volta i paninari. Non erano solo gruppi di giovani, nati negli anni Ottanta, così chiamati “perché assidui frequentatori delle paninoteche”, secondo la definizione data dal dizionario della lingua italiana Il Sabatini Coletti. Infatti, essi si fecero portatori di una cultura che ruotava attorno al mondo del fast food, ma che andava ben oltre questa novità di importazione americana, interessando in particolare la moda, ad oggi perfettamente riconoscibile e caratteristica del movimento in questione.

I paninari si ritrovavano sempre al solito posto, dapprima in piazzetta Liberty e poi in piazza San Babila a Milano, dando così origine al fenomeno delle “compagnie”, destinato a durare anche negli anni Novanta. Non era necessario occupare il tempo con qualche attività specifica perché era sufficiente ritrovarsi con il gruppo e parlare, come ha ricordato il paninaro milanese Ivan F. (in foto col suo motorino); solo il sabato pomeriggio la comitiva praticava lo “struscio” in centro e la domenica pomeriggio si recava in discoteca. Si trattava, in sostanza, di una forma di incontro e di aggregazione che comportava il riconoscimento, l’appartenenza, l’identificazione con altri ragazzi; ciò avveniva tramite l’uso di un lessico specifico e, come si diceva, mediante il vestiario, segno identitario primario in grado di contraddistinguere un soggetto: jeans Levi’s rigorosamente modello 501, piumino Moncler colorato anche smanicato per l’inverno, polo Lacoste per l’estate e ai piedi le immancabili Timberland nella versione con carro armato nei mesi freddi e senza para durante la stagione calda. E, ancora, giubbotti di jeans rigorosamente col pelo firmati anch’essi Levi’s o Schott, se di pelle, felpe coloratissime e ricamate Best Company, jeans El Charro o Americanino, calzini Burlington, maglie oversize erano pure indumenti che rientravano negli armadi dei paninari, mentre per le squinzie e le “sfitinzie”, termini con cui venivano chiamate le ragazze, non potevano mancare le borse Naj-Oleari, un marchio assai in voga al tempo che oltre a borse, pochette e astucci, produceva pure capi di abbigliamento e profumi. Anche in questo caso le fantasie colorate rallegravano la quotidianità delle giovani poiché il colore nero era bandito e riservato, semmai, solo agli occhiali Ray Ban, anch’essi immancabili nel guardaroba del perfetto paninaro.

In questa sottocultura metropolitana il “gallo” era un paninaro di successo, che si contraddistingueva dagli altri per l’abbigliamento costoso e di marca, nonché per una spiccata sicurezza sociale nelle relazioni, specie con l’altro sesso. Infatti, egli riscuoteva un certo successo con le ragazze e questo lo portava a primeggiare all’interno del gruppo, nel quale finiva per svolgere il ruolo di leader. Gli altri membri, invece, restavano relegati al rango di “panozzi”, termine con cui si individuava anche il panino in sé, cibo prediletto dalle compagnie. Ovviamente, esisteva pure la “panozza”, se si parlava di una paninara di sesso femminile.

Il punto di ritrovo per i paninari era quasi sempre la paninoteca come il bar “al Panino” e il Burghy a Milano (il McDonald’s non esisteva ancora!), ma non bisogna pensare che i ragazzi stessero solo dentro i locali perché generalmente si passava il tempo all’esterno, spesso in piedi, altre volte appoggiati o seduti sui motorini di chi ne possedeva uno, in quanto anche questo era un simbolo di quello status sociale agiato che si manifestò nei primi anni Ottanta in Italia durante il periodo di massimo benessere economico e sociale. Si chiacchierava del più e del meno, usando e ripetendo sempre gli stessi termini iconici come “libidine”, entrato nel gergo popolare grazie a una celebre frase di Jerry Calà nel film Bomber del 1982, nel quale l’attore e cabarettista durante un incontro di boxe recita tre parole divenute poi proverbiali: “libidine”, “doppia libidine”, “libidine coi fiocchi”. Non a caso, Jerry Calà è diventato ed è tuttora un simbolo dei “mitici” anni Ottanta, vagheggiati e ricordati sempre con grande piacere, ma anche con un poco di malinconia. Qualche anno dopo, nel 1986, la band britannica Pet Shop Boys, a seguito di una visita nel centro di Milano, decise di incidere il singolo “Paninaro”, il cui videoclip fu girato proprio nella città meneghina, permettendo così alla moda in questione di valicare i confini nazionali. Gli “attori” erano ragazzi “veri”, paninari che per quell’occasione non recitarono, dando così un valore documentaristico e storico al video del brano.
L’influenza del mondo dei paninari è fortissima ancora oggi. La moda degli influencer odierni ne è una riprova così come la sopravvivenza di marchi precedentemente citati, ancora molto usati. Inoltre, persistono nel linguaggio comune termini che trovano origine nel fenomeno degli anni Ottanta come “cannare” (sbagliare), “ciucciare” (rubare), “casino” (confusione). Ma anche la compagnia, come si diceva, nasce dalla sottocultura paninara; essa è “tutto, è la banda, il gruppo”, come si legge nel “Dizionario del paninaro” contenuto nel giornalino Paninaro; essa “prende il nome dal bar, dal fast food o dalla piazza nella quale si forma e si ritrova” e costituisce l’essenza del modo di vivere tipico degli anni Ottanta, fatto di colore, voglia di stare insieme e tanta, tanta libidine.
Si ringrazia il paninaro Ivan F. di Milano per le fotografie d’epoca.
*Valentina Motta, scrittrice