Nella musica le antiche radici del Vecchio Continente
EMAP, un progetto di archeomusica prova le comuni origini sonore dell’Europa
Arthur Schopenhauer ritiene la musica la vera lingua universale. A che cosa faccia appello in noi è difficile sapere; è certo però che tocca una zona così profonda che la sua nascita si perde nella notte dei tempi. L’esistenza del concetto di musica come forma artistica è sicuramente databile al periodo del Paleolitico Superiore (tra i 50.000 e i 12.000 anni fa). Gli archeologi hanno rinvenuto infatti alcuni manufatti interpretabili come antichissimi strumenti musicali in contesti databili a quest’epoca. Si tratta soprattutto di flauti ricavati da ossa animali, tuttavia, è plausibile, anche se non ci sono prove scientifiche, che sia gli strumenti a percussione più semplici, sia il canto vocale fossero utilizzati già nel periodo precedente. Il motivo per cui gli uomini primitivi abbiano sentito la necessità di produrre della musica è ancora sconosciuto. Secondo alcuni studiosi il cantare o il suonare sarebbero stati funzionali alle prove di corteggiamento e, quindi, riconducibili alla sfera sessuale, altri ritengono la musica un mezzo comunicativo simile al linguaggio, nato dall’esigenza di creare coesione nei gruppi umani, oppure per imitare i suoni della natura, o per realizzare un collegamento con il mondo soprannaturale.

L’Archeomusica, attraverso lo studio di manufatti antichi, iscrizioni, rappresentazioni artistiche e altre fonti storiche cerca di ricostruire le pratiche musicali del passato, quali strumenti venivano utilizzati, quale ruolo aveva la musica nella vita quotidiana e nelle cerimonie religiose delle antiche civiltà. Si tratta di ricerche multidisciplinari che utilizzano una grande varietà di competenze: archeologia, musica, artigianato, scienze come l’analisi acustica e tecnologie avanzate come la tomografia computerizzata e la modellazione 3D.
La prima ricerca sistematica sui suoni dalla Preistoria alle tradizioni contemporanee è partita nel 2017 con EMAP, l’European Music Archaeology Project, classificato al primo posto tra gli 80 progetti iscritti al più prestigioso concorso culturale dell’UE nel 2012, Strand 1.1 dell’Agenzia esecutiva per l’istruzione, gli audiovisivi e la cultura (EACEA). Il programma mirava a evidenziare le antiche radici culturali dell’Europa da una nuova prospettiva, quella musicale, proprio perché la musica è sempre stata percepita come un bisogno primario di ogni civiltà. Lo studio, durato cinque anni, dal 2013 al 2018, al quale hanno collaborato sette paesi e dieci istituzioni europee, mentre la sua sala di controllo “etrusca” ha avuto sede a Tarquinia, ha dimostrato che molto prima che il Vecchio Continente diventasse noto come Europa e prima che iniziasse una vera e propria “storia della musica”, gli strumenti musicali hanno svolto un ruolo fondamentale nella creazione di una rete di interconnessioni, di riferimenti incrociati e caratteristiche condivise tra le varie culture europee. In tutta Europa l’Homo sapiens, e forse anche il suo predecessore Neanderthal, hanno disseminato tracce musicali costituite da flauti ossei, rombi, conchiglie, e poi lire e altri cordofoni, che erano usati nelle zone centrali e settentrionali del continente europeo, nonostante fossero originari del bacino del Mediterraneo. I corni metallici, invece, hanno viaggiato dalla regione baltica e dalle isole britanniche, durante l’età del bronzo, verso il sud della Francia e l’Etruria.
Si è partiti da evidenze iconografiche e reperti archeologici, come il maestoso lituus trovato durante gli scavi di Tarquinia, uno strumento che gli Etruschi condividevano con i Romani e i Celti; o il carnyx, una tromba in bronzo di origine celtica dalla forma zoomorfa a campana, e poi doppie pipe (come l’aulos greco o le tibiae romane), flauti, flauti di Pan, litofoni, sonagli, sistri, gong, piatti, raschiatoi e molti altri strumenti a percussione. Si è proseguito con la ricostruzione artigianale o in 3D, di riproduzioni di alta qualità, capaci di restituire la voce originale degli strumenti, così da poterne apprezzare le sofisticate conoscenze e competenze necessarie per produrli e suonarli. Gli esperti hanno ricreato anche l’acustica degli ambienti originali in cui venivano suonati gli antichi strumenti: una grotta preistorica, un monumento megalitico come Stonehenge o un antico teatro.
Un’esplorazione affascinante che ha creato suggestioni e nuove conoscenze. La musica è un aspetto fondamentale dell’identità di un popolo e ci fornisce preziose informazioni sulle sue credenze, tradizioni e modo di vivere. La ricostruzione dei suoni che accompagnavano la vita quotidiana e i momenti importanti delle comunità del passato, le feste, le cerimonie religiose e politiche, forniscono nuovi modelli di comprensione delle culture antiche, ci restituiscono il sentire dei nostri progenitori e l’eredità che ci hanno tramandato. Gli esperti hanno riscontrato, infatti, la sopravvivenza e la resilienza delle sonorità originarie, ancora vive e presenti nella musica tradizionale dell’Europa e dei popoli del Mediterraneo. Un’eredità collettiva da preservare e da valorizzare per costruire il patrimonio del futuro. Non è da sottovalutare il lavoro di divulgazione portato avanti dal progetto, non solo attraverso pubblicazioni scientifiche e conferenze ma utilizzando una comunicazione esperienziale attuata attraverso spettacoli. laboratori, realtà aumentate, per migliorare il nostro rapporto con la storia, il legame indissolubile con ciò che siamo stati.
“Se volete conoscere un popolo, dovete ascoltare la sua musica” ha scritto Platone; se vogliamo essere più consapevoli di cosa ci rende stati uniti d’Europa, ascoltiamo con orecchio nuovo la colonna sonora delle emozioni e dei valori di quell’Umanesimo che ci ha forgiato.
*Fiorella Franchini, giornalista