VerbumPress

L’immaginazione ci riconcilia con la nostra umanità

Intervista a Daniele Pasquini sulla lotta tra il bene e il male nel romanzo Selvaggio Ovest

«A furia di fare affari con la realtà, è l’immaginazione il bene che viene meno» sostiene uno dei personaggi di Selvaggio Ovest di Daniele Pasquini (NN Editore, pp. 368 € 18,00) che, pur rivendicando di aver inventato una storia («Questo libro è un romanzo», dichiara nella sua nota finale), man mano che si va avanti nella narrazione ci si accorge che si tratta «allo stesso tempo di un romanzo d’avventura, un romanzo corale, un arazzo dove le piccole vite spiccano vivide e indimenticabili sul grande intreccio della Storia». Scrittore e addetto stampa toscano, Pasquini reinventa il polveroso e selvaggio genere western e trasporta il West americano in terra toscana, trasformando i cowboy delle praterie nei butteri della Maremma di fine Ottocento, adattandoli alla realtà italiana «grazie a una documentazione impeccabile e a un’immaginazione di straordinaria forza espressiva», come ravvisa Serena Daniele, editor di NN Editore che ha pubblicato il volume.

«Fino alla fine, c’era sempre qualche bivacco lontano da cui saliva il fumo di un fuoco, e uomini e donne e bambini accampati, abbracciati sotto un tetto o in una tenda o sotto la luna, dove poche parole si moltiplicavano in storie: e alcune erano vere, e tutte le altre pure». 

Un’avventura corale, dunque, che si ispira a Lonesome Dove di Larry McMurtry e al mito fondativo americano e che richiama alla mente i libri di Cormac McCarthy, le pellicole del grande regista e produttore cinematografico statunitense John Ford, i film di Sergio Leone – pioniere del genere spaghetti western – e le musiche, le indimenticabili colonne sonore di Ennio Morricone.

«La Maremma era un’unica terra disperata che dal meridione di Livorno sprofondava tra distese di sterpi e acquitrini e macchia lungo tutta la costa della Toscana, e proseguiva nel Lazio, fin quasi alle porte di Roma». Siamo nel mondo dei butteri, i mandriani a cavallo che badano al bestiame e si guardano dai briganti che infestano la zona; l’Italia è da poco un unico Stato, ma nelle campagne non è cambiato nulla o quasi.

Protagonista del romanzo è un buttero abile ma taciturno, Giuseppe, detto Penna, che con la moglie Leda adotta Donato, figlio di vicini uccisi dalla malaria. Da ragazzo Donato, che non sa la verità sulla sua origine, è molto legato a Giuseppe e cerca di emularlo ma soffre per l’incapacità del padre di esprimergli il suo affetto e la sua approvazione. Le loro strade si incrociano con quelle del bandito Occhionero, uno dei fuorilegge più spietati, che cerca di rubare un cavallo (un furto che è un evento quotidiano in Maremma): Giuseppe lo cattura e lo lascia a Orsolini, un carabiniere felicissimo di potersi intestare l’impresa ma inadatto a contrastare i piani di fuga dell’astuto malvivente («Occhionero aveva capito che la verità è meno interessante di quello che vorremmo, e che fuggire dalla realtà è l’unico modo per rendere accettabile una storia. L’immaginazione rende più tollerabile la vita, chi vuol sapere cosa c’è dietro resta sempre deluso»). C’è poi la giovane Gilda, figlia di un carbonaio poverissimo che la costringe a prostituirsi con Occhionero, la quale, scampata alla brutalità degli uomini, medita vendetta contro i complici del brigante, colpevoli di averle usato violenza. Quando Occhionero prepara la fuga dalla caserma, presidiata dal vanesio Orsolini, arriva in Italia William Cody, più noto come Buffalo Bill, che insieme a pistoleri e capi indiani gira il mondo in cerca di guadagni e di fama: porta il suo spettacolo itinerante Wild West Show fino a Firenze e si macchia, attraverso il suo collaboratore Alce Nero, di un furto di cavalli, innescando una catena di episodi che, intrecciando le vite e i destini dei protagonisti che pur vivono in mondi lontani, condurrà a un finale all’ultimo respiro.

Vincitore del Premio Selezione Bancarella 2024, Selvaggio Ovest si rivela un’epopea di un popolo umile e negletto, eppur capace di fronteggiare ogni avversità, rendendo universale una storia locale, riscritta attualizzando un genere che, lungi dal tramontare, affascina irrimediabilmente con i suoi cavalli, domatori, pistoleri, capi indiani, banditi, carovane, mandrie di vacche, fiere di bestiame, inseguimenti, sparatorie… una narrazione incalzante, insomma, ricca di descrizioni della natura, di approfondimento dei personaggi, di suggestioni letterarie, di riflessioni poetiche, di dialoghi vivi, del sapiente uso della lingua. Sulla fascetta Gian Marco Griffi annota: «La lingua di Daniele Pasquini è epica, ruvida e potente. Crea un mondo in cui immergersi completamente». 

Chiediamo all’autore se e quanto si riconosce nelle parole dello scrittore di Ferrovie del Messico.

Difficilmente potrei esprimermi con oggettività su “potente”, ma su “ruvida” senz’altro mi riconosco, ho cercato di utilizzare una lingua che fosse materica e terrigna, una lingua che descrivesse vite dure e si intonasse alla povertà e al lavoro; su “epica” posso dire che era una mia sfida: il far west americano è il mito su cui si sono fondati gli Stati Uniti, l’idea di poter sperimentare le meccaniche del genere in una terra assolutamente anti-epica come la Maremma era uno dei miei obiettivi.

Assistiamo a storie di sangue e di vendetta e, mentre si dipana il racconto, capita di vedere banditi che rifuggono la legge per inseguire la loro personale giustizia e, talvolta, di chiedersi se stare dalla parte dei buoni o dei cattivi… Scrivi: «Rocchini, sei dalla parte della legge, è diverso. Solo gli stupidi e i codardi pensano che la giustizia e la legge siano la stessa cosa», perché?

Uno dei temi cardini del western, classicamente, è la lotta tra il bene e il male in terra senza legge. Il brigantaggio era ancora diffuso nella Maremma di fine Ottocento, lo Stato si stava affermando ma il territorio non era presidiato: questo scenario storico, unito al richiamo del genere, mi consentiva di riflettere sul fatto che legge e giustizia non sono sinonimi. Una legge può essere ingiusta, ed essere nel giusto può essere illegale. Per fare alcuni esempi: chi salvava gli ebrei dalle persecuzioni naziste violava la legge; lo stesso valeva per gli obiettori di coscienza che si rifiutavano di sparare…

Sono certa che il lettore si lascerà conquistare da queste pagine e dalle tue atmosfere epiche ed evocative, ma mi sembra che a volte impari più lezioni da chi non potrebbe darne. È così?

Occhionero è un criminale, ma è l’unico personaggio che in virtù del proprio ruolo sociale sembra in grado di riflettere sul bene e sul male. Giuseppe, pur preferendo agire che usare le parole, è un uomo che ha una precisa idea della realtà: antica, ma non per questo poco interessante. Leda mormora la propria preghiera, può apparire una figura passiva, ma è una donna che accoglie, che sceglie, che decide. In generale, confrontarsi con un’epoca storica distante dalla mia, e con personaggi così diversi da me, mi ha consentito di apprendere molto di più rispetto a quanto avvenga con romanzi di ambientazione contemporanea.

Cos’è che rende così interessante e coinvolgente un romanzo che mescola realtà e finzione, fatti realmente accaduti e immaginazione, articoli di giornale e leggende fantasiose?

L’immaginazione è un bene prezioso e salvifico, è ciò che come esseri umani ci distingue dagli altri animali. Vediamo nella nostra mente cose che non esistono, impastiamo i sogni con la realtà, mistifichiamo ricordi ed eventi. Non è una bizzarria da scrittori. Lo facciamo tutti, dalla mattina alla sera. Quando prendiamo coscienza che la nostra vita è fatta di storie – vissute, lette, raccontate, condivise – e ci arrendiamo consapevolmente a questa grande sbornia narrativa, ci riconciliamo con la nostra umanità.

È in arrivo per l’anno prossimo un nuovo titolo, La fine della frontiera, vuoi darci qualche anticipazione?

In questi tempi di guerra, nazionalismi e ritorno alle armi, ho incontrato alcune storie del recente passato che mi consentivano di confrontarmi con questi temi. Ho perciò scritto un romanzo in cui si intrecciano eventi storici (dalle bombe del Risorgimento all’emigrazione italiana, passando per la violenza dei giovani Stati Uniti che si espandevano a Ovest massacrando gli indiani) con piccole storie umane, vicende ordinarie che si stagliano incredibilmente sui destini rovinosi della Storia. Tutti quanti siamo ossessionati dalle vittorie – dal raggiungimento di obiettivi, dalle performance lavorative, economiche, sportive – eppure ogni vittoria presuppone la sconfitta di qualcun altro. La fine della frontiera vuole, in parte, riflettere su questo. 

*Mary Attento, giornalista ed editor