Le anime morte: il mio ricordo di un’estate di lettura e il lascito di Gogol’
Ci sono letture che nascono da un obbligo scolastico, ma finiscono per lasciare una traccia che va ben oltre la verifica di settembre. Per me Le anime morte di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ è stato proprio questo: un compito estivo dopo il quarto ginnasio che, inizialmente, affrontai con un certo timore, ma che si trasformò in un incontro significativo.

Ricordo bene quell’estate: i pomeriggi lenti, il libro dalle pagine fitte, i nomi russi difficili da ricordare. Eppure, dietro le situazioni grottesche e spesso esilaranti, iniziavo a intravedere qualcosa di più profondo. La storia di Čičikov, che compra “anime morte” per arricchirsi, mi apparve a poco a poco come una parabola universale sull’avidità, sull’assurdità della burocrazia e sull’incapacità dell’uomo di dare valore alla vita spirituale.
Per comprendere appieno questo romanzo, è utile guardare anche alla figura del suo autore. Gogol’ (1809-1852), nato in Ucraina ma cresciuto e affermatosi a San Pietroburgo, è una delle voci più originali della letteratura russa. Dotato di un talento straordinario per il grottesco e la satira, sapeva mescolare il comico e il tragico, trasformando il quotidiano in una scena surreale che svela verità universali.
La sua vita fu però segnata da profonde contraddizioni: da un lato l’ironia pungente e la capacità di ridere dei difetti umani, dall’altro un tormento interiore che lo spinse a una religiosità estrema. Proprio per questo Le anime morte, concepito inizialmente come una sorta di “Commedia dantesca russa” in più volumi, rimase incompiuto. Gogol’ arrivò perfino a bruciarne parte del manoscritto poco prima di morire, segno della sua inquietudine spirituale e del conflitto tra arte e fede che lo lacerava.

Les Ames mortes, Teriade Paris, 1948 di Chagall
Il titolo stesso, Le anime morte, porta con sé un duplice significato. Da un lato c’è quello letterale: i contadini defunti che, nei registri burocratici, continuano a essere conteggiati come “anime” tassabili. Dall’altro, il senso simbolico e più profondo: la morte dell’anima interiore, la perdita di vitalità spirituale in una società dominata dall’interesse materiale, dall’ipocrisia e dal vuoto morale.
Čičikov, con la sua astuzia mediocre e la sua sete di guadagno, non è solo un personaggio comico: è lo specchio di un mondo in cui l’anima, intesa come coscienza e autenticità, sembra svuotata. E forse proprio qui risiede la grandezza del romanzo: ci costringe a interrogarci se anche noi, in certe scelte quotidiane, non rischiamo di diventare “anime morte”.
Ripensando oggi a quella lettura estiva, capisco che Gogol’ mi aveva offerto, senza che io me ne rendessi conto subito, una lezione sul senso della letteratura: i grandi libri non ci lasciano mai uguali a come eravamo prima. Le anime morte non è stato solo un compito, ma un incontro che mi ha insegnato che leggere significa dialogare con l’animo umano, con le sue miserie e le sue grandezze.
Forse è per questo che quel ricordo è ancora vivo: Gogol’, con la sua penna ironica e tormentata, mi ha mostrato che il vero pericolo non è la morte fisica, ma quella dell’anima che smette di cercare, di sperare e di crescere.
Anime spente (di Regina Resta)
Camminava l’uomo, con la borsa vuota
a cercar nomi che già non respiravano
monete d’ombra
merce di silenzio.
Eppure nei registri vivevano ancora
quelle vite sepolte
come se l’anima potesse
essere venduta a peso d’oro.
Ma io, giovane lettrice,
tra le pagine ho visto me stessa
quante volte si rischia
di camminare vivi
con il cuore spento?
Non sono i morti a spaventare
ma i vivi che rinunciano
a farsi luce
a dare un senso
a cercare un’alba interiore.
Così Gogol’ mi parlò
tra ironia e malinconia
e mi lasciò una domanda
che ancora non tace:
non temere la morte del corpo
ma quella dell’anima
che dimentica di essere viva.
*Regina Resta, presidente Verbumlandiart