L’”arte dello sguardo” poetico di Ilaria Maria D’Urbano

La sua “quiete rosa delle piccole cose” che guarda il paradiso lascia incantati, con i i versi carichi di vitale lirismo. Versi, quelli di Ilaria Maria d’Urbano-letterata abruzzese ma fiorentina d’adozione pluripremiata (premi “Quasimodo”, Merini”, “Camilleri”), ma anche attrice (“Dante” di Avati), perfomer, sceneggiatrice capace di contaminazioni illuminanti- che troviamo, intrecciati a prose originali, inseriti nella vibrante silloge “Mani di prugna” edita da Aragno. Un turbinare lento di autentiche, potenti metafore che timbrano pagine dense, tra visioni tra natura e sensazioni profonde che scavano l’anima e il corpo, tra vita e morte, nel “sisma del dolore” che si imbeve di interrogativi, di scottanti dialoghi familiari, di “nuove impronte”, di “profili e respiri”, di “brevi conversazioni con Dio”, di ricerca di Bellezza, nella “gioia insopprimibile del Natale”: esempio di quella poesia “verticale” come la definiva la Spaziani. Un libro-breviario che ci guida nell”’arte dello sguardo” poetico, seguendo la “soglia della notte”, Il “sudore muto”, il “corpo d’agosto”, “il tempo della carezza”, la “densità delle forme”, la maternità ferita, il tempo sospeso che “spreme la luna”. “Disegno cattedrali in cieli marini unendo col dito le stelle”, scrive la “poeta”, devota di S. Caterina da Siena, voce dell’arte dell’evocazione profonda.
*Sergio Di Giacomo, giornalista