L’A.I. è una forma di arte?
La figura di San Francesco descritta dall’Intelligenza Artificiale
Mi sono occupato di Intelligenza Artificiale fin dalle sue origini. Dal ’95 al ’99 si utilizzavano i linguaggi cosiddetti proprietari, principalmente KT e ESE Ibm, che si basavano sulla programmazione logica; un tipo di approccio diverso da quello tradizionale o a oggetti, ma soprattutto complesso perché prettamente scientifico/matematico. Questo problema, aggiunto alla scarsa potenza elaborativa dei calcolatori di allora, forniva dei risultati abbastanza deludenti.

In quegli anni lavoravo in una multinazionale americana quale direttore della consulenza e della formazione negli stati europei della fascia mediterranea: Spagna, Turchia, Israele, Italia…, e avevo un team di soli tre collaboratori italiani impegnati in questo campo perché molto difficile e selettivo; solo i “genietti dell’informatica” riuscivano a cavarne qualcosa. Era una specie di “nicchia” e, come tale, a fine anni ’90 lasciammo questo campo con molta delusione e scetticismo, in pratica “scornacchiati”; un termine napoletano ma universale e chiaro.
Da allora ho seguito l’A.I. con una certa diffidenza anche perché nacquero parecchi programmi che si appellavano come tali, ma erano dei semplici accumulatori di informazioni da Internet, però sono rimasto in contatto con il M.I.T., Massachusetts Institute of Technology, in cui lavora Mauro Martino, ricercatore nell’A.I., designer e mio ex collega.
Nel settembre di quattro anni fa lo incontrai al Meet, Centro internazionale per l’Arte e la Cultura Digitale di Milano, e mi fece vedere una sua creazione: la video installazione immersiva realizzata mediante tecniche avanzate di deep learning, un sottoinsieme dell’A.I., e di visual design. Fu una meravigliosa esperienza; sulle pareti di una stanza una serie infinita di forme di svariate geometrie e colori si inseguivano, sparivano e si riattizzavano. Una visione difficilissima, anzi, impossibile da spiegare ma molto coinvolgente. Mi fece vedere che la sorgente erano poche istruzioni di un programma di A.I. ovviamente coperte da Copyright.
Da quell’evento, e finalmente, potei dare una risposta alla domanda: “L’A.I. è una forma di arte?” E rispondo, con un deciso “Sì, può esserlo”. Ciò è supportato anche da spettacolari opere create da stampanti 3D alimentate da programmi di Intelligenza artificiale.
Il “Può esserlo” è motivato dal fatto che detesto le frequenti distorsioni di opere umane storiche, più delle volte quadri; le trovo di cattivo gusto. Quindi a una frequente altra domanda “È una forma di arte nelle mani di esperti informatici?”. Rispondo: “Sì, ma non possiamo mischiare opere storiche con le attuali originate con l’A.I.”.
Ovviamente queste considerazioni sono del tutto personali.
A fine del 2022 nacque ChatGPT; allora era uno dei tanti chat bot, cioè programmi di A.I. progettati per simulare una conversazione con l’essere umano. Ero scettico anche perché, come ho già scritto, esistevano parecchi programmi che si limitavano a raccogliere informazioni dall’immensa banca dati di Internet. In effetti lo provai con dei risultanti parecchio deludenti.
Lo ripresi circa due anni fa, dopo che lessi un articolo sul Corriere che fece scalpore perché riportava un compito di un alunno liceale fatto da ChatGPT; il tema verteva, se mi ricordo bene, sulla descrizione emotiva di una Canto dell’Inferno della Divina Commedia. Ne rimasi sorpreso e ancora di più quando posi al programma alcune domande simili; le risposte erano precise e dettagliate.
Sto scrivendo un secondo libro storico ambientato a Berlino Est, e precisamente nel periodo a cavallo del crollo del muro. Mancavano alcuni dettagli che in Internet non trovavo; in effetti è poca la documentazione di quegli anni a causa delle forti restrizioni imposte dalla Ddr sulla stampa e in generale sulle informazioni. Li chiesi a ChatGPT che mi diede delle risposte abbastanza dettagliate, ma quasi subito mi accorsi di un fatto: il programma tende a soddisfarti, o meglio, a “essere accondiscendente” con il rischio di fornirti dei dati erronei. Un esempio pratico: la ricostruzione di una cerimonia di giuramento a un’associazione giovanile di quei tempi riportava un errato elemento di base della divisa; può sembrare una sciocchezza, ma non per me poiché detesto scrivere refusi, anche nei dettagli.
Informai di questa “attitudine” alcuni miei amici patiti di A.I. e ci trovammo tutti d’accordo. Da allora, e anche per altri argomenti, quando utilizzo ChatGPT preferisco chiedere le fonti anziché l’informazione stessa.
Ricordando che nell’anno corrente ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco mi sono domandato: L’intelligenza artificiale come descriverebbe San Francesco? E ho chiesto a ChatGPT un racconto sul Santo; una richiesta “secca” e priva di dettagli, cioè se rivolto a bambini, adulti, breve, lungo…
Ne riporto il testo integrale perché poco superiore a un migliaio di battute.
Una mattina d’autunno, San Francesco camminava scalzo lungo un sentiero che attraversava i campi intorno ad Assisi. La nebbia era leggera e l’erba bagnata brillava come argento. Ogni passo era una preghiera silenziosa, ogni respiro un ringraziamento.
Giunto vicino a un piccolo bosco, Francesco udì un gran cinguettio. Decine di uccelli si erano radunati sui rami, agitati come se attendessero qualcosa. Francesco si fermò, sorrise e disse con dolcezza: “Fratelli uccelli, lodate anche voi il Signore che vi ha donato ali per volare e cibo senza fatica.”
Gli uccelli tacquero, come se ascoltassero davvero, poi uno dopo l’altro spiccarono il volo, girando in cerchio sopra di lui. Francesco alzò lo sguardo e sentì una gioia profonda, semplice e pura, come quella di un bambino. Poco più avanti incontrò un uomo povero, seduto sul ciglio della strada, con il volto stanco e le mani vuote. Francesco si sedette accanto a lui, divise il pane che aveva e lo ascoltò parlare del suo dolore. Non gli offrì grandi parole, ma presenza e attenzione. Quando si separarono, l’uomo aveva ancora poco, ma non era più solo.
Al calare del sole, Francesco rientrò verso il convento. Il cielo si colorò di rosso e oro, e lui sussurrò: “Laudato sii, mio Signore, per ogni creatura e per ogni incontro.”
E in quel giorno, come in tanti altri, Francesco non cambiò il mondo con la forza, ma con l’amore.
Ne sono rimasto molto sorpreso perché sinceramente mi aspettavo un testo freddo o una specie di biografia ricca di informazioni sulla sua vita; al contrario è un racconto molto piacevole, dolce, con uno stile semplice e adatto anche agli adolescenti.
Le frasi “La nebbia era leggera e l’erba bagnata brillava come argento”, “Francesco si sedette accanto a lui, divise il pane che aveva e lo ascoltò parlare del suo dolore”, “Non gli offrì grandi parole, ma presenza e attenzione” rispecchiano in pieno l’animo caritatevole del Santo e il suo grande amore per la natura, oltre che per gli uomini. Sembra di ascoltare il “Cantico delle creature” in forma narrativa.
Inoltre non ho trovato refusi, ripetizioni di parole o grossi errori di punteggiatura.
A questo punto, e molto incuriosito, ho chiesto al programma anche una poesia, che riporto perché anch’essa breve.
San Francesco cammina piano,
sulla terra nuda e vera,
chiama il sole fratello vivo,
sorella l’umile sera.
Parla al vento, parla al lupo,
alla pioggia che scende lieve,
nel suo cuore non c’è possesso,
solo pace che non si beve.
Ha mani vuote, occhi pieni
di un amore senza confini,
vede Dio nel canto semplice
degli uccelli mattutini.
Povertà è la sua ricchezza,
gioia pura il suo sentiero,
nel silenzio della preghiera
nasce un mondo più sincero.
E ancora oggi la sua voce
tra le foglie sembra dire:
“Chi ama tutto ciò che vive
ha già imparato a ben morire.”
Mi dichiaro totalmente incompetente di composizioni poetiche e quindi ho chiesto un’opinione a una mia carissima amica, Annamaria Vezio, poetessa, organizzatrice e presidente di concorsi letterari. Il suo responso è stato molto positivo; in sintesi “Una rappresentazione estatica della figura di San Francesco in quartine a rima alternata”, e come nel racconto, “Un forte richiamo alla bellezza del Cantico delle creature”.
Anche in questo caso sono rimasto sorpreso perché mi aspettavo un testo scritto prima in inglese e poi tradotto in italiano, ma lo schema metrico delle quartine a rima alternata mi ha “smentito”. Tra l’altro mi sono ricordato di un avvenimento accaduto all’inizio di due anni fa: una giovane scrittrice giapponese aveva vinto il più prestigioso premio letterario in Giappone dichiarando apertamente che aveva utilizzato ChatGPT e che il suo contributo era stato del cinque per cento dell’intero testo. L’obiettivo era rendere più realistico un aspetto dell’opera, cioè il rapporto tra l’Intelligenza Artificiale e l’essere umano. La giuria del premio aveva ritenuto il lavoro valido, divertente e interessante.
Ovviamente ciò ha alimentato vari dibattiti; d’altronde l’era dell’A.I. è iniziata da poco e, come ogni altra rivoluzione tecnologica, porta con sé interrogativi e dubbi. Poniamoci quindi una domanda molto pratica: “ChatGPT è in grado di scrivere un libro?”
Ho guardato su internet e sembra proprio di sì. Giacomo Bruno, un editore noto per aver portato gli ebook in Italia, ha dichiarato di aver scritto un libro di quasi duecento pagine in sole otto ore grazie a ChatGPT. Inoltre ho trovato dei tutorial su come scrivere romanzi con questo strumento. D’altronde siamo pragmatici: il racconto e la poesia sulla figura di San Francesco sono dei reali esempi di come ChatGPT sia ormai in grado di elaborare testi acquisendo il “pensiero umano creativo”, un’attitudine che nessuno avrebbe mai ritenuto appannaggio della tecnologia.
A questo punto è doveroso giungere a delle conclusioni.
Personalmente ritengo molto deprimente scrivere un racconto o addirittura un libro, o anche una parte di essa con ChatGPT; mi sembrerebbe un meschino inganno nei confronti dei lettori e un soffocamento della propria creatività. La parte più bella della scrittura è creare, sviluppare, evolvere e anche mutare persone, situazioni, trame, ambienti… e affidare tutto questo a un’App tecnologica è molto deprimente. Posso chiedere delle informazioni, come ho fatto per alcuni miei romanzi storici, ma rimane il dubbio di beccare stupidi errori e allora continuo ad affidarmi a saggi, documentazioni, interviste… e anche alla fortuna di conoscere una coppia di tedeschi che ha vissuto in prima persona la drammaticità di quegli anni.
Tornando alla figura di San Francesco, ChatGPT ha creato un bel racconto; occorre solo chiedergli di scriverne uno più lungo e otteniamo un testo perfetto, forse solo da migliorare in alcuni punti. Allora scatta spontanea un’altra domanda: “Come faccio a capire se un racconto è scritto da un umano o dall’A.I.?”
Non ho dubbi sulla mia risposta: “È impossibile!”. E la mia determinazione è supportata anche dal fatto che il Test di Turing, cioè la capacità di un attento osservatore di distinguere con dialoghi approfonditi un interlocutore umano da quello artificiale, è stato superato nel lontano, tecnologicamente parlando, giugno 2014, a Londra.
“E allora che fare?”. Ho un’unica risposta: “Affidarsi all’onestà intellettuale dell’autore”.
*Enrico Casartelli, giornalista