La cultura come canale fondamentale della diplomazia nel processo della globalizzazione
Oggi la cultura deve diventare un canale fondamentale di diplomazia in un contesto internazionale che si fa più complesso per la crescente mutua dipendenza economica e politica tra paesi e dove la necessità di trovar soluzione ad atavici contrasti ideologici e di stimolare la tolleranza e la cooperazione si rivelano impegni prioritari dei governi nazionali. Lo sviluppo ed il progresso dell’intera umanità dipendono dal rispetto di tutte le culture.
La nuova sfida per la diplomazia culturale oggi sarà quella di nuovi spazi di collaborazione e di dialogo in aree geografiche delicate.

La persuasione del valore classico della cultura antica è alla base delle varie forme di «umanesimo» che si sono susseguite nella storia della cultura occidentale. La più nota ed importante tra queste è indubbiamente l›umanesimo rinascimentale, il quale ha inaugurato la denominazione stessa di umanesimo non soltanto perché ha ripristinato, dopo i secoli della cultura medioevale dominati dalla teologia, cioè dalla scientia divina, lo studio delle humanae litterae, vale a dire della letteratura concernente l’uomo e le sue attività praticato appunto dagli antichi Greci e Romani, ma anche perché ha ravvisato nella cultura antica la presenza di un’idea di uomo degna di essere riproposta all’attenzione della cultura moderna come ancora valida, cioè come un ideale, un paradigma. Lo studio storico e filologico dell’antichità, inaugurato dall’umanesimo rinascimentale, è giustificato proprio dall’idea che si ha dell’uomo. Così, quale sia l’idea di uomo che l’umanesimo è convinto di ritrovare nella cultura antica è presto detto, perché essa è la stessa idea di uomo che, grazie proprio alle varie forme di umanesimo, sta alla base dell’intera cultura occidentale.
In base ad essa l’uomo è un essere vivente caratterizzato rispetto a tutti gli altri dal possesso del logos, cioè dalla parola, dal linguaggio, da una forma di espressione che è capace di comunicare il pensiero e che perciò può diventare anche ragionamento, addirittura calcolo matematico.
La ricchezza semantica del termine greco “logos” è in gran parte perduta nella scissione operata dalla lingua latina, malgrado la conservata assonanza, tra ratio ed oratio. Il logos appartiene a tutti gli uomini, ma ognuno si comporta secondo una sua personale phronenis, una propria saggezza.
Gli umanisti parlavano del rapporto tra intelletto e volontà, e favorivano spesso la volontà. Parlavano dei doveri e dei vantaggi di varie forme di vita, e spesso facevano il paragone tra di esse. Ma ciò che è importante rilevare nei trattati dei vari umanisti, quali ad esempio il Petrarca, il Salutati, il Bruni, il Valla, l’Alberti, che dettero importanti contributi al pensiero morale, sono le loro tesi, che pur contrastanti con gli altri umanisti, hanno un ideale culturale comune che si basa sullo studio dei classici latini e greci; ideale che viene messo al centro degli studi e della scuola. Ancora oggi permangono differenti aree geografiche culturali nel Mediterraneo, ove miti e leggende si sono stratificati per millenni costituendo un patrimonio vasto da cui emergono, riconoscibili tuttora, i temi dei racconti biblici accanto alle tragiche vicende della tradizione greca.
Per questa diversità, in un difficile processo della globalizzazione, si avverte quasi la necessità di rispolverare la filosofia del logos dello Stoicismo perché il logos è presente in tutte le cose, dalle più grandi alle più piccole, dalle cose terrene sino alle stelle, e volendo fare la citazione di un frammento di Leucippo (fr.2) “Nessuna cosa avviene per caso ma tutto secondo logos e necessità”, è necessaria una rivalutazione e uno studio più accurato della cultura classica.
Inoltre, bisogna rifiutare l’idea che una lingua sia autonoma rispetto alle altre, ossia rifiutare l’illusione di un’identità assoluta propria a ciascuna lingua, anche se c’è una’identità.
Le penetrazioni linguistiche europee sono state continue nei diversi paesi dell’area mediterranea. L’assorbimento di altre lingue continua a farsi, non solo a partire dall’inglese commerciale, ma anche attraverso un lento impregnarsi delle culture, che serve a modificare la propria conoscenza del mondo. L’uso della lingua è duplice, serve a consolidare uno stato di fatto, un artificio chiamato civiltà, o a modificarlo, a scuoterlo e operarvi una rivoluzione. A che cosa serve, oggi, l’uso della lingua nel contesto della mondializzazione? Penso che le ultime crisi del nichilismo europeo potranno essere superate solo quando le varie popolazioni europee diventeranno modeste fra loro assimilandone il pensiero senza rubarlo per arricchirsi e senza strumentalizzarlo.
Con la fine della guerra fredda si sono trasformate pure le forme di dialogo tra i vari interlocutori e da una forma di bilateralità si è oggi passati alla multilateralità, dove irrinunciabile si rivelerà allora l’apertura verso le forme di diversità culturale. Il confronto tra culture dovrebbe sempre racchiudere un atteggiamento di serena e reciproca accettazione verso la diversità degli altri, ma anche la conservazione dei tratti tipici delle singole identità che rappresentano, allo stesso tempo, la peculiarità e la ricchezza di ogni popolo. Del resto, il fallimento delle forme di cooperazione, incentrate esclusivamente su interventi di carattere economico, ha dimostrato che la chiave della competitività e della crescita sono il capitale umano e il patrimonio culturale di un popolo.
La dimensione culturale tende, cioè, a combinarsi sempre più con quella economica, tecnologica, industriale e finanziaria al punto che con difficoltà le si potrà distinguere in futuro.
Dunque, lo sviluppo ed il progresso dell’intera umanità dipendono dal rispetto di tutte le culture d’altro canto un dialogo interculturale efficace implica l’apertura e la tolleranza nei confronti dell’altro diverso da sé. Da tempo, le relazioni internazionali non sono più considerate unicamente la sede per misurare reciprocamente la potenza economica, commerciale e militare di un paese.
Il contributo che ogni nazione dà al sapere umano, e alla diffusione dello stesso, concorrono a delinearne l’immagine e la percezione che di essa hanno gli altri attori dello scenario mondiale; questi fattori finiscono per influire inevitabilmente sul peso di ogni Stato nei processi decisionali. Secondo un luogo comune assai diffuso, le società occidentali stanno vivendo una fase della storia nuova e, per certi versi, imprevista perché avrebbe segnato un solco traumatico con tutto ciò che, appena un paio di decenni prima, caratterizzava la vita sociale e ne costituiva i valori fondanti e portanti.
La causa di questa “accelerazione schizofrenica” della storia sarebbe da individuare nella “globalizzazione”, termine inizialmente adottato dagli economisti per descrivere la più evoluta manifestazione di un capitalismo internazionale che non conosce più confini statali e barriere nazionalistiche e si muove su tutto il globo con il libero scambio dei beni, del capitale e della manodopera; usato per estensione adesso, quasi con riluttanza, da storici, intellettuali, teologi, letterati per dare conto del libero scambio del sapere, della cultura, delle istituzioni .
Il fenomeno della globalizzazione in realtà è un insieme di fenomeni di straordinaria intensità e rapidità che investe l’intero pianeta in campo economico, sociale, culturale, ideologico e produce effetti che vanno dal superamento delle barriere materiali ed immateriali alla circolazione di persone, cose, informazioni, conoscenze e idee; all’affermarsi di condizioni economiche, stili di vita, visioni ideologiche uniformi sotto qualsiasi latitudine.
Nell’effetto più propriamente sociologico da molti studiosi è stata individuata la perniciosità della globalizzazione, che avrebbe scardinato il sistema di valori tradizionali, creando vuoti ideali e crisi di identità, in specie nelle nuove generazioni: la perdita di importanza della collocazione geografica e delle caratteristiche specifiche sociali, culturali ed economiche, la distruzione dei modelli di vita locali, “la profanazione” delle tradizioni popolari, con il diffondersi di usi, feste, costumi di importazione.
La “globalizzazione” sembra aver portato un serio attacco ad uno dei capisaldi del pensiero moderno, che è stato alla base del sistema politico, sociale, culturale: lo Stato – Nazione con tutto il suo contenuto di valori individuali e collettivi.
L’indebolimento del complesso dei valori di riferimento viene sicuramente avvertito dai giovani, che, nel momento delicato della formazione si trovano bombardati da messaggi fuorvianti, provenienti da un mercato cinico e senza regole, da una pubblicità invasiva e da una spinta smodata ai consumi, da una frenesia affaristica, da una cultura raffazzonata ed arrivista, da menzogne propagandistiche di una politica urlata e fatta di slogan.
Così si tende ad attribuire alla “globalizzazione” l’aver generato la debolezza, l’insicurezza, la superficialità, l’irresolutezza, la tendenza all’effimero ed al ludico dei giovani, il loro disincanto, la mancanza di slanci ideali, di impegno politico, di volitiva passione, di progettualità costruttiva.
Il quadro raffigurato costituisce una seria minaccia per il futuro non solo delle nuove generazioni, ma per la stessa civiltà occidentale così come si è andata formando ed affermando nel corso di alcuni millenni. E, se realmente esso scaturisce dalla globalizzazione, diventa imperativo chiedersi come fronteggiarla, come combatterla.
Ma è proprio la globalizzazione il fattore destabilizzante?
È veramente un fenomeno nuovo che si è andato sviluppando negli ultimi due o tre decenni in virtù dell’irrompere sullo scenario della Storia di alcune prepotenti innovazioni politico-tecnologiche? Oppure l’attuale è uno stadio di un processo che si ripropone ciclicamente nella Storia dell’uomo,
in presenza di condizioni date, seppure con cause, proporzioni e conseguenze diverse, e che ha soltanto subito una accelerazione in ragione dello sviluppo tecnologico?
La Storia ha già conosciuto fenomeni di intensa integrazione culturale, sociale e politica, senza i quali il mondo non sarebbe quello che è oggi.
L’Impero Britannico che nel corso di quasi 300 anni ha governato all’incirca un quarto della popolazione mondiale e si estendeva su un’area che toccava i quattro angoli del globo, ha costituito un fenomeno riconducibile alla globalizzazione, ha profondamente trasformato la cultura , i modelli economici e politici, prodotto molti dei guasti oggi imputati alla globalizzazione, quali il deterioramento dei costumi, l’indebolimento dei valori tradizionali, il contagio delle nuove generazioni con culture esotiche e inferiori.
Tuttavia è innegabile che i valori universali ed inossidabili ne sono usciti rafforzati ed esaltati: dalla libertà alla democrazia, dal sentimento orgoglioso di appartenenza nazionale alla cooperazione ed al rispetto per la comunità internazionale, dalla centralità dell’uomo in quanto individuo, al diritto riconosciuto ad ogni individuo di realizzarsi secondo le proprie capacità ed aspirazioni, dalla supremazia del merito al welfare, dalla libera iniziativa economica alla libera manifestazione e circolazione del pensiero.
Il primo, vero, straordinario fenomeno conosciuto dalla Storia identificabile con il termine adottato è stato l’Impero Romano: una globalizzazione “ante litteram”.
L’impero romano aveva dato vita ad una unità economica e, come si direbbe oggi, ad una unità finanziaria attraverso la moneta unica.
La globalizzazione romana comportò la scomparsa di culture e tradizioni locali, e la diffusione di medesimi usi, medesimi costumi, medesime religioni in quei territori, specie lungo le coste del
“grande lago” che avevano conosciuto un tempo civiltà così differenti come l’egiziana, la fenicia, la punica. Ma le culture più forti vennero assorbite nella cultura globale: come l’ellenismo – celebre il pensiero di Orazio: “Graecia capta ferum victorem cepit”.
La cultura globale fu caratterizzata anche da conquiste militari, da colonizzazioni, appropriazioni di materie prime, da fenomeni di sfruttamento e asservimento di popolazioni, da persecuzioni etniche, da xenofobia, diceva Giovenale:
“Usque adeo nihil est quod nostra infantia caelum hausit Aventini baca nutrit Sabina?” – (“Non conta proprio niente, nutriti d’olive sabine, aver respirato sin dall’infanzia l’aria dell’Aventino?”)
Queste epopee globalizzanti del passato, in definitiva, hanno prodotto una imponente evoluzione di civiltà dell’uomo e della società e sono state tutt’altro che esiziali per i valori tradizionali dominanti e determinanti nella loro essenzialità, che ne sono usciti immutati e rafforzati piuttosto che degradati e mortificati.
Tornando alla domanda chiave posta all’inizio di queste riflessioni; si può conclusivamente affermare che questa nuova fase di globalizzazione dovrebbe essere la causa di effetti devastanti per il sistema dei valori che ha costituito l’architettura di tutta l’azione dell’individuo nel suo essere “io” e nel suo “essere sociale” nella civiltà occidentale.
Nella satira XIV Giovenale1 inconsapevolmente fornisce una chiave di lettura che sposta la ricerca delle cause della “ crisi di valori” dalla globalizzazione a qualcosa di meno universale meno titanico, ma probabilmente più drammatico perché chiama in causa responsabilità che non evocano “ il mostro apocalittico” che sfugge al controllo dell’individuo e della collettività nazionale e per tale ragione quasi giustificate dalla ineluttabilità e da una sorta di auto assoluzione, responsabilità che invece si configurano dirette e individuali ed individuabili in ogni singolo protagonista della vita sociale contemporanea.
Allora la nuova sfida per la diplomazia culturale non solo italiana oggi sarà quella di nuovi spazi di collaborazione e di dialogo in aree geografiche delicate, dove è assolutamente necessario adottare strategie integrate in cui la cultura interagisca con la politica e con il mondo degli affari.
Nel caso dell’Italia, la diplomazia culturale dovrebbe concorre a capitalizzare il ruolo delle comunità italiane e di origine italiana, nonché dei milioni di italofoni e italofili nel mondo: l’Italia fuori l’Italia, che in passato ha aperto significativi varchi nel modo di vivere di molti Paesi e in molti settori: dai consumi alla cucina, dal cinema alla moda.
Allora, per un vero vademecum contro la crisi bisogna:
a) effettuare un’integrazione delle attività culturali italiane nel dialogo politico in atto in aree dove queste attività possano favorire l’intesa interculturale e il processo politico di distensione e pacificazione, nell’ambito di una più ampia azione per il miglioramento della conoscenza e della comprensione fra i popoli;
b) effettuare una promozione di attività culturali legate alla produzione italiana contemporanea nei diversi settori: arti visive, teatro, danza, musica, letteratura, cinema;
c) valorizzare l’artigianato e i prodotti tipici regionali;
d) incentivare le aree geografiche caratterizzate da una forte presenza delle comunità italiane, di eventi culturali da realizzare, sentito anche il parere del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, con il supporto di imprenditori ed esponenti di prestigio delle stesse comunità, al fine di valorizzarne il ruolo e l’importanza tanto in rapporto all’Italia che al paese di residenza;
e) valorizzare ancora di più la cultura scientifica e tecnologica, ivi incluse le scienze sociali e giuridiche, da realizzarsi mediante l’attivazione e l’incentivazione delle iniziative previste negli accordi in materia, che contemplano progetti di collaborazione tra istituzioni specializzate italiane e straniere, scambio di ricercatori, missioni archeologiche, organizzazione di convegni e incontri periodici;
f) infine, concretizzare il processo di integrazione culturale tra i Paesi dell’Unione Europea, anche attraverso i progetti varati dal Consiglio d’Europa, che prevedono l’omogeneizzazione dei programmi di insegnamento della lingua straniera in ambito comunitario e della certificazione dei livelli di apprendimento.
Allora la promozione della cultura italiana: cos’è, cosa significa? La promozione, derivata dal latino pro-movere, viene definita sul Dizionario etimologico della lingua italiana come “attività diretta a sviluppare nel consumatore la conoscenza, l’uso, il bisogno di un prodotto”. La promozione è, quindi, un’attività di spinta, muovere qualcosa verso qualcuno. Questo concetto di promozione, vista come un’attività che implica duplice movimento quello di un oggetto e quello di un pubblico verso l’oggetto produce un chiarimento su quello che, almeno in linea teorica dovrebbe significare promuovere la cultura italiana: vorrà dire renderla nota, spingerla verso chi non la conosce e far muovere, far avvicinare un pubblico verso di essa.
Oggi più che mai, la cultura è prodotto dell’interazione di singoli che, insieme, elaborano, un patrimonio condiviso di pratiche sociali, valori e credenze; si tratterà quindi di individui che si riconoscono come “gruppo comunicante” e culturalmente strutturato, che è tenuto assieme da numerosi fattori oltre a quello territoriale. La cultura rappresenta il modo in cui un gruppo di persone vive assieme; è condivisa dai membri di un gruppo e viene trasmessa da una generazione all’altra. È anche il meccanismo con cui le persone interpretano il mondo. Se la cultura è la ragnatela di significati che gli esseri umani tessono intorno a se stessi, e la comunicazione è lo strumento (linguaggio, arte, cinema, musica, danza, scrittura, software…) che usano per interpretare, riprodurre, arricchire e trasformare questa ragnatela, è innegabile affermare che quest’ultima sia il principale volano con cui diffonderla, trasformarla, condividerla.
Dal momento che sono gli individui stessi, nei loro atti di comunicazione, a creare nuove relazioni sociali o nuove forme culturali, sulla base di quelle che sono le esigenze del momento, allora non si potrà fare a meno di considerare le possibilità di contaminazione e di sincretismo tra culture di comunità confinanti, processi che vanno nella direzione del multiculturalismo e che in realtà ribollenti di fermenti come le metropoli possono portare a due esiti contrapposti: o l’annullamento delle differenze e il fagocitamento di una cultura nell’altra oppure, influenza e conoscenza reciproca tra le culture. Nel complesso villaggio globale di oggi dove costante è la minaccia di “scontro tra civiltà” solo la conoscenza è lo strumento praticabile per la coesistenza nello stesso luogo di culture diverse. Il traguardo sarà allora un arricchimento dell’orizzonte culturale condiviso.
*Giovanni Teresi, scrittore
1. L’importante è possedere, non importa come – Giovenale Satira XIV 179-209 – Nel testo di questa satira, che attribuisce alla famiglia la responsabilità di crescere giovani viziosi a immagine dei genitori, si distinguono i nobili insegnamenti di sobrietà, che in passato venivano impartiti ai figli, dai sordidi precetti di avidità che improntano di sé l’educazione moderna.
Da questa satira dedicata a un argomento fondamentale come quello dell’educazione si misura tutto il senso di inadeguatezza e incapacità dell’uomo antico nel risolvere i problemi sociali.