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Il senso del nostro andare nel canzoniere di Antonietta Pastorelli

Uno stile misurato, contenuto e di un linguaggio semplice, nella sua autenticità

«[…] Se tu sei l’amore non tardare/ a manifestarti in me/ Se tu sei l’amore allontana/ le ombre e inondami di luce/ Io ti vengo incontro». Ecco gli intensi versi del componimento che dà il titolo alla silloge “Io ti vengo incontro” di Antonietta Pastorelli rivolta, come l’autrice stessa dichiara, «a chi è in cammino, a chi si interroga sul proprio umano destino. Spero a tutti noi, accomunati dalla ricerca del senso del nostro andare, che per me è l’amore in tutte le sue forme».

Fin dall’uscita, questa raccolta di poesie (RP Libri, pp. 96 € 12,00) ha ottenuto sia consenso di lettori sia svariati e importanti riconoscimenti; l’ultimo a dicembre 2024 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, con il riconoscimento al Merito in Poesia nell’ambito del Premio Apollo Dionisiaco. A ottobre scorso invece il libro ha vinto a Segni il Premio biennale letterario nazionale Monti Lepini XX edizione 2024 con riconoscimento alla Carriera; e poi tra i finalisti del Premio Letterario Nazionale Città di Taranto e menzioni in altri concorsi.

Il volume è uno scrigno di 46 liriche intime ed emozioni delicate. «Ci sono lacrime che scorrono/ solo per me/ Nessun testimone/ Ci sono luoghi della memoria/ che appartengono/ Solo ai poeti» declama la poetessa ne “La bottega dell’artigiano”, che ha ricevuto la Critica in semiotica estetica dalla fondatrice dell’Accademia internazionale di significazione poesia e arte contemporanea Fulvia Minetti, che così annota: «Carezzevole, la parola della Pastorelli ridesta i sogni dimenticati. La sinestesia dei sensi in poesia è un’alchimia che ravviva l’inerte, che ritrova il perduto. L’anima è in esilio natante nella parola a trovare il lido del silenzio, che celebra sacralmente la presenza».

Nella prefazione, inoltre, Marcello Carlino spiega: «Antonietta Pastorelli scrive il suo canzoniere in tre atti [Paure ed eroismi, Lì dove si apre l’Infinito, Dal ventre dal cuore, ndr], valendosi di uno stile misurato, contenuto e di un linguaggio semplice –  di una semplicità ricercata, elegante – nella sua autenticità: la sua è una forma asciutta e composta tanto nei momenti di delusione e di amarezza prossime allo sdegno, quanto nei momenti in cui i giorni riprendono a riempirsi di grazia e di speranza, quanto nei momenti nei quali l’approssimarsi alla fine di una persona cara schiude i versi all’elegia in tonalità da adagio, mentre pure, anche su riverbero di una visione metafisica di condizione e destino dell’uomo, quel doloroso declinare in imminenza dell’ultimo congedo rivela che l’amore non ha fine, non ha tempo».

*Mary Attento, giornalista ed editor