Il pensiero di Pier Paolo Pasolini: l’eredità viva tra assensi e dissensi
Il poeta dell’“impossibile innocenza”, che cercava la purezza negli ultimi, negli emarginati, nei ragazzi
Pier Paolo Pasolini non è soltanto una delle voci più complesse e geniali del Novecento italiano: è una ferita ancora aperta nel corpo della nostra civiltà. Poeta, scrittore, regista, polemista, intellettuale eretico e profetico, Pasolini ha attraversato il secolo scorso come un lampo di verità. Le sue parole, scomode e dolenti, non si sono mai adagiate sul consenso: hanno invece scelto il terreno impervio del dissenso, della contraddizione, della denuncia. E oggi, a cinquant’anni dalla sua morte, la sua voce non tace. Risuona, anzi, più che mai attuale, come se il nostro presente fosse lo specchio deformante delle sue premonizioni.

Pasolini è stato un intellettuale radicalmente libero, e dunque irriducibile. Nel suo sguardo poetico e civile, la verità non era mai neutra, ma sempre incarnata in un atto di responsabilità. In opere come Scritti corsari e Lettere luterane, egli smaschera il potere nuovo e invisibile della società dei consumi, che — più del fascismo storico — avrebbe, a suo dire, omologato le coscienze, cancellando le differenze culturali e spirituali.
Il suo celebre monito – “Il vero fascismo è quello del consumismo” – appare oggi di sconvolgente lucidità. In un mondo dominato da algoritmi, mercificazione dell’identità e anestesia collettiva, Pasolini si erge ancora come il difensore della libertà critica, dell’autenticità dell’uomo contro la riduzione dell’individuo a consumatore seriale.
Nel suo universo, la poesia non era rifugio ma strumento di lotta, di conoscenza, di amore e di dolore. Dai versi friulani di Poesie a Casarsa alla potenza lirica di Le ceneri di Gramsci, Pasolini affida alla parola poetica una missione etica: salvare l’uomo dalla barbarie della modernità disumana.
Le sue immagini sono impregnate di pietà e scandalo, di desiderio e colpa, di carne e spirito. È un poeta dell’“impossibile innocenza”, che cerca purezza nei volti contadini, negli ultimi, negli emarginati, nei ragazzi delle borgate romane, in coloro che la società borghese rifiuta di vedere.

Anche il suo cinema è un’arte della verità. In film come Accattone, Il Vangelo secondo Matteo, Teorema o Salò o le 120 giornate di Sodoma, Pasolini fa del linguaggio visivo una liturgia laica, capace di trasformare la realtà in sacramento. Le sue immagini, spesso scandalose, sono parabole di dolore e redenzione, di potere e sacrificio.
Con Salò, il suo ultimo film, Pasolini compie una discesa agli inferi del potere assoluto: una denuncia della trasformazione del corpo e del desiderio in merce, dell’orrore della civiltà che divora se stessa. È un testamento visionario che prefigura la disumanizzazione postmoderna, dove libertà e dominio coincidono perversamente.
Pasolini continua a dividere. È amato e odiato, idolatrato o respinto. Per alcuni, è il profeta che ha svelato la mutazione antropologica degli italiani; per altri, un moralista contraddittorio, incapace di accettare la modernità. Eppure proprio in queste contraddizioni risiede la sua grandezza. Pasolini non si schiera con nessun partito, non si fa strumento di nessuna ideologia. La sua unica fedeltà è alla verità, anche quando ferisce.

Oggi, nel tempo della comunicazione liquida e della “post-verità”, egli ci insegna che la libertà dell’intellettuale non è mai complicità, ma scandalo; che la cultura non è ornamento, ma coscienza critica. Rileggere Pasolini significa riconoscere quanto ancora ci manchi una voce capace di dire la verità “contro” e non “per”.
L’attualità di Pasolini non è nella nostalgia, ma nella provocazione. Egli ci obbliga a interrogarci su chi siamo diventati, su quanto abbiamo ceduto del nostro spirito in nome del progresso. Nelle sue parole vive la domanda fondamentale dell’uomo moderno: come restare umani in un mondo che non lo è più?
Forse è questa la sua eredità più grande: ricordarci che l’intellettuale, il poeta, l’artista devono essere “una voce che grida nel deserto”, non per disperazione, ma per amore della verità.
Pasolini continua a parlarci – non come un’ombra del passato, ma come una coscienza viva. E finché ci sarà qualcuno disposto ad ascoltarlo, la sua parola non sarà mai silenzio.
*Regina Resta, presidente Verbumlandiart