Il declino del cinema (e del suo mondo)
Si parla spesso della crisi del cinema italiano contemporaneo dopo l’età dell’oro vissuta nel secolo scorso, ma in realtà nel panorama mondiale attuale la condizione di depressione è generalizzata e diffusa; anzi, il quadro italiano sembra poco alla volta riemergere dal baratro, come parrebbe dimostrare il fatto che ben tre su otto premi del Sangio video Festival – tenutosi a Verona dal 23 al 27 luglio 2025 – sono andati a film in concorso prodotti nella penisola. Il Festival citato, (dis)organizzato da Ugo Brusaporco, ha visto la partecipazione di quaranta cortometraggi e sei lungometraggi per lo più non degni di considerazione, eccezion fatta per pochi film che, in buona parte, sono stati premiati.

Tra questi, come si diceva, alcuni titoli italiani: “La catena del tempo” (Italia-Slovenia) di Aurora Ovan, che ha ottenuto il premio per la miglior fotografia; “A Move” (Iran-Regno Unito) di Elahe Esmaili, premio “Tradizioni”; “A tough girl” (Cina) di Yuchao Angela Wang per l’interpretazione della protagonista; “Sans voix” (Svizzera) di Samuel Patthey, miglior cortometraggio di animazione; “Infinite trolling” (Repubblica Democratica del Congo-Belgio-Francia) di Baloji Tshiani, che ha ottenuto il premio per il miglior montaggio; “Vox Humana” (Filippine-Singapore) di Don Josephus Raphael Eblahan per la miglior musica; “Variazioni fantastiche su eventi realmente avvenuti a Torino nel 1911” (Italia) di Giulio Maria Cavallini, premiato per la miglior regia. Una menzione d’onore è stata assegnata anche a “Latte e biscotti” di Sabrina La Macchia (ancora Italia) “per il confronto fiaba/realtà e la lettura in chiave metateatrale e pop che dal mondo dell’infanzia trasporta il pubblico nella società contemporanea, trattando il tema della violenza contro le donne con un linguaggio duro ma nello stesso tempo fantastico” (la citazione è tratta dalla motivazione del riconoscimento).

Ma chi giudica nei premi artistici e, in questo caso, cinematografici? Salvo due o tre professionisti accuratamente selezionati, sono chiamati a esprimere giudizi – o più spesso opinioni – sedicenti “appassionati” della materia (il che non significa che essi siano in grado di offrire pareri motivati su argomenti specifici); altre volte vengono fregiati del ruolo di giudice individui che ruotano a vario titolo nel mondo della cultura locale o nella cerchia dei conoscenti dell’organizzatore. Ciò non vuol dire, ancora una volta, che i soggetti in questione sappiano argomentare e motivare il loro pensiero, che spesso si risolve in un “mi è piaciuto” o, per contro, “non mi è piaciuto”.

Se poi il film è di facile lettura, un parere positivo e altrettanto “facilone” è quasi scontato. Perciò, le tematiche trattate (e premiate) sono sempre quasi le stesse: l’emigrazione, la guerra in Medio Oriente, i diritti negati, l’identità di genere. Storia, arte, letteratura (questi sconosciuti) richiederebbero uno studio e una preparazione troppo approfonditi; psicologia e filosofia indurrebbero il pubblico a dover comprendere – magari con uno sforzo – il film (non a caso, ad esempio, il thriller introspettivo “Repulsion” di Roman Polanski è tra i meno noti e apprezzati del grande regista polacco); horror e fantasy comporterebbero il doversi confrontare con il genio di Dario Argento o di Mario Bava, da un lato, e con l’originalità di Peter Jackson e J. R. R. Tolkien, dall’altro. Insomma, alla fine si rimane fossilizzati in una sterile ripetizione di luoghi comuni e déjà vu che a chi ne sa davvero di cinema dicono gran poco.

Perché il cinema torni ai fasti del passato è necessaria una ristrutturazione interna che investa tutto il sistema, dagli attori agli sceneggiatori, ma soprattutto sono necessarie quelle idee profonde e creative che hanno fatto realizzare, in un tempo ormai lontano, capolavori come “Nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, orgoglio del patrimonio italiano, vincitore del Premio Oscar per il miglior film straniero del 1990, del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes del 1989, del Golden Globe per il miglior film straniero nel 1990, del David di Donatello a Ennio Morricone per la miglior colonna sonora nel 1989 e di molti altri riconoscimenti.
*Valentina Motta, scrittrice