Il “Cuore Puro” di Laura D’Angelo, intervista all’autrice
Voglio fare alcune considerazioni di merito, iniziando proprio dal valore della poesia. Perché spesso mi accorgo del distacco o della distanza che c’è da essa, nella percezione generale come fosse qualcosa di aulico, di effimero, irraggiungibile e soprattutto come un’espressione creativa di nicchia, riservata a pochi, agli addetti ai lavori. Non è così e non deve essere. Perché a mio avviso la poesia richiama la nostra interiorità, ne è l’eco e – dunque – a noi la scelta di ascoltarla. La scrittura poetica non è cristallizzata in un tempo alieno. La poesia è anche ora, adesso, è pane quotidiano, è il sale della coscienza che vive in ciascuno di noi. A partire dalle piccole cose. E l’ultima opera di Laura ne è l’esempio concreto, tangibile. La vera novità – in “CUORE PURO” – sta semmai nell’aver sfatato i pregiudizi, nell’aver lavorato alacremente su una contaminazione di stili, scendendo negli abissi dell’animo umano attraverso una prosa poetica di forti suggestioni intime.

Dopo aver letto “CUORE PURO” (Interno Libri, 2024, I ristampa 2025) e aver viaggiato nei meandri delle inquietudini, delle illusioni, delle attese, dei rimpianti, dei ricordi dell’autrice – ma anche miei, di tutti noi, in fondo – dico con maggior convinzione che chi fa poesia andrebbe sempre difeso, salvaguardato con quel senso del sacro che ne è, in fondo, un tratto identitario. Ed esasperando questo pensiero, riprendo le parole di Alberto Moravia, quando – nel giorno della morte del poeta e cineasta Pier Paolo Pasolini – affermava: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro (…)”.
LR- Tornando a te carissima Laura e al tuo “CUORE PURO”, vuoi rivelarci i significati delle cinque sezioni che compongono la silloge? Qual è l’identità di ciascuna sezione e quali connessioni hanno acceso nel tuo cuore?
LD: Innanzitutto grazie Liberato per l’attenzione, perché oggi c’è bisogno più che mai di poesia, ma poesia intesa come quella voce che è fonte di bellezza e motivo di riflessione, quella voce capace di avvicinare l’io a se stesso come specchio di una rinnovata e più sentita umanità. Credo che oggi abbiamo bisogno di porre al centro i sentimenti, li abbiamo un po’dimenticati e messi da parte, persi per strada nel frastuono della quotidianità, nel bisogno disincantato e sofferto di consumare emozioni e di vivere in un’idea di perfezione che forse è irrealizzabile. Cuore puro è il libro che pone al centro l’amore come purezza e fonte di autenticità, è un amore che nasce dalle piccole cose di ogni giorno, che si relaziona continuamente con se stesso e con l’alterità: un amore che pensa di essere un fiore perfetto e invece scopre che può appassire, esposto com’è alle intemperie della vita, un amore che ai petali preferisce la radice, quella linfa vitale che è sempre l’inizio di tutto. Nel libro ci sono diverse sezioni: Stringerti, Qui e per sempre, Stelle in ordine sparso, Prima con gli occhi, D’Amore.
Sono la scia di un percorso letterario, esistenziale, valoriale: rappresentano quell’iter che porta alla rinascita, come già per Dante o per Petrarca, nel cui Canzoniere il tormento d’amore è fonte di conoscenza di sé e della propria umanità. L’intenzione era quella di sublimare la sofferenza, perché come ha scritto Louise Gluck, poetessa premio Nobel da poco scomparsa: “da bambina pensavo che il dolore volesse dire che non ero amata. Voleva dire che amavo”.
LR -” CUORE PURO”, dunque. In una dimensione poetico-prosastica, sei riuscita a scandagliare e a rivelare tutte le emozioni umane, di cui tutti facciamo esperienza e con cui, prima o poi, facciamo i conti. Ecco, tra il presente ed il passato ma con uno sguardo proteso verso il futuro, qual è stata l’emozione più forte (o un tema in particolare, tra quelli descritti) che ha lasciato una traccia indelebile nella tua vita e che, in qualche modo, predomina anche in questo libro?
LD. Il libro è una continua dichiarazione d’amore. è pieno di dolore, ma anche di continue rinascite, di un attaccamento alla vita e di gratitudine. Cuore puro è il libro del dolore disincantato e dell’amore che resta. La vita ci stupisce continuamente, a volte incontriamo per caso affetti indelebili, subiamo la lacerazione della perdita, ma amare è ciò che ci fa veramente umani. Cuore puro non vuole parlare di fragilità, basta l’alibi della fragilità che oggi ci spinge a non essere, a non vivere. È un libro che vuole parlare di sentimento perché è nel sentire che noi siamo.
LR – Nello svelare con passione il tuo animo tra ricordi ed emozioni vive nel presente, non si può non notare lo spessore culturale presente nel tuo lavoro. Colgo per esempio – nella fragilità delle illusioni – richiami al primo pensiero filosofico e poetico del grande Giacomo Leopardi, mentre nelle descrizioni in cui è presente l’incanto, la meraviglia, la favola, scorgo l’ombra del “fanciullino” tanto caro all’intimità pascoliana. In questa silloge – ma anche nelle tue opere precedenti – ci sono rimandi di pensiero ad autori specifici o a precisi modelli culturali?
LD. Gabriella Sica, poetessa e critica letteraria che ammiro da sempre, ha definito Cuore puro “come un libro coltissimo senza troppo apparire” (Laboratori Poesia). È un libro che si schermisce, ma che ha nei classici greci e latini e poi nella splendida letteratura italiana i suoi accenti originari. Ma come ha sapientemente notato Franco Manzoni recensendo il volume su la Lettura de «Il Corriere della Sera» è un libro di prose poetiche permeato da un eros gentile. Leopardi aveva definito la prosa poetica “un modo di esprimere le cose”, ecco forse questo libro è il mio modo di esprimere le cose, il cuore, che Emily Dickinson aveva definito “la capitale della mente”, quello innamorato, greve, o lieve.
D – Nel tuo “CUORE PURO” c’è un elemento chiave – a mio modesto avviso – che lega pensieri, emozioni e speranze. Lega soprattutto i ricordi, gli sfuggenti amori di gioventù e il sentimento implacabile che, soprattutto nel tempo della maturità, genera attese, inquietudini, lacrime, ansie e dissidi interiori. Mi riferisco al TEMPO, che a volte ritorna, nelle sue tante stagioni, come un fermo immagine prezioso. Ecco, che ruolo gioca il TEMPO nella tua vita, nella tua poesia e cosa definisce, cosa determina?
LD. Il bravissimo Federico Migliorati, recensendo il libro, ha individuato nel testo una memoria capace di farsi presupposto di un nuovo presente e un nuovo futuro. Una memoria che risemantizza la realtà e che è recupero memoriale e della percezione. Il tempo è una lama che taglia, soprattutto quando da adulti impariamo che scorre via velocemente, e che porta via tutto quello che non è più. Quell’immagine immobile dell’eternità platonica è dolorosa, per chi vive la dimensione umana, magari senza una prospettiva cristiana o escatologica. Per me il tempo è il tempo dei ricordi, e il tempo del vivere, cui spesso mi sento inadeguata, e nel libro lo dico. C’è sempre un dissidio tra desiderio e realtà, tra aspirazione ad essere e realizzazione. Scrive Vivian Lamarque: «mentre il sole ti bacia/ti accarezzo poi ecco una nuvola e anch’io/ devo andare, tempo scaduto./ – Tutto qua? è così corta/ la felicità?». È lancinante. Ma c’è anche la maturità di apprezzare le rughe, quando sono rivelatrici di quello che siamo stati, e che non siamo più.
LR – Tra le prose presenti nel libro, una in particolare ha attirato la mia attenzione. Forse perché, data la sua autenticità, la sento particolarmente mia, nei suoi significati più reconditi. Parlo di “Scarpe color panna”, contenuta nella sezione “Stelle in ordine sparso” . Un passo in particolare, credo sia la chiave di lettura che meglio incarna il sentire di una umanità fragile, persa tra sogno e disillusione. Quando scrivi “(…) con superficialità sprechiamo l’immenso di un respiro nel fiato di un soffio”. E dunque, quanto pesano nella tua vita, ma anche nella tua scrittura, i momenti non vissuti, la felicità solo sfiorata, i desideri rimasti chiusi in un cassetto?
LD. Pesano, solo se non so guardare a quello che in realtà ho avuto. E che forse è più di quello che si poteva desiderare in un momento della nostra vita. Io credo che la vita, se siamo noi stessi davvero, dia sempre qualcosa per cui essere felici. Verità e autenticità sono la risposta.
LR.– Un altro elemento emblematico di questa raccolta è lo SPAZIO, il luogo per eccellenza, ossia la tua interiorità (ma anche la nostra) dove la vita e i pensieri sono tutto ció che accade. Quanta sacralità contiene questo spazio? È da qui – solo da qui – che il cuore raggiunge la sua purezza?
LD. Lo spazio di Cuore puro è quello delle piccole (in)felicità quotidiane e dei grandi innamoramenti. È lo spazio del foglio bianco e della scrittura, e quello dei ricordi e quello del sogno. La vita è sogno, scriveva Pedro Calderón de la Barca. Lo spazio del sogno segue una geografia dell’anima, forse neanche esiste ma si fa sentire e fa vivere.
LR. Rimanendo spesso e volentieri nelle trame dei tuoi passi poetico-narrativi, ho sentito la potenza e la forza di un altro contenuto di valore: L’ASSENZA. Senza scendere nelle motivazioni che possono determinarla, la tua abilità sta nell’aver saputo renderla palpabile, concreta, con un peso specifico e una sua corporeità. L’assenza che si fa presenza, che riempie fisicamente i vuoti dell’anima. Tanto che in un passo scrivi “(…) mi manchi come un’assenza che nasconde la presenza, mi manchi come la presenza che mi lascia la mancanza. (…)”. Ecco, vuoi approfondire questo concetto?
LD. Nel suo bel libro Microcosmi (Garzanti, 1991), Claudio Magris parla della poesia come «testimonianza dell’assenza». Scrive Recalcati: «Tutto quello che è stato e che non è più, che ha marchiato la nostra vita e si è perduto nel tempo, resta in qualche modo ancora qui perché lo portiamo dentro noi stessi». Con la perdita si crea un vuoto nel mondo, e parallelamente si apre un vuoto nel cuore e questi due vuoti risuonano uno dell’altro. Oggi ho più presenze che per perdite intorno a me, è una maturità nuova che deriva dalla certezza di un bene. Quel bene è l’aver amato, amare. La scrittura esprime bene questa dualità.
*Liberato Russo, scrittore