Il “caso Leonardo”
Qualche riflessione sull’opera e sulla figura grandiosa di Leonardo da Vinci: il misterioso fascino di un genio universale unico, irripetibile e sempre attuale
Leonardo da Vinci, maestro immortale dell’arte moderna, è tuttora attuale e nessun vero artista può pensare di prescindere da lui tanto egli è stato moderno, innovativo e anticipatore in tante branche dell’attività artistica e scientifica. Leonardo è talmente grande, immenso e complesso che pone – per chi voglia tracciarne un profilo – già il semplice problema da dove incominciare. Potremmo incominciare dalla sua nascita, ovvero dalla sua condizione, dal suo status di figlio illegittimo, naturale: infatti nacque in una fattoria di Anchiano vicino al piccolo paesino-villaggio di Vinci (nei dintorni di Firenze) il 15 aprile del 1452 (sabato, alle tre di notte, come avrebbe annotato il nonno paterno Antonio) da ser Piero, notaio appartenente a una famiglia di notai da alcune generazioni, e da Caterina, una contadina molto bella, che amava come amante e che non avrebbe mai sposato, sia per ragioni di classe sociale sia perchè, a breve, avrebbe sposato ben altra donna(ne avrebbe sposato altre tre, con due delle quali avrebbe avuto numerosi figli che, per Leonardo, saranno i suoi “distanti” fratellastri verso i quali sarebbe stato costretto, per tutta la sua vita, ad avere una sorta di complesso di inferiorità dovuta proprio al suo status, lui che era un genio e gli altri dei mediocri o, comunque, dei normodotati…). Di Caterina si sa pochissimo ma, negli ultimi tempi, si è scoperto che era una schiava circassa proveniente dal Caucaso. A rivelare questa clamorosa notizia è stato Carlo Vecce, professore di Letteratura Italiana all’Università Orientale di Napoli, nonché grande studioso di Leonardo e autore del romanzoIl sorriso di Caterina. La madre di Leonardo (Giunti, 2023).

Dunque, quello status di figlio illegittimo sarebbe stato per Leonardo come un marchio indelebile per tutta la vita, come una ferita che non si riesce mai a risarcire ma sarebbe stata anche la sua vera forza e, infatti, proprio il fatto di vivere la debolezza di non essere ufficialmente riconosciuti, alla luce del sole, con tanto di cognome paterno e materno, ne ha fatto una forza, un punto di forza, infondendogli il senso della sfida, del riscatto e della rivalsa sul mondo. E Leonardo è stato uno di quelli che la sfida l’ha vinta alla grande e crediamo che proprio quello status sia stato determinante, quasi alla base della sua genialità, nel senso che, per lui, è stato un motivo in più per far scattare – in maniera eccezionale e smisurata – la propria intelligenza e la propria straordinaria genialità. Una genialità che lo portava ad essere instabile e molto dispersivo: incominciava un lavoro, un’attività e, poi, l’abbandonava, non la portava a compimento. Infatti, tante sono le incompiute di Leonardo, tanti i lavori iniziati e non terminati: era un difetto? Può darsi, ma questo suo modo di essere rientrava, faceva parte proprio della sua genialità irrequieta: Leonardo era un genio a cui piaceva sperimentare in continuazione, era un work in progress fatta persona. La sua attività era poliedrica, multidisciplinare e il suo essere interessato e portato per i più diversi campi e branche del sapere non gli consentiva di soffermarsi a lungo su una sola di esse e, pertanto, lasciava un lavoro e ne prendeva un altro e poi un altro ancora, instancabilmente, in questo supportato da una grande forza fisica, da una mente fuori dal comune e anche da una memoria eccezionale che lo servivano in maniera perfetta. Infatti, per lui il moto era tutto e la vita un continuo divenire. Crediamo che Leonardo conoscesse il pensiero di Eraclito di Efeso, il filosofo del panta rei (tutto scorre) e, quindi, la celebre frase che recita così (frammenti 28, 30 e 31): Entrano negli stessi fiumi, ma acque sempre diverse scorrono verso loro. Nello stesso fiume non è possibile entrare due volte. Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo. E se, dunque, nello stesso fiume non è possibile entrare due volte, se nel fiume che scorre possiamo bagnarci al massimo una sola volta è perché le acque cambiano continuamente, non sono mai le stesse (proprio come l’acqua che scorre da un rubinetto di casa) e noi stessi non siamo sempre gli stessi…Pertanto, la realtà stessa delle cose è estremamente fluida, tutto è relativo, instabile, mutevole e inafferrabile e, allo stesso modo, il tempo. Un Leonardo che sperimentava in continuazione perché voleva toccare con mano, in presa diretta, sul campo, per rendersi conto dei fenomeni della natura oggetto di osservazione e di studio durante tutta la vita, ebbene, un Leonardo così, lo immaginiamo un giorno su una barchetta e, durante, la navigazione, immergere più di una volta la mano nell’acqua e, poi, trascrivere, sul campo o subito dopo a casa, nel suo taccuino, questo pensiero: L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente (cfr. Pensieri, in Leonardo, Scritti letterari. Scritti artistici e tecnici, Fabbri, 2006). Questa profonda osservazione sembra anticipare di alcuni secoli le visioni relativistiche che si affermeranno tra Ottocento e Novecento, e mi riferisco sia al concetto di tempo come durata espresso dal filosofo francese Henri Bergson (che tanto avrebbe influenzato il pensiero di Marcel Proust e la sua Recherche) che, in campo scientifico, alla teoria della relatività di Albert Einstein. Se il tempo presente è inafferrabile come le acque del fiume che scorrono incessantemente e mentre parliamo è già passato, allora il tempo non può essere assoluto ma relativo e, pertanto, abbiamo, nel campo scientifico, lo spazio-tempo relativo (la quarta dimensione di Einstein) e, in quello filosofico-letterario, il tempo come durata (di Bergson, di Proust ma anche di Italo Svevo e di altri ancora): il tempo, cioè, non è più assoluto ma relativo in quanto vissuto al livello di coscienza, su un piano psicologico e, insomma, come tempo della nostra vita interiore.
Un altro pensiero di Leonardo, che conferma la sua visione eraclitea della realtà come perenne divenire e come creatrice delle più diverse forme di vita, recita così: Il moto è causa di ogni vita (Pensieri). Con questa osservazione, che appare semplice ma che scava sempre in profondità come tutte le altre, Leonardo sembra anticipare la poetica, cioè la visione del mondo di Luigi Pirandello, anche lui “seguace” del pensiero di Eraclito, del tutto scorre e, pertanto, si tratta di una poetica segnata dalla dialettica vita-forma: nella vita è il movimento, nella forma la morte. Se la vita è flusso incessante, se tutto scorre inarrestabilmente e voglio fissarmi, cristallizzarmi in una forma, cioè in un ruolo, una parte, una maschera, allora è la volta buona che muoio; perciò Pirandello scriverà nella novella La trappola che ogni forma è la morte. E proprio cose simili a queste doveva pensare Leonardo e, infatti, sperimentava in continuazione e lasciava incompiuti i suoi lavori come a non voler fissare se stesso e la sua arte in una sola forma o in poche altre e, invece, crearne tantissime, all’infinito, come a voler dire che la vita è plurale, è multiforme, è tante cose e l’uomo deve poter esprimere la propria intelligenza, il proprio genio creativo nelle più molteplici attività, campi e settori della creatività umana: deve essere universale, come diceva lui. Infatti, egli osservava, con la sua mente acuta e il suo occhio profondo, ogni aspetto e ogni fenomeno della vita e della natura, quella natura (come scrive nei Pensieri) che è piena d’infinite ragioni che non furon mai in isperienzia, e pertanto, la natura va sottoposta a rigorosa osservazione, occorre sempre sperimentare, procedere con il metodo della sperimentazione, in maniera scientifica per poi poter trarre le dovute e giuste conclusioni e poter stabilire dei princìpi, delle leggi precise, valide e universali. Siamo ad un passo dalla Rivoluzione Scientifica che si realizzerà tra Cinquecento e Seicento e che avrà in Galileo Galilei uno dei principali protagonisti che perfezionerà quel metodo scientifico, sperimentale o induttivo che dir si voglia che Leonardo aveva già anticipato, tanto anticipato che, con le sue osservazioni astronomiche, si era reso conto che, in verità, il sistema geocentrico o tolemaico non reggeva alla prova dei fatti e che la Terra non era ferma e immobile al centro dell’universo. Ma Leonardo, in verità, con la progettazione e la costruzione di tante macchine e congegni, anticipa di due secoli quella che sarà la Prima Rivoluzione Industriale che scoppierà in Inghilterra, e siamo certi che se fosse vissuto nel Settecento, a Londra, chissà quale grande contributo avrebbe dato alla Rivoluzione in termini sia scientifici che tecnologici.
Perché l’esperienza è importante per Leonardo? Perché l’esperienza è la grande madre della nostra sapienza, della nostra saggezza: La sapienza è figliola della sperienza, si legge ancora nei Pensieri, e vuol dire che soltanto dall’esperienza diretta può scaturire la conoscenza, la scienza e, insomma, un sapere certo che, tuttavia, può sempre essere sottoposto a verifiche, in quanto le cose della vita sono soggette a mutamento. La sperienza non falla mai, avverte ancora Leonardo e, nel fare esperienza, nello sperimentare, di importanza capitale sono la mente e l’occhio (finestra dell’anima che, appena aperto, vede tutte le stelle del nostro emisperio). Nel suo appassionato e ossessivo studio e osservazione della natura a 360 gradi, Leonardo teneva sempre presente il fatto che l’omo è modello dello mondo (cfr. Disputa “pro” e “contra” la legge di natura, in Leonardo, Scritti letterari. Scritti artistici e tecnici, op. cit.), cioè che l’uomo come aveva già detto il filosofo greco Protagora, quasi duemila anni prima di lui, è misura di tutte le cose e, soprattutto, che non è altro che un microcosmo che, in estrema sintesi, è l’immagine, lo specchio del mondo, del macrocosmo, in cui egli è al centro, signore della Terra e in tutta la sua totalità. Che era, poi, la concezione che avevano un po’ tutti gli intellettuali della grande civiltà umanistico-rinascimentale, alla quale Leonardo appartiene a pieno titolo. Il suo celebre Uomo Vitruviano è davvero emblematico del fatto che l’uomo era al centro della sua instancabile ricerca che comprendeva le più svariate branche e discipline del sapere e delle attività umane, che potevano esprimersi con l’arte e la scienza e, quello che dice, appare come una vera e propria dichiarazione di poetica e, allo stesso tempo, una dichiarazione di amore assoluto per questa forma di arte; e si tenga sempre presente che, per Leonardo, la pittura come la scienza, la matematica e l’esperienza, ovvero la continua sperimentazione, lo studio e l’osservazione di tutto ciò che ci circonda, sono gli strumenti principali, sono le chiavi fondamentali per analizzare, interpretare, cercare di comprendere, di decodificare e, quindi, di conoscere la realtà, la natura e, insomma, tutto il mondo in cui viviamo. E lui, durante tutta la sua straordinaria esistenza, non farà altro che utilizzare questi chiavi, questi strumenti di conoscenza e di esplorazione della realtà.
Dunque, per Leonardo la scienza della pittura (così la definisce nel Trattato della pittura, cfr. Newton, 1996) è superiore alle altre forme di arte e, per dimostrare la verità della sua visione, così scrive nel suo Trattato: Chi biasima la pittura, biasima la natura, perché le opere del pittore rappresentano le opere di essa natura, e per questo il detto biasimatore ha carestia di sentimento…; La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede…; La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca; La pittura ti rappresenta in un subito la sua essenza nella virtù visiva… Come dire: altro che con le parole! La pittura appare come una forma di poesia senza parole, ma che dice ancora di più delle parole… Leonardo, insomma, considerava il pittore un artista che, pur se lavorando con le mani, era prima di tutto con la mente, con l’intelletto che metteva in azione la sua creatività: la pittura era, innanzitutto, un discorso mentale e il pittore era, pertanto, come un pensatore che lavora prima con la mente e poi con le mani. La pittura era come una forma di filosofia, la più elevata.
Leonardo era dotato soprattutto di una mentalità matematica, pratica, empirica e, infatti, nel Trattato, mettendo subito sull’avviso chiunque avesse voluto intraprendere l’indagine scientifica della natura, scrive che: Nessuna umana investigazione si può dimandare vera scienza, se essa non passa per le matematiche dimostrazioni […] e, l’espressione matematiche dimostrazioni, sembra anticipare quelle che saranno le sensate esperienze e [le] certe dimostrazioni di Galileo Galilei che sono alla base, appunto del metodo scientifico che Leonardo, indubbiamente, anticipa di quasi un secolo. Lui omo sanza lettere (come si autodefinisce) che, pure, ci ha lasciato anche grandiose opere letterarie, era talmente una mente matematica, pratica e scientifica che avrebbe rivalutato le arti meccaniche, quelle manuali che, nel Medioevo erano decisamente disprezzare e ritenute inferiori a tutte le altre e che anche in Età Moderna continueranno ad esserlo, nonostante i cambiamenti e le trasformazioni al livello culturale.
Alla base del metodo di Leonardo ci sono alcuni fondamentali pilastri: la natura (ovvero la maestra de’ maestri, per cui non servono altre autorità a cui fare riferimento per i nostri lavori), lo studio severo e in solitudine della disciplina oggetto di indagine, l’esperienza (lo sperimentare), la pratica, ovvero la realizzazione pratica, concreta di ciò che abbiamo studiato, in base alle leggi della matematica. Naturalmente, in tutto questo, cioè nell’operazione della mimesi, dell’imitazione e ricreazione della natura e della realtà, occorre essere creativi ed originali, evitare di copiare, di imitare le opere e lo stile di chi ci ha preceduti (opere con ovvi significati cessano di essere arte, ha lasciato scritto Edgar Allan Poe) e, infatti, si è visto come, dopo Giotto l’arte è decaduta e si è risollevata soltanto grazie all’originalità del Masaccio, fa notare Leonardo nel Trattato. Nei Pensieri Leonardo aveva già avvertito che tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro, cioè che non lo supera, perché è come se la sua arte non gli fosse servita a nulla, e nel Trattato avverte anche quanti vogliano essere dei veri artisti, di quelli universali, che sono capaci di ritrarre, di dipingere ogni cosa che si vede in natura e che eccellono in tutto e sono apprezzati da tutti, e non sono solo per l’oggi ma per il domani e che, insomma, restano nel tempo; li avverte a non essere venali, a non farsi prendere dall’avidità di denaro, di ricchezze e, quindi, a non utilizzare la propria arte al fine poco nobile di arricchirsi, ma a desiderare e inseguire fortemente soltanto la virtù, l’onore, la fama e la gloria che l’arte può offrire loro.
Il Trattato della pittura è davvero una summa, una grande sintesi sull’arte della pittura e chi volesse fare il mestiere di pittore crediamo che non possa prescindere dalle molteplici lezioni, insegnamenti, consigli e suggerimenti di ogni sorta che il genio di Leonardo ha saputo fornire ai suoi lettori di sempre. Ma, alla fin fine, qual è la definizione che il Maestro dà della pittura? Questa, ed è davvero esaustiva nella sua estrema semplicità: La pittura è composizione di luce e di tenebre, insieme mista colle diverse qualità di tutti i colori semplici e composti. Il chiaro e l’oscuro, la luce e l’ombra e, insieme a queste due componenti principali, tutti gli altri colori, dai semplici ai più complessi, con le loro svariate, molteplici qualità e peculiarità.
Ma chi era stato il maestro di Leonardo? Quando Leonardo giunge all’età di circa 15-16 anni, il padre, ser Piero, lo porta con sé a Firenze (dove farà il notaio per la Signoria de’ Medici). Essendosi avveduto che il ragazzo è molto bravo nel disegno e nella pittura, pensa bene che sia giusto trovargli un’occupazione presso una bottega di artista. Nella dinamica, moderna, sviluppata, operosa, popolosa, precapitalistica e quasi pre-industriale Firenze, la Firenze delle banche, del fiorino (che era il dollaro di quei tempi) e del commercio con mezzo mondo; nella Firenze capitale della cultura e della civiltà umanistico-rinascimentale, non mancavano certo le botteghe degli artisti dove poter imparare il “mestiere”. A quel tempo, molto rinomata era la bottega del maestro Andrea del Verrocchio e ser Piero pensa proprio di affidare a lui il giovanissimo Leonardo. Del resto, la sua condizione di figlio naturale gli impediva l’accesso a una qualsiasi delle Arti o Corporazioni.
Dunque, ser Piero mette il figlio a bottega e non poteva trovare maestro migliore del Verrocchio, artista poliedrico e di grande qualità. Nella sua bottega si respirava aria di innovazione, di avanguardia e di modernità. Leonardo impara ogni giorno di più che il vero artista dev’essere originale, deve dire o fare qualcosa di diverso da quello che è stato già fatto. E, nell’essere creativi e originali, occorreva avere mentalità scientifica e metodo rigoroso: osservare, analizzare, sperimentare, dedurre, per poi giungere a certe conclusioni. Nel 1472, a vent’anni, Leonardo si iscrive alla Compagnia de’ Pittori e, nel 1476, è ormai abbastanza maturo ed esperto nella sua arte da lasciare la bottega del Verrocchio e andare a vivere in una casa tutta sua. Questo, però, è anche l’anno in cui su di lui peserà come un macigno l’accusa di sodomia (attiva), ovvero di omosessualità (che era, allora, abbastanza diffusa e piuttosto tollerata, anche se addirittura punita con la pena di morte); poi, più avanti, sul finire del secolo, non sarebbe mancata quella di miscredenza e di irreligiosità. In una società neopagana come quella fiorentina, piuttosto laicizzata, scristianizzata, godereccia e invitante al carpe diem, a cogliere l’attimo fuggente perché – come scriveva lo stesso Lorenzo il Magnifico nei suoi Canti carnascialeschi – la giovinezza è bella e fugge via, dura poco e del doman non c’è certezza, ebbene non era difficile incorrere in certe accuse, specialmente nei confronti di un uomo come Leonardo che amava la solitudine, lo studio, la meditazione, l’analisi e l’investigazione su ogni aspetto della natura e che non era mai stato visto insieme a una donna e né mai si sarebbe fidanzato o sposato.In ogni modo, se negli anni dell’apocalittico e fustigatore fra Girolamo Savonarola (poi finito sul rogo), Leonardo sarebbe stato accusato di irreligiosità, nel 1476 viene accusato di omosessualità in seguito ad una denuncia anonima, pare fatta dal suo stesso presunto partner, tale Iacopo Saltarelli: per due mesi, da aprile a giugno, Leonardo dovette subire le infamanti accuse di fronte ai magistrati di Firenze ma, alla fine, ne uscì assolto in maniera definitiva. Omosessuale o meno che fosse, una cosa è certa: Leonardo non si è mai sposato, non ha mai convissuto con alcuna donna e non ha dato alcun contributo alla continuazione della specie umana. Nei Pensieri ha lasciato scritto che: La passione dell’animo caccia via la lussuria, come dire che se uno ha, se è preso da una forte, profonda passione per qualcosa, ecco che quella passione scaccia il pensiero della lussuria, del sesso e, direbbe Freud, della libido, del principio del piacere.
Ma ritorniamo al caso Leonardo – diciamo così – ovvero all’aspetto psicologico, anzi psicanalitico della sua genialità. Si è visto che, per lui, un grande trauma, una grande ferita psicologica fu dovuta al fatto di prendere atto che non era un bambino come tutti gli altri, cioè con un padre e una madre sposati e, insomma, con tanto di matrimonio che legittima le nascite. No: lui era un figlio illegittimo, un senzafamiglia, un bastardo. Ebbene, proprio tale condizione di inferiorità ha certamente contribuito a fare di Leonardo il Leonardo che poi sarebbe stato allora e soprattutto dopo, nei secoli. E, di questo, Freud ne è estremamente convinto, come è pure convinto del fatto che il sorriso delle donne dei suoi ritratti, a partire da quello più celebre e, cioè, quello di Monna Lisa, ovvero della Gioconda, quel sorriso, così strano, misterioso, enigmatico e inquietante, è il sorriso della mamma e, in ultima analisi, dello stesso Leonardo, che doveva certamente somigliarle molto e che in essa, probabilmente, si identificava, si riconosceva per tanti aspetti. Lo sguardo e il sorriso “leonardesco” di cui parla Freud (cfr. Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, in Freud. Opere 1905/1921, Newton, 1992) si sarebbero ripetuti in altri dipinti: Bacco, San Giovanni Battista e Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’agnello.
In merito alla religiosità o meno di Leonardo è probabile che egli non credesse più di tanto alla narrazione, alla favola bella della Bibbia secondo cui la Terra è al centro dell’universo, ed era arrivato a scrivere, a grandi lettere, nel suo quaderno[nel manoscritto W. L, foglio 132r, N.d.A], il sole non si muove e, aggiungiamo noi, scrivere questo voleva dire che Leonardo era piuttosto orientato in favore della futura prossima teoria eliocentrica (di Niccolò Copernico, 1543) che per quella geocentrica di Tolomeo; teoria eliocentrica che avrebbe dato un grande scossone a certi assoluti, alle certezze degli intellettuali della civiltà umanistico-rinascimentale e che avrebbe messo in discussione tutte le coordinate mentali dell’epoca. Insomma, è probabile che Leonardo avesse una sua particolare religiosità, simile a quella che poi avranno tanti illuministi francesi nel Settecento: un Dio certamente esiste, ma con visione molto laica e, nel suo caso, molto scientifica e razionale. Certo, se non era un ateo non era neppure un invasato dalla religione fino al bigottismo. Insomma, una certa religiosità ma estremamente laica.
Nel 1482 Leonardo va a Milano in quanto richiesto dal Signore Ludovico Sforza, detto il Moro. Durante il viaggio Leonardo aveva preparato una lettera per il potente Signore, un vero e proprio moderno curriculum vitae, in cui elencava tutte le sue referenze, ovvero tutte le cose di ingegneria, di scultura, di architettura, di idraulica, di macchine per la guerra e quant’altro era in grado di realizzare. Sappiamo che Leonardo – nel suo essere visionario e proiettato nel futuro – aveva inventato e progettato tante macchine e congegni, di cui alcune soltanto Ruggero Bacone, frate francescano e filosofo inglese, aveva anticipato prima del genio di Vinci. Presso il Moro, Leonardo resterà fino al 1499 e, in questi 16 anni di permanenza nella potente Milano, vive un lungo periodo di benessere presso la corte sforzesca. Non solo egli svolgeva attività di architetto, scultore, ingegnere, pittore, ecc. ma anche come geniale ideatore di fastosi apparati scenici e di congegni meccanici per giostre e spettacoli di corte, come disegnatore di costumi per feste e tornei, come abile improvvisatore di poesie, favole e indovinelli (cfr. Leonardo, Mondadori Arte, allegato all’Unità del 21-10-1991). Come architetto si impegnò per la realizzazione della fabbrica per il duomo di Pavia; come ingegnere idraulico progettava e realizzava sistemi di irrigazione, navigli, conche, opere di bonifica e tutto quanto potesse essere utile alla regolamentazione delle acque nel territorio lombardo; come pittore, forte dell’esperienza fiorentina, mostra di essere decisamente moderno, innovativo e, insomma, d’avanguardia già con La Vergine delle Rocce (iniziata nel 1483). Ma è nella ritrattistica che Leonardo dà il meglio di sé e compie davvero un miracolo, una vera e propria rivoluzione: si pensi al Ritratto di musico o alla Dama con l’ermellino (in cui viene ritratta Cecilia Gallerani) o al Ritratto di dama, ovvero “La Belle Ferronnière” che si trova al Louvre (in cui viene ritratta Lucrezia Crivelli): tutti i canoni e gli schemi tradizionali e vigenti vengono sconvolti: con Leonardo si volta pagina persino nella rappresentazione del personaggio da ritrarre: non più di profilo, come in uno stemma araldico, ma centrale. Certamente, il vero capolavoro degli anni milanesi è il Cenacolo o Ultima cena, realizzato nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie tra il 1495 e il 1497 e sul cui significato e sui cui dettagli (attraverso tutti gli stupiti e sconvolti apostoli e un malinconico e amareggiato Cristo al centro della scena) gli esperti tuttora discutono.
Anche a Milano, però, Leonardo non completa alcuni lavori di cui si prende l’impegno, come, per es., il restauro del Castello Sforzesco, il progetto per la cupola del Duomo di Milano o lo stesso monumento equestre per esaltare Francesco Sforza: è sempre preso da altro, dalla riflessione su questo e su quello. Durante il periodo milanese, nella fase terminale (1496), Leonardo fa il suo felice incontro con il frate Luca Pacioli, il più grande matematico allora vivente, inventore della partita doppia, del dare e avere, autore della Summa de Aritmetica Geometria. Proportioni et proportionalità e, insieme allo stesso Leonardo, della celebre opera De divina proportione (1497). Ne nascerà una grande e lunga amicizia. Ma, ormai, l’esperienza milanese volge al termine perché il re di Francia Luigi XII ha mosso guerra a Ludovico e il 14 settembre del 1499 lo ha sconfitto e fatto prigioniero. Per quel che si sa, Leonardo, nel 1500, si è recato a Venezia (insieme al Pacioli) e poi a Mantova, dove sono accolti con tutti gli onori dai Signori Gonzaga. Nel 1502 Leonardo pensa di andarsene da Firenze (che sarà governata fino al 1512 da Pier Soderini) ma lo spregiudicato Cesare Borgia, figlio naturale del papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), detto Il Valentino (per via del possesso del ducato di Valentinois), vuole Leonardo presso la sua corte, in Romagna, come Architecto et Ingegnero Generale, soprattutto con funzioni e obiettivi militari, ovvero come costruttore di macchine e congegni bellici e anche di altre opere utili ai suoi territori come canali, fortificazioni, bastioni, mura di cinta. Ma il Valentino – che per Machiavelli era il modello di principe ideale dotato di virtus – avrà un rapido declino e morirà nel 1507.
Il 9 luglio del 1504 muore il padre di Leonardo e in quello stesso anno il genio di Vinci si dichiara convinto di aver trovato la soluzione alla famosa quadratura del cerchio, la quale è stata definita irrisolvibile su finire dell’Ottocento. Purtroppo, Leonardo, che anche altre volte dirà di essere riuscito nella difficile soluzione del problema, non ci lascerà mai la soluzione, cioè in che modo c’è riuscito. Se i suoi appunti sono andati perduti, è stato davvero un grande peccato. Lui pensava di esserci riuscito già con il celebre Uomo Vitruviano (che è del giugno del 1490 e che sarebbe meglio chiamare l’Uomo di Leonardo), così perfetto e armonico nelle forme, nelle proporzioni, quasi sintesi della perfezione divina. Si tenga presente che il cerchio è l’immagine perfetta per raffigurare la perfezione, l’immensità e l’infinità di Dio Uno e Trino, in quanto il cerchio non ha inizio e non ha fine, proprio come Dio e, più di uno, ha voluto vedere nell’Uomo Vitruviano un significato allegorico, occulto, esoterico (il famoso esoterismo di Leonardo, il quale, però, aveva parlato malissimo, con grande disprezzo dell’alchimia e della negromanzia). Dunque, Leonardo, come artista, e quindi creatore, si sostituirebbe, microcosmicamente, a Dio-macrocosmo, Dio che è il Grande Creatore Universale, che ha creato l’uomo (il microcosmo, appunto) a sua immagine e somiglianza e, pertanto, nulla di blasfemo, nessuna offesa a Dio: questo microcosmo non è altro che un’impronta Dio, un Dio in piccolo, creato da Lui e non può (come ha insegnato Padre Dante) che amarlo, soprattutto quando cerca di imitarlo, di “essere come lui”: orgoglioso proprio come un padre nei confronti del figlio.
Nel 1505 Leonardo ritorna su una delle sue grandi ossessioni: lo studio del volo e il volo stesso, cioè fare dei veri e propri tentativi di volo con la sua macchina per volare (da questi studi verrà fuori il famoso Codice sul volo degli uccelli). Forse lui stesso avrà provato a volare, tanto era grande la sua passione, ma non lo sapremo mai veramente. Leonardo continua, comunque, con i suoi studi e con l’osservazione del meccanismo del volo degli uccelli e, nel 1506, avviene il grande esperimento: il volo dalMonte Ceceri. In quell’anno Leonardo inizia anche a lavorare al ritratto più celebre di ogni altro, cioè La Gioconda (o Monna Lisa), il suo capolavoro assoluto. Sul sublime e ineffabile mistero della Gioconda si è finora scritto tantissimo. Che si tratti di Lisa Gherardini, seconda moglie del ricco setaiolo fiorentino Francesco Del Giocondo, o della madre di Leonardo, o del volto del bellissimo discepolo Salaì o dello stesso Leonardo, quello che resta è, appunto, il suo misterioso, arcano fascino. Su di esso si può leggere un articolo reperibile sul sito internet: “Magnificamente Leonardo”, a firma diLaura Ciotola. Titolo: Cosa c’è negli occhi della Monnalisa? L’articolo è interessante soprattutto in merito all’aspetto esoterico, ovvero in merito al presunto o tale occultismo ed ermetismo filosofico-religioso (che si richiama al leggendario Ermete Trismegisto) di Leonardo, tanto che, secondo certe teorie, egli sarebbe stato il Gran Maestro di una società segreta su base eretica e per il fatto che viene citato il Presidente del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali, Silvano Vinceti, secondo il quale, da analisi approfondite, sarebbe emerso che nell’occhio destro della Gioconda ci sarebbero le lettere L e V mentre nell’occhio sinistro forsele lettere ’CE’ o forse una ’B’ e il numero 72 in uno degli archi del piccolo ponte situato sullo sfondo destro della stessa. Secondo il Vinceti le due lettere L e V, potrebbero essere proprio le iniziali di Leonardo mentre il numero 72 rappresenterebbe il suo pensiero filosofico, esoterico e religioso. L’articolista cita poi un’altra studiosa del mistero della Gioconda: Secondo la studiosa savonese Carla Glori invece, nelle pupille della modella comparirebbero le lettere S e G, che identificherebbero nella Gioconda, Bianca Giovanna Sforza, la giovane figlia di Ludovico il Moro, mentre il paesaggio sullo sfondo del ritratto rappresenterebbe il borgo piacentino di Bobbio e il numero 72 potrebbe riferirsi proprio alla distruzione del Ponte Gobbo di Bobbio (Piacenza) avvenuta nel 1472 a causa dell’onda di piena del Trebbia. In base alle ipotesi avanzate dalla stessa Glori, Leonardo pose il numero 72 sotto l’arcata del ponte Gobbo per ricordare quella devastante piena del Trebbia e probabilmente per far sì che qualcuno identificasse il misterioso sfondo del dibattuto dipinto. […].
L’interessante articolo termina soffermando, appunto, l’attenzione sul fatto che, sulla Gioconda, restano tuttora altri dubbi ed enigmi, soprattutto, riguardo al paesaggio che fa da sfondo al dipinto e, in verità, La Gioconda è qualcosa davvero di imperscrutabile, un grandioso enigma, un’indecifrabile allegoria, quasi un mistero divino. Quella giovane donna in primo piano, che se ne sta con le mani incrociate, con il volto sereno e rasserenante, che tenta un timido, quasi impercettibile sorriso…: quella donna è davvero inquietante e conturbante e fa venire in mente, un celebre verso di Guido Gozzano: Donna: mistero senza fine bello! Quella donna risalta, giganteggia nella cornice che vediamo appesa a una delle pareti del Louvre, spazza via tutto ciò che le sta alle spalle, tutto quel confuso, caotico, disordinato, inspiegabile, quasi irreale e surreale paesaggio che appare anche poco bello e, anzi poco attraente, quasi come a voler simboleggiare la scarsa bellezza del mondo che ci circonda. In contrapposizione a questo mondo, in cui la follia e l’irrazionalità umane sembrano prevalere sempre di più, c’è lei, Monna Lisa, con la sua straordinaria bellezza, col suo misterioso, enigmatico e sfingesco fascino, con la sua divina perfezione, la sua divina armonia e anche la sua razionale, classica imperturbabilità. Il suo indecifrabile sguardo (di una certa arcana sensualità), i suoi occhi che appaiono ora un po’ malinconici, tristi, e ora un po’ sorridenti e anche un po’ “sfacciati”, sono rivolti verso destra: chi o cosa stanno guardando? O cosa vorrebbero guardare? Certamente, sembra guardare il pittore che la sta rendendo eterna, immortale per sempre. Chiunque, Leonardo, abbia voluto immortalare (la madre, la Madonna, se stesso, ecc.), sembra come volerci dire: Tutto scorre, il tempo passa velocemente e il mondo potrebbe anche finire, ma io sarò immortale insieme al mio mistero!
Nel 1506 Leonardo lascia Firenze e – su invito del governatore di Francia Charles d’Amboise, Signore di Chaumont-sur-Loire – ritorna nella Milano sotto il dominio del re Luigi XII, dove resterà, quasi ininterrottamente fino al 1513. A Roma, dove nel 1512, era stato eletto papa, col nome di Leone X, il figlio di Lorenzo il Magnifico, Giovanni de’ Medici, aveva trovato ospitalità presso il Vaticano (nella villa del Belvedere) e, del resto, il suo protettore-mecenate, in questo momento, era Giuliano de’ Medici, poeta e amante della cultura e dell’arte nonché fratello del papa, il quale non poteva non essere entusiasta del genio di Leonardo. Presso il papa, infatti, Leonardo sarebbe rimasto per tre anni e avrebbe, fra l’altro, effettuato studi per la bonifica delle Paludi Pontine. Negli anni romani aveva messo mano a tanti lavori e non aveva mai cessato di pensare, ideare, progettare, sperimentare; si era messo a studiare gli animali, l’anatomia del corpo umano fino a dissezionare più di 30 cadaveri di uomini e donne, per osservare da vicino com’è fatto l’interno del corpo umano e ricavarne conclusioni utili alla scienza.
Nel 1516 Giuliano muore e, probabilmente, Leonardo, anche per questo, si decide a lasciare l’Italia e ad accettare l’invito di Francesco I ad andare a vivere in Francia, dove lo ricoprirà di onori e gli garantirà vita da persona molto agiata. Parte nell’autunno del 1516 o nella primavera del 1517, accompagnato dai suoi allievi più amati e più fedeli: il milanese Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì o il Salaino (ovvero, “il piccolo diavolo”, da Saladino cioè diavolo, nel significato originario, in quanto infedele, come si riteneva essere il musulmano rispetto a noi cattolici-cristiani); l’altro era il pure bellissimo Francesco Melzi, anche lui di Milano. Il re nomina Leonardo Premier peintre, ingégnieur, architecte et méchanicien du Roy e dà a lui e ai suoi accompagnatori una buona sistemazione nel piccolo castello di Cloux, che si trova ai piedi del castello di Amboise. Quando avverte che la fine è vicina, Leonardo fa chiamare il notaio Guglielmo Boreau e detta le sue ultime volontà. Il testamento è del 23 aprile 1519 e nomina come esecutore testamentario il fedelissimo e amatissimo Francesco Melzi, di cui è sicuro che potrà lasciargli in eredità tutti i suoi manoscritti, i disegni e quant’altro su cui ha lavorato per mezzo secolo; ma gli lascia anche il resto della sua pensione fino alla morte e i suoi vestiti. Il genio di Vinci muore il 2 maggio del 1519, tra le braccia del re, secondo la leggenda.
Secondo il critico letterario e culturale russo Leonid M. Batkin, in Leonardo sono sintetizzate l’universalità dell’artista e le facoltà illimitate tipiche dell’uomo nuovo del Rinascimento, insieme a una particolare maniera di rapportarsi con la realtà e la sua stessa arte intrisa di un livello talmente folle da renderlo il creatore di un modello, di un paradigma della creazione culturale e della realizzazione del più grande progetto artistico del Rinascimento, che tuttora appare singolarmente attuale (cfr. Leonid M. Batkin, Leonardo da Vinci, Laterza, 1988). Insomma – aggiungiamo noi – siamo di fronte al caso di un uomo e di un artista folle, tutto genio e “sregolatezza”, con uno straordinario pensiero divergente, con una straordinaria creatività e originalità, per cui – quasi anticipando la postmodernità – creava opere incompiute, che non avevano una fine, lasciate lì incomplete, proprio come certi romanzi postmoderni del Novecento. Insomma, Leonardo creò se stesso, come un paradigma di artista, e nel fare questa operazione non ha fatto altro che creare sublime e ineffabile bellezza; bellezza destinata a restare nel tempo, per sempre. Tutto, di Leonardo, è di straordinaria e indicibile bellezza e, di essa, resterà sempre, nei millenni, il misterioso fascino, l’indecifrabile enigma e, pertanto, il caso Leonardo, il caso dell’uomo che aveva cercato con passione insoddisfatta di abbracciare l’universo nel suo complesso e nelle sue minime parti (cfr. Edmondo Solmi, Leonardo (1452-1519), Longanesi & C., 1972) non è per nulla chiuso, resterà per sempre aperto e in tanti cercheranno di riuscire a decifrarlo e di venirne a capo una volta per sempre. Senza riuscirci.
Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, Verbummpress propone ai suoi lettori una sintesi del saggio di Salvatore La Moglie “Il caso Leonardo. Il misterioso fascino di un genio sempre attuale”, Edizioni Setteponti, Arezzo, 2025, pp.188.
*Salvatore La Moglie, scrittore