Hijab, simbolo di oppressione o simbolo di autodeterminazione della donna?
Un dibattito aperto da un punto di vista sociale riguarda l’uso del velo da parte di donne islamiche, dividendo opinioni e suscitando perplessità ci si chiede se l’uso dello hijab letteralmente “celare lo sguardo”, abbia nel nostro paese un significato di libertà o di oppressione. A parte i diversi pensieri, necessita conoscere la genesi di questo indumento utilizzato dalle donne islamiche che esprime un duplice significato: occultare (alcuni parlano di “protezione”) la donna dalla vista esterna e creare una barriera con la vita quotidiana.

L’uso di questo indumento era imposto ben prima dell’avvento della religione islamica ovvero XII sec. A.C. e reso obbligatorio per tutte le donne sposate, condizione della donna che si riscontrava in diverse zone del Mediterraneo. Anche Il cristianesimo orientale adottava l’utilizzo del velo nel periodo medievale al fine di separare agli occhi della società, le donne di famiglie importanti rispetto le altre. Nel Corano il termine HIJAB viene indicato soltanto in sette versetti nel senso di riferirsi una sorta di tenda dietro cui si può svelare il Corano stesso. Le notizie circa l’utilizzo del velo, risalgono a 1400 anni fa, quando a Medina (Arabia Saudita) il profeta Maometto escogitò una soluzione per tutelare le donne che venivano aggredite nella città. In quei tempi i servizi igienici non erano esistenti e spesso i bisogni fisiologici erano esperiti a cielo aperto, era sovente quindi che le donne facilmente venissero aggredite e molestate. Al fine di proteggerle, il profeta impose alle sue mogli, alle sue figlie ed alle donne islamiche di utilizzare un hijab che avvolgeva il capo e portava a distinguere le donne di un certo lignaggio dalle schiave che inevitabilmente venivano lasciate preda di ogni violenza.
A riprova del tutto il Corano riporta il versetto “Oh, profeta, dì alle tue mogli alle tue figlie ed alle donne dei credenti di avvolgersi nelle loro vesti. Cosi è meglio, in modo che non possano essere riconosciute e molestate”
In Italia non è prevista una legge specifica che vieti l’indosso del velo, tuttavia è in vigore dal 1975 una normativa per la quale sia uomini che donne devono avere il volto scoperto nei luoghi pubblici affinché possano essere riconosciuti per motivi di sicurezza e di ordine pubblico.
Di conseguenza, nel nostro paese in virtù di tale legge le donne possono indossare l’hijab ma il volto deve essere rigorosamente scoperto.
Vivendo ormai in una società sempre più proiettata verso la multietnicità, la questione sull’indossare o meno il velo si dovrebbe concentrare non tanto circa le opinioni che la società stessa legittimamente esprime ma, sulla mera volontà della donna a cui spetta esclusivamente la decisione di indossarlo o meno, sempre nel rispetto della legge sopra indicata, per cui il volto deve apparire nella sua interezza.
La questione in effetti è assai complessa in quanto troppo spesso le famiglie di origine islamica tendono ad imporre l’uso del velo alle giovani che rappresentano nel nostro paese la cd “seconda generazione”, annientando in tal senso la loro libertà di decisione.
Costituisce un esempio a quanto fin ora illustrato, la vicenda della giovane Saman Abbas di origine pakistana cresciuta in Italia ed uccisa dai familiari nel 2021, perché oltre al fatto che la giovane avesse rifiutato un matrimonio combinato dagli stessi con un suo connazionale a lei sconosciuto, risulta dalle carte processuali come la ragazza fosse perennemente in forte conflitto con i genitori proprio perché si opponeva allo indosso del velo, pretendendo semplicemente di vivere come le sue coetanee di origine italiana.
Il problema pertanto risulta a tutt’oggi estremamente complesso, soprattutto perché le questioni di volontà o coazione familiare quasi sempre sono relegate all’interno delle mura domestiche della famiglia di origine.
A tale proposito la scuola e le associazioni possono fungere da sentinelle nella individuazione dei singoli fatti, fungendo da collante con le Istituzioni che hanno a cuore la difesa della donna islamica per la tutela alla sua totale libertà non solo nella decisione riguardo l’indosso del velo ma rispetto al proprio libero arbitrio.
La battaglia delle Istituzioni e la protezione assoluta delle forze dell’Ordine costituiscono una certezza granitica a garanzia di queste donne.
Ci lasciamo con una domanda: in questa società in cui avanza la multietnicità, l’utilizzo di questo capo costituisce un pericolo, una offesa alle lotte femministe degli anni 70 per la libertà e la dignità dell’essere donna?
I diritti della donna nel nostro paese (a partire dal diritto al voto introdotto nel febbraio del 1945) sono stati acquisiti con lunghe battaglie politiche, manifestazioni di piazza ed enormi sacrifici da quelle che oggi sono le nostre madri, nonne che ci volevano indipendenti e libere.
Ebbene, abbiamo il dovere di custodire, difendere, corazzare questi diritti perché non vi è alcuna certezza che le conquiste possano vivere per sempre.
Ricordiamo che è stato necessario molto tempo per ottenerle ed è nostro interesse non perderle di vista.
Mai dimenticare che i diritti possono non essere per sempre: ricordiamo le nostre “sorelle” di paesi come Iran ed Afghanistan, a loro deve ricorrere il nostro pensiero e per quanto possiamo fare non lasciamole sole.
*Luana Martucci, docente