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Giovanni Mancinone, Mostri. Quando non c’è più l’amore (Rubbettino, 2023)

Un’opera che s’impone all’urgenza dell’attualità per una cultura del rispetto

Dieci capitoli, undici vittime. Dieci femminicidi e un omminicidio. Dieci capitoli sulla violenza di genere, in cui il fenomeno dei femminicidi, ovvero di quegli omicidi che hanno per vittime le donne, in quanto donne (un fenomeno che s’impone tristemente all’urgenza dell’attualità come sempre più drammatico), viene da Mancinone scandagliato caso per caso evidenziandone la radice in una cultura arcaica di sopraffazione, riconducibile a quella dimensione strutturale e simbolica dello squilibrio di potere tra uomini e donne, che non comprende ancora la cultura del rispetto. 

Le cronache presenti in questo libro hanno infatti in comune territori lontani dalle grandi metropoli o dalle realtà più cosmopolite e abitate. Territori in cui la vita è tranquilla, in cui la quotidianità è scandita per lo più da semplicità, senza l’influsso di dinamiche più complesse, che possono caratterizzare ed inficiare realtà più esposte e cosmopolite.  Eppure, anche nelle realtà marginali e apparentemente più tranquille, emergono episodi di prevaricazione e di violenza a danni di donne. Donne che spesso pagano la loro indipendenza, il loro no, il loro bisogno di autodeterminarsi e di fare una scelta di libertà, con la vita. Mancinone assembla una mappa di fatti di cronaca che ignorano le differenze tra nord e sud, tra ricchi e poveri, tra tessuto sociale più colto o svantaggiato, tra città e campagna, rivelando, con lo stile asciutto e preciso che lo caratterizza, il disagio di una società che interiorizza e fa propria la violenza occultandola dietro l’etichetta di un amore ferito, di un amore tradito, evidenziandone la radice culturale e minimizzandone gli effetti già a livello terminologico: delitto passionale, raptus della gelosia, delitto d’onore, sono tutte espressioni che quasi tendono a sminuire l’efferatezza del gesto e ad enfatizzare un portato valoriale patriarcale e dunque già deformato. Se il termine “femminicidio” è entrato da poco nel gergo giornalistico e della politica (afferente ad una particolare forma di violenza rivolta alle donne in quanto tali), Mostri ricostruisce un sostrato culturale da cui emerge una relazionalità malata di dipendenza e di sopraffazione, in cui denominatore comune delle tante storie raccolte e documentate sono la solitudine della vittima e colpe pubbliche. Si poteva evitare, si legge tra le righe, tra le case dove la vita o le strade dove la vita apparentemente scorre tranquilla, perché non si sono colti i segnali, non si è voluto vedere, o capire. Emerge, tra cronaca e ricostruzione dell’iter procedurale e della giurisprudenza, la vita ordinaria di donne come tante, che magari amano o hanno amato un uomo che prima di essere il loro carnefice è stato un marito, un amante, un ex, un partner e invece, per gelosia, per senso di possesso, per vergogna, per rabbia o frustrazione si è trasformato in un mostro. Mostri fa opera di sensibilizzazione e di informazione, una sensibilizzazione che dovrebbe imporsi all’urgenza della quotidianità in quel bisogno collettivo di un’educazione che insegni e proclami la cultura del rispetto.

L’autore: Giovanni Mancinone ha pubblicato Molise criminale (Rubbettino) che ha ottenuto numerosi riconoscimenti e tra questi il Premio Piersanti Mattarella (Sezione inchiesta), il Premio Città di Polesella (giuria presieduta da Massimo Carlotto) e il Premio OMCOM (Fondazione Caponnetto). Prima di entrare in Rai, dove ha ricoperto il ruolo di vice caporedattore nella redazione della Tgr del Molise, firmando centinaia di servizi per il Tg1, il Tg2, il Tg3, Rainews24, Gr1 e Gr2, ha scritto per «l’Unità», «Paese Sera», «Rassegna Sindacale» e «Il Tempo». Nella sua carriera professionale si è occupato di numerosi fatti di cronaca con una attenzione particolare alle tematiche sociali e ambientali. La sua ultima pubblicazione per Rubbettino è Mostri, del 2023.

*Laura D’Angelo, scrittrice, poetessa