“Fai un bel respiro e ascolta”: alcune verità, quando fanno troppo male, sono destinate a essere taciute
Intervista alla notaia e scrittrice Donata Maria Biase sul suo recente romanzo, edito da Baldini+Castoldi
Dopo il suo romanzo d’esordio, “Giallo narciso” (Cairo, 2021), da cui è stata tratta una rappresentazione teatrale diretta da Gerardo Placido, è uscito poco più di un mese fa per Baldini+Castoldi un nuovo lavoro di Donata Maria Biase: “Fai un bel respiro e ascolta”, la storia di un femminicidio che segna la vita di una figlia.

Lucana di nascita ma salernitana d’adozione, l’autrice è una notaia che trae ispirazione dai casi di cui si occupa per trovare le sue storie. Con “Fai un bel respiro e ascolta” – frase che troviamo a pagina 89 del testo, ma è una costante di tutta la narrazione – Donata Maria Biase firma un romanzo al femminile in cui segreti e bugie nascono da un’antica violenza.
Tema centrale è la verità, osservata e analizzata in tutte le sue sfaccettature fino a evidenziare che non sempre è salvifica o necessaria. «Lei [nonna Ada] avrebbe dovuto tacere. Tu avresti dovuto parlare», grida sconvolto il figlio Matteo all’altrettanto sconvolta e trepidante madre Emma, lasciando intendere che ci sono casi od opportunità in cui si ha il diritto o il dovere di tacere, di non rivelare necessariamente la verità, e viceversa. Con grande abilità stilistica e un linguaggio letterario che riesce ad andare dritto alle cose, l’autrice invita il lettore a riflettere: alcune verità, quando fanno troppo male, sono destinate a essere taciute. Magari dietro le verità nascoste può celarsi un grande coraggio e amore per gli altri: nascondere è anche proteggere, mentre rivelare potrebbe significare liberare la coscienza.
Le abbiamo rivolto alcune domande per approfondire osservazioni e riflessioni scaturite dalla lettura del testo.
Quando ha scritto “Fai un bel respiro e ascolta” aveva già tutta la storia in mente o l’ha elaborata strada facendo?
Quando inizio a scrivere un romanzo, parto sempre da un tema che desidero esplorare: è da quel tema che prende avvio il mio percorso narrativo. Pagina dopo pagina la storia si sviluppa, i personaggi si delineano, i luoghi prendono forma nella mia mente. La trama si costruisce poco alla volta. Spesso sono i personaggi che mi guidano, magari dando alla storia una direzione diversa da quella che avevo immaginato. È proprio ciò che è accaduto a “Fai un bel respiro e ascolta”. La seconda stesura ha preso una deviazione inaspettata. Rivedendo il testo, ho scoperto una strada alternativa più autentica e più interessante da seguire.
Il desiderio del narrare, o meglio l’approccio con la narrazione è stato diverso rispetto alla precedente esperienza di scrittura?
No, non è stato diverso. In entrambi i miei romanzi la narrazione è lo strumento per approfondire temi attuali, scottanti, e per analizzare il complesso e delicato rapporto uomo-donna, non solo nella sfera sentimentale, ma anche nel contesto familiare e sociale. In realtà, sento il bisogno di esplorare il nostro tempo, con tutte le sue contraddizioni, fragilità e trasformazioni. È nel presente che trovo le storie che mi ispirano e stimolano di più. Forse perché è un terreno vivo, in continuo movimento. Forse perché credo che la narrativa possa essere uno specchio del nostro tempo, che ci aiuta a comprendere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda. Scrivere per me non è un’evasione: è un modo per vivere ancora più a fondo la realtà, osservarla con occhi più attenti e viverla con maggiore consapevolezza.
Ci parli del romanzo, indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative?
Ho scritto “Fai un bel respiro e ascolta” ispirata da un interrogativo. Quanto può essere doloroso convivere con un trauma infantile? Da questa domanda è scaturita un’altra: è giusto conoscere una verità tragica, rimossa per autodifesa? Mi sono lasciata attrarre dal desiderio di esplorare un tema stimolante: il peso della verità. Mi interessava analizzare gli effetti di una verità tenuta sepolta, ma pronta ad esplodere come una mina. Una verità che potesse salvare, liberare, ma anche distruggere. In un’epoca in cui la verità sembra spesso manipolata, taciuta o scomoda, ho avvertito l’esigenza di raccontare una storia in cui la verità emerge in tutta la sua potenza. È stato anche un modo per interrogarmi su quanta verità siamo disposti ad accettare, anzi direi a tollerare. Non è stato difficile immaginare quale possa essere il segreto familiare più traumatico. Così è nata la storia di Emma Valente. Questo romanzo indaga ogni sfaccettatura del suo animo. Lei narra in prima persona, senza filtri. Racconta la sofferenza attraversata per guardare in faccia l’atroce verità e la forza trovata per rinascere da essa. Mi chiede quali siano le mie aspettative. Mi piacerebbe che i lettori ascoltassero Emma, la comprendessero, magari empatizzando con lei. Che fossero incuriositi dalla sua storia, ma anche coinvolti emotivamente. Che trovassero in essa spunti di riflessione, riconoscendosi in situazioni e stati d’animo vissuti da lei e dagli altri protagonisti. Insomma che il romanzo restasse nel loro cuore e nella loro mente anche dopo la lettura, che venisse ricordato, magari riletto. Scrivere un romanzo è un atto di comunicazione profonda con i lettori: mi aspetto da loro attenzione e riflessioni, più che numeri e popolarità.
C’è un aneddoto peculiare che l’ha spinta a scrivere questo libro?
Più che un aneddoto, l’impulso a scrivere questo romanzo è scattato da una scena vista in un telegiornale. Mi hanno scossa gli occhi di una bambina spaventata, stretta tra le braccia della nonna impietrita dal dolore.
Qual è il messaggio in particolare che vorrebbe arrivasse ai suoi lettori?
È sicuramente un messaggio di speranza quello che vorrei venisse lasciato nel cuore del lettore dal mio romanzo. Anche quando tutto sembra crollare, la vita conserva dentro di sé una forza silenziosa e potente: la capacità di rinascere. Gli eventi più drammatici non cancellano chi siamo, ma ci trasformano e spesso ci rivelano una forza che non sapevamo di avere. Ricominciare non significa dimenticare, ma scegliere di continuare con più consapevolezza e con il coraggio di credere che il futuro possa ancora fiorire. La rinascita è sempre possibile: nasce nel profondo di noi stessi, ma trova forza nei grandi valori della famiglia, dell’amicizia e dell’amore universale.

Alcune verità quando fanno troppo male sono destinate a essere taciute. Ma davvero conoscere la verità può salvare?
Non credo ci sia alla Sua domanda una risposta univoca. Leggendo il mio romanzo, si potrebbe arrivare alla conclusione che alcune verità che fanno troppo male potrebbero essere taciute perché rivelarle non allevierebbe il tormento di chi ha scelto, consapevolmente o meno, di rimuoverle. In altri casi, chi è depositario di una verità dolorosa non dovrebbe temere di rivelarla, anche a rischio di turbare equilibri familiari: a volte, la verità è l’unica via per la guarigione.
Quale tipo di storia non scriverebbe mai?
Non scriverei romanzi storici, perché sento il bisogno di calarmi completamente nei personaggi che creo, senza ostacoli, senza barriere temporali. Per riuscire a viverli da dentro, a comprenderne emozioni, sentimenti, scelte, ho bisogno che il loro mondo sia vicino al mio, che vivano il mio tempo. Quando i personaggi vivono nel presente, o in un passato molto recente, li percepisco in modo più immediato: capisco i loro tormenti, le loro inquietudini, le dinamiche sociali in cui si muovono. Nei romanzi storici invece mi sentirei limitata da una distanza. Per quanto possa documentarmi con attenzione, finirei per osservare i personaggi da fuori, più che viverli da dentro. Perché diversi sono i loro gesti quotidiani, il modo di vivere le relazioni, i toni emotivi, i loro pensieri. Nel cimentarmi con un romanzo storico, il mio modo di scrivere perderebbe in immediatezza e spontaneità.
Ha dei punti di riferimento, sia tra i gli autori classici che tra quelli contemporanei? O meglio, quali sono gli autori classici da cui non vorrebbe mai separarsi? Quali gli autori contemporanei viventi?
Non ho veri e propri punti di riferimento, ma ci sono autori che mi hanno colpita in modi diversi. Mi incuriosisce capire come certi scrittori affrontino i temi e gestiscano la scrittura. A volte può lasciarmi qualcosa anche un dettaglio di stile, più che l’intera opera. Dei classici, ad esempio, apprezzo la profondità di Dostoevskij. Il suo modo di scandagliare l’animo umano è un modello per chiunque voglia raccontare la sofferenza, il conflitto interiore, in modo autentico. Amo particolarmente Ernest Hemingway e la sua “iceberg theory”. Ammiro la sua capacità di mantenere una tensione narrativa forte con uno stile asciutto ed essenziale. Invece tra gli autori contemporanei prediligo le scrittrici. In particolare, tra le italiane, ho apprezzato la sensibilità con cui autrici come Nicoletta Verna, Antonella Lattanzi e Silvia Avallone riescono a trattare temi delicati, affrontando la complessità dell’animo umano con profondità narrativa.
*Mary Attento, giornalista ed editor